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Maryam di Luca Doninelli. Straordinaria pièce andata in scena al Kismet Opera di Bari

8 Feb 2017 | Nessun Commento | 1.031 Visite
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M-MartinelliE-Montanari-foto-Cesare-Fabbri-817x9711Gesù di Nazareth, secondo me, è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Ho sempre pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo, il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo i piedi sulla terra. Ho quindi preso spunto dagli Evangelisti cosiddetti apocrifi. Si tratta di scrittori, di storici, arabi, armeni, bizantini, greci, che nell’accostarsi all’argomento, nel parlare della figura di Gesù di Nazareth, lo hanno fatto direi addirittura con deferenza, con grande rispetto. Tant’è vero che ancora oggi proprio il mondo dell’Islam continua a considerare, subito dopo Maometto, e prima ancora di Abramo, Gesù di Nazareth il più grande profeta mai esistito. Laddove invece il mondo cattolico continua a considerare Maometto qualcosa di meno di un cialtrone. E questo direi che è un punto che va a favore dell’Islam. L’Islam quello serio; non facciamoci delle idee sbagliate”.

C’è un’Opera che ha formato, plasmato, forgiato, forse addirittura creato la nostra coscienza: si chiama “La buona novella”, un capolavoro assoluto, un concept album generato dal Genio di Fabrizio De Andrè e dalla sua rilettura dei Vangeli apocrifi, testi esclusi dal canone cristiano della Bibbia, in particolare dal Protovangelo di Giacomo e dal Vangelo arabo dell’infanzia, eseguito col gruppo de I Quelli, che di lì a poco sarebbero diventati la Premiata Forneria Marconi, pubblicato nel 1970 non senza scandalo. Anni dopo, parlando dell’album che ha sempre considerato il suo miglior lavoro, Faber pronunciò le parole riportate in apertura di articolo, le stesse che ci sono tornate alla mente nelle scorse ore, ed, assieme a loro, la nostra memoria ha tratto da quell’opera discografica, forziere di incommensurabile valore, una gemma dall’accecante luce, una perfetta fotografia del calvario di Gesù Cristo, la sua agonia vista con gli occhi delle madri di Tito e Dimaco, i due ladroni che ne condivisero il tormento sino alla morte ed, infine, di sua madre, straziata sotto la croce: “Tre madri” è il dialogo tra tre donne martoriate dalla perdita del loro bene più prezioso; alle rimostranze delle due sue compagne di sventura (“Con troppe lacrime piangi, Maria, solo l’immagine di un’agonia: sai che alla vita, nel terzo giorno, il figlio tuo farà ritorno. Lascia a noi piangere un po’ più forte, chi non risorgerà più dalla morte.”), risponde Maria, reclamando la sua umanità e quella di suo figlio, di quell’uomo innocente che muore sotto i suoi occhi sulla croce, con – a nostro modesto parere – alcune delle parole più belle che essere umano abbia mai pronunciato (“Piango di lui ciò che mi è tolto, le braccia magre, la fronte, il volto, ogni sua vita che vive ancora, che vedo spegnersi ora per ora. Figlio nel sangue, figlio nel cuore, e chi ti chiama – Nostro Signore -, nella fatica del tuo sorriso cerca un ritaglio di Paradiso. Per me sei figlio, vita morente, ti portò cieco questo mio ventre, come nel grembo, e adesso in croce, ti chiama amore questa mia voce. Non fossi stato figlio di Dio t’avrei ancora per figlio mio“), che ci emozionano sino alle lacrime ad ogni nuovo incontro, ad ogni nuova lettura, sempre, come fosse la prima volta.

Sarebbe stato impossibile per noi non correre con la mente verso la Poesia di De Andrè allorquando abbiamo avuto la fortuna di essere tra gli spettatori che affollavano il Teatro Kismet Opera di Bari per l’unica attesissima replica di “Maryam”, la straordinaria pièce di Luca Doninelli prodotta dal Teatro delle Albe / Ravenna Teatro per la regia di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, che ne è anche unica e sublime protagonista. Doninelli, partendo da una conoscenza approfondita di come la figura della Madonna sia venerata in Medio Oriente e nella cultura islamica, figura centrale del Corano dove è definitiva “la veritiera” e considerata un ponte tra cristianesimo, islam e cultura contemporanea, immagina tre donne palestinesi entrare nella Basilica dell’Annunciazione di Nazareth, facendo visita a Maria nella sua stessa casa, ove ognuna di esse formulerà (o ripeterà) la propria preghiera dai tratti fortemente laici ed umani; sono madri che, condividendo il dolore di Maria avendo perso i propri figli, venduti come schiavi o divenuti bombe umane in nome di un dio giustiziere o ancora periti tra le onde del mare solcato dai disperati in fuga, si rivolgono a lei per chiedere consolazione ma anche per gridare la propria collera ed il proprio sdegno, per pretendere una vendicativa quanto giusta punizione o semplicemente per conoscere il motivo di tanta sofferenza. Sarà la Madre di Gesù stessa a rispondere loro, prima in modo disorientante, quasi sprezzante (“Non sono riuscita a togliere dalla croce mio figlio, cosa posso fare per voi? Avessi potuto, credete che non lo avrei fatto? Ma Dio non ha voluto. Ancora oggi non ho perdonato Dio per non aver salvato mio figlio” sarà il senso delle sue parole), per poi farsi caldo abbraccio per le donne e finanche comprensione per quel Dio / Padre silente che ha abbandonato il loro figlio da solo sulla croce al cospetto della sua Passione (“Il vostro dolore è il mio e mi lacera le carni ancora oggi. Le vostre lacrime sono state già piante da Dio nell’attimo della Creazione”). Per rendere tutto l’insopportabile dolore di queste quattro donne, Marco ed Ermanna, coppia anche nella vita, si sono serviti “solo” dello splendido disegno luci di Francesco Catacchio, della più che coinvolgente musica di Luigi Ceccarelli per la la voce e le percussioni di Marzouk Mejri, con la regia del suono di Marco Olivieri, e soprattutto della magnifica voce della stessa Montanari, che ha interpretato da par suo le quattro donne. La sua esecuzione di quello che possiamo senza dubbio considerare un concerto per voce sola ha dell’incredibile; il suono della voce di Ermanna, unito alla forza della parola in sé, scandaglia la nostra anima sino a cercarne i punti più oscuri e nascosti, per estirparne il male e farci riaffiorare alla vita, uomini e donne con il nostro infinito bagaglio di dolore, figli di una (dis)umanità cui nemmeno Maria si sottrae, nonostante sia qui raffigurata più come icona, con tanto di aureola, che come donna, che forse trovano nella condivisione di un dolore la forza di porsi ancora delle domande, di superare il momento del divino abbandono, di sfidare la tragica attualità, alla perenne ricerca di una luce che possa essere, se non proprio salvifica, pacificante.

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