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“Manon Lescaut”, l’eccezionale opera teatrale al Teatro Petruzzelli di Bari

10 Mar 2017 | Nessun Commento | 722 Visite
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Guarda questa falsa modestia, quest’aria di ipocrita dolcezza: è l’amore la causa di tutte le mie colpe. Fatalità della passione: non ne conosci la forza? Com’è possibile che il tuo sangue con il quale mi hai rigenerato non abbia sentito gli stessi ardori. L’amore verso di te mi ha reso testardo, geloso, forse stronzo, ma compiacente ai capricci di un’amante incantevole. Questi sono i miei delitti: a voi la sentenza.” (Antoine François Prévost)

downloadManon Lescaut” è senza alcun dubbio l’Opera che non solo ha rilevato al mondo il genio di Giacomo Puccini, ma ha anche indicato e tracciato la strada che il Maestro avrebbe percorso in futuro, mutando, se non stravolgendo, i canoni della musica di quei tempi, anzi, di tutti i tempi; infatti, pur essendo il suo terzo lavoro in ordine cronologico dopo “Le Villi” ed “Edgar”, Manon è universalmente considerata la sua prima partitura operistica completamente matura e personale. Ispirata, come del resto l’antecedente “Manon” di Jules Massenet, al romanzo dell’abate Antoine François PrévostStoria del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut”, la composizione ebbe una gestazione travagliata che ufficialmente andò dal 1889 al 1892 ma che, in realtà, impegnò Puccini a più riprese dal trionfale debutto, alla sua presenza, il 1° febbraio 1893 al Teatro Regio di Torino, fino a poco prima della sua morte, con continue modifiche tanto della storia, eliminando, ad esempio, un intero atto, vale a dire quello del nido d’amore degli innamorati, che si trovava tra gli attuali primo e secondo, quanto della partitura stessa, che costrinsero Casa Ricordi a pubblicarne ben otto diverse edizioni, circostanza che ha anche determinato la lenta e progressiva rimozione dei tanti autori che si occuparono della tormentata stesura del libretto, da Marco Praga a Domenico Oliva a Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, fino a Ruggero Leoncavallo ed allo stesso Giulio Ricordi, così da far sì che Puccini sia ormai accreditato come l’unico autore di un’opera fortemente ispirata, considerata da sempre trasgressiva, selvaggia, provocatoria, non solo sul piano della drammaturgia ma anche, come detto, in campo musicale.

Tutte queste qualità sono certamente presenti nell’edizione storica della Fondazione Teatro Regio di Parma con la regia di Stephen Medcalf, oggi ripresa dalla Fondazione Petruzzelli per il secondo appuntamento dell’annuale Stagione Lirica, una messa in scena che non tarderemmo a definire cinematografica, forte delle sublimi scenografie create, come anche i costumi, da Jamie Vartan e delle splendide luci di Simon Corder, a partire dall’intuizione di accogliere il pubblico con un sipario, su cui sono riportate le prime note della partitura, che si rivelerà presto uno schermo su cui saranno proiettate le lettere e le note di viaggio di Renato De Grieux; anzi, è proprio il suo primo ingresso in scena, non dalle quinte ma dal palco di proscenio, in una visione strehleriana dello spazio scenico, intento nello studio delle sue carte, che dona immediatamente alla rappresentazione una veste filmica, come se tutta la storia cui stiamo per assistere sia solo un déjà vu, il racconto della fulminante, rovente, tormentata sua passione per la bellissima Manon Lescaut. In questa indovinata chiave di lettura, anche la prima apparizione di Manon, nel quadro magnifico del primo atto, il più suntuoso dell’intera rappresentazione, è da kolossal, con la carrozza che viene trasformata nella stiva di una nave, qui elemento gioioso, quasi celebrasse il ritorno da una crociera, la stessa che poi, nel terzo atto, diverrà foriera di sciagura tramutandosi in orribile traghettatrice dei due fedifraghi amanti verso le nuove terre americane. E se vi fossero stati ancora dei dubbi sulla visione cinematografica del regista, sarebbe bastato fare riferimento ai bellissimi fermoimmagine in cui sono bloccati le “comparse” mentre i protagonisti hanno libertà di movimenti. Ma sono solo alcune delle tantissime idee degne di nota del duo Medcalf / Vartan che fanno di questa edizione una assoluta pietra miliare; indimenticabile, ad esempio, è l’uso smodato delle “forche” come elemento architettonico di scena, via via utilizzate per sorreggere le insegne dei negozi di Amiens, gli specchi di casa Ravoir, le grate della prigione in cui è detenuta Manon, come pure memorabile è la scelta di operare un graduale svuotamento della scena, dalla maestosità del primo atto sino al nulla assoluto dell’ultimo, al deserto, ad una vastità sterile e vacua, a quel vuoto, col palco sgombro illuminato solo da una infernale luce rossa, che – probabilmente – è immagine e specchio della angosciante solitudine che si addensa nell’anima della protagonista e che la stessa riesce a leggere solo un attimo prima della sua morte, a tratti arida come quella terra inospitale, incapace d’amare veramente e gratuitamente, senza chiedere null’altro in cambio che non sia pura passione, a causa del suo innato egoismo.

Ottimo tutto il cast dell’edizione barese, con una efficace Maria Pia Piscitelli nel ruolo del titolo ed uno strabiliante Francisco Anile, cui manca solo il richiesto physique du rôle per essere un perfetto Renato Des Grieux; accanto a loro, Leo An è un convincente Lescaut, il nostro Domenico Colaianni un efficace Geronte, mentre Marco Ciaponi è un esemplare Edmondo. Il maestro Giorgio La Malfa ha condotto l’ottima Orchestra della Fondazione Petruzzelli in modo ammirevole, con il solito rispettoso accostamento alla partitura, mentre incisivo e partecipe è apparso il coro del Teatro, ben allestito da .

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