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         Direttore responsabile: Michele Traversa
LSDmagazine incontra Gabriele Ansaloni. Per tutta l’Italia è sempre Red Ronnie

19 Mar 2014 | Nessun Commento | 1.552 Visite
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Red Ronnie
ha a che fare con la musica da quarant’anni. Ha intervistato grandi artisti, absolute beginners, condottieri e fanfaroni. Insieme a rarità discografiche, i suoi enormi archivi custodiscono grandiosi successi e brucianti sconfitte. Bandito dalla televisione, è rimasto lontano dallo schermo giusto il tempo di riorganizzarsi e riproporre Roxy Bar, il suo più celebre programma, in streaming. Red Ronnie crede nel suo personaggio e ne alimenta il mito, rimarca risultati, menziona amicizie prestigiose, si fa umile ma poi rivendica il ruolo di pioniere dell’informazione musicale per ripararsi dalle stilettate degli invidiosi e dalle sassate dei diffidenti. Nel bene o nel male, il suo programma ha messo davanti allo schermo tutti i big della musica (nazionale e internazionale) e ha dato chance a innumerevoli sconosciuti. Eppure, certe sue scelte sono state bollate, da più parti, come inopportune.

Conversatore munifico dedito alle iperboli, giura di sentirsi a suo agio con lo switch informatico, ma poi non gli sovviene un tweet capace di spiegare agli ignari il suo Roxy Bar. Poco male, perché Red Ronnie pare essersi impegnato senza riserve pur di mantenere libera e viva la sua idea di musica anche sul web. A noi di LSDmagazine, che siamo nati sulla rete, ha raccontato la sua verità senza fare sconti, indicando nomi e cognomi.

 Red Ronnie, giornalista, presentatore, dj, animatore della scena musicale. Come ti definiresti?

Tramite. Sono un tramite tra gli artisti e le persone che amano la loro arte o vogliono scoprirla. Invito sempre tutti ad essere curiosi a stimolare la curiosità. Sono felice quando qualcuno mi dice “non conosco quell’artista ed ho scoperto che è valido” oppure quando uno mi dice “credevo fosse uno stronzo, invece, è molto bravo”. Ci stanno togliendo la curiosità per tutto ciò che non conosciamo e questo è drammatico.

Riprendo il concetto da te espresso in uno spot per Roxy Bar: i mass media (cinema, giornali, radio, stampa, televisione) oggi sono concentrati nel web e sono fruibili anche da smartphone. Tu che non sei a disagio con l’innovazione, riesci a presentare il Roxy Bar con un tweet? 

Per quanto tutto è sintetizzabile non potrei riassumere la storia del programma o il programma stesso in 140 caratteri. Potrei dire cosa c’è domani sera in 140 caratteri, ma già l’elenco dei nomi andrebbe oltre il limite. Il tweet potrebbe essere il link al programma, roxybar.tv, e basta.

Si può dire che, dopo successi e conferme, ti stai rimettendo in gioco. Qual è la scommessa?

Mah, non è una scommessa è che mi rimetto in gioco continuamente per essere libero nel nome del giornalismo, che è sempre stato il mio sogno, e per avere l’opportunità di realizzarlo. Tutto nacque nel 1975 quando decisi di fondare una radio: in quel momento è cambiata la mia vita. Ho lavorato a contatto con la gente, dodici anni in banca sono stati formativi per l’aspetto relazionale. Quando ho iniziato a fare esclusivamente il giornalista, già allora ci tenevo a dire che alla fine di ogni progetto ero disoccupato. Mi sono costantemente messo in gioco perché ho fatto cose nuove. Quando ho scoperto che Canale5, Italia1 e Rai1 non facevano per me, ho creato Roxy Bar per Videomusic. Quando è arrivata Mtv che, con appoggio politico di Walter Veltroni e de l’Unità, ha cancellato Videomusic – cioè una realtà americana ha cancellato la cultura musicale italiana – io non sono andato alla disperata ricerca di una rete disposta a darmi spazio, ho accettato questa estromissione e ho fatto il Tim Tour, ho collaborato con Volkswagen, sono stato il primo a mettere in vendita nelle edicole, per quattro anni, un magazine con Dvd allegato. Sono in continuo movimento e seguo il mio percorso: esplorare e andare avanti per non ripetermi e ricreare spazi per chi non ne ha. Da quando scrivevo per Popster, per poi passare ai televisivi Be Bop a Lula, Roxy Bar ed Help ho sempre dato spazio ad artisti emergenti. E purtroppo sono rimasto l’unico. Oggi un artista emergente che scrive canzoni non ha la possibilità di promuoverle: non in radio, non in tv e non nei locali che accolgono solo cover band. E’ un dramma, anche perché ricevo tante richieste e non riesco a soddisfarle tutte.

Prima di assumere il moniker di Red Ronnie e di tuffarti nel mondo musicale svolgevi il ruolo del travet per una banca. E’ stato il radicalismo punk a spronare la tua metamorfosi?

La mia rivoluzione avviene a causa di un effetto collaterale del punk che molti campi ha condizionato oltre la musica. Ha rivoluzionato anche il modo di fare giornalismo, generando la nascita delle fanzine (contrazione di fanatic «appassionato» e magazine «rivista»: pubblicazioni create dagli appassionati, nda). Il mio punto di riferimento è stato Mark Perry, il fondatore di “Sniffin Glue” (prima storica fanzine sul punk, nda). Da lui ho mutuato l’idea di creare una fanzine mia, spinto anche dalla delusione di leggere una recensione di Popster che riteneva un disco dei “Damned”, che io adoravo, un’accozzaglia di rumori. Il mio giornale, “Red Ronnie’s Bazaar”, è nato da questi impulsi. Poi ho mandato la fanzine a Popster e sono stato chiamato a scrivere per loro. Questo è stato l’effetto collaterale del punk.

C’è un movimento musicale, oggi, che incarna una proposta forte e trascinante come quella punk?

No, alla musica è stata tolta importanza. La musica è cultura giovanile e oggi serve avere ragazzi ignoranti e, per avere ragazzi ignoranti bisogna avere idoli ignoranti. Prima gli artisti cantavano di debito dei Paesi poveri, di apartheid, di aspetti sociali. Negli anni ’60 si intonavano inni contrari alla guerra in Vietnam e si auspicavano pace e fratellanza nell’Era dell’Acquario. Per togliere importanza alla musica basta renderla scaricabile gratuitamente e sostituire gli idoli musicali con altri idoli. Sulle copertine dei giornali non appaiono più Jimi Hendrix e Bono ma Paris Hilton e Balotelli: insomma siamo passati dalla sostanza alla forma. E’ uno sfacelo, la deculturazione è compiuta.

Ritieni che questa assenza di contenuti sia persuasiva per i molti che pagano profumatamente il biglietto per assistere ai concerti dei soliti big? Il paradosso è che i ragazzi partecipano a spettacoli di ultrasessantenni che hanno già detto tutto e propongono canzoni scritte 40 anni fa. Cosa serve all’indie per ricevere il giusto credito?

Fare musica, ricevere gli spazi. Non esiste musica di “serie A” e “musica di serie B”: esiste la musica che dona emozioni. Come ad esempio Valerio Scanu – ritenuto al di sotto del profilo culturale delineato da la Feltrinelli – che suscita più emozioni nei suoi fan di molti gruppi indie a cui proprio la Feltrinelli stende i tappeti rossi (di recente il “caso Scanu” è stato motivo di polemiche tra Red Ronnie e la più grande catena italiana di distribuzione di libri e musica, nda). Per questo credo che chi non vende dischi si giustifichi affermando di fare musica alternativa e quindi intelligente: la realtà è che non vendi perché fai musica di merda. Nel mio percorso ho incontrato Sex Pistols, Damned, Throbbing Gristle, Dead Kennedys, ma quando ho incontrato i Duran Duran ho dato spazio alla loro musica perché la ritenevo valida e per questo sono stato molto attaccato. Ho riconosciuto in Jovanotti, quando cantava “Gimme Five” (1988, nda), delle potenzialità incredibili mentre gli altri credevano fosse “lo scemo del villaggio”. I censori dell’epoca, oggi sono diventati i suoi incensatori. Ho sempre concesso spazio a tutti e ho sempre dato l’opportunità a tutti di esprimere se stessi. Ricevo delusioni ma anche piacevoli scoperte come Emma Marrone. In lei, che usciva da un talent show (Amici, nda), nutrivo riserve, adesso la trovo un po’ una Vasco al femminile.

redronnieIl Roxy Bar sei tu. Ipotizziamo, ad un certo punto, che la conduzione del programma debba passare ad altri. Chi, secondo te, potrebbe assumere le redini del programma?

Nessuno. Faranno un altro programma e non sarà Roxy Bar. Rispondo negativamente a chi mi chiede se ho tutelato il progetto registrandolo come format. Roxy Bar non è un format, è un programma atipico che non ha scaletta. Nina Zilli, quando ancora era Chiara Fraschetta, nel 2000 ha presentato con me il programma. Recentemente è tornata in trasmissione ed è rimasta sorpresa nel vedermi utilizzare ancora un foglietto striminzito per quattro ore di programma invece che, come ha potuto constatare lei per altre trasmissioni di soli 20 minuti, una scaletta da 40 pagine!

Il Roxy Bar è in me, perché in me sono le dinamiche da bar. Come per Vasco che ha inserito in “Vita spericolata” il verso “E poi ci troveremo come le star a bere del whisky al Roxy Bar” per dire che in quei locali di provincia il comportamento non può che essere genuino e all’insegna dell’uguaglianza, dove si annullano le distanze tra le classi sociali e tutti parlano allo stello livello di sport, donne e qualsiasi altro argomento. E così è fatto il mio programma, ecco perché è apprezzato da Elvis Costello a Tori Amos, da Daryl Hall e John Oates che lo considerano il più bel programma del mondo proprio per libertà di espressione musicale. Oggi ho meno ospiti internazionali perché gli artisti hanno meno soldi da destinare alla promozione e io non ho di certo fondi da impiegare per le trasferte.

A questo punto  dell’intervista telefonica, Red Ronnie riceve su un altro cellulare una telefonata che lo distoglie per tre minuti.

“Eccomi qui da te. Il Rouge ha fatto un intervento strepitoso!”

All’oscuro della vicenda, chiediamo se ha voglia di commentare l’entusiasmo per la telefonata ricevuta da Enrico Ruggeri.

“C’è che questi arroganti credono di essere in possesso di ciò che è di cultura. In realtà sono soltanto quelli che Andy (Andrea Fumagalli, ex Bluvertigo, nda) ha definito con una bellissima frase “i comunisti vista mare”. Sono queste persone che in nome della cultura vanno soltanto a caccia di soldi perché vogliono la vista mare. E faccio anche dei nomi e degli esempi. Uno come Santoro (Michele, conduttore di Servizio Pubblico, nda) che fa tanto il populista, quello di sinistra, ecc., poi dopo prende una villa costruita abusivamente e grazie alle conoscenze la fa bonificare e quando fuori da casa sua vede una troupe, che tra l’altro era della Protezione Civile e che doveva fare dei filmati, manda a chiamare i Carabinieri perché sente violata la sua privacy. Lui, che manda le telecamere dappertutto!”. A questo punto ci preme precisare che Michele Santoro ha avuto modo, già nell’ottobre 2009, di smentire e chiarire definitivamente la falsa notizia che riguardava l’immobile, fornendo prove documentali e inviando un messaggio ancora visibile sul sito della Rai (link http://www.rai.tv/dl/portali/site/news/ContentItem-a637ddc1-db3d-4d89-8400-b00829d93ac9.html) e sul sito Positano News (http://www.positanonews.it/pdf/articolo/103484/casa-acquistata-ad-amalfi-e-condono-michele-santoro-scrive-a-positanonews-in-risposta-a-il-giornale).

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“Comunista vista mare è Fazio che fa l’alternativo con i milioni di Euro in tasca. Questi sono i comunisti vista mare. Poi pensano che la cultura sia un fatto esclusivo della sinistra e decidono chi è “in”, chi può entrare e chi non può entrare, perché fa figo.

Io sono un anarchico, ma sono stato etichettato di volta in volta come socialista perché mi candidai da indipendente, perché mi avevano offerto l’opportunità di andare a difendere i ragazzi in Parlamento. Risulto di destra perché quella che credevo un’amica, Letizia Moratti, mi ha chiesto di darle una mano per la sua campagna elettorale, per la sua campagna come Sindaco, e al comune di Milano come consulente per l’immagine. Mi sembra di aver fatto un buon lavoro di cui ne sta usufruendo anche il sindaco di adesso (Giuliano Pisapia, nda). Però sono etichettato, sono quello di destra. Io che sono anarchico. Io fin da allora, fin dal movimento studentesco non ero ne per “Potere Operaio” ne per “Lotta Continua”, io ero anarchico e la mia bandiera era rossa e nera, pure perché tenevo il Milan da piccolino. Mi piacevano queste ideologie, di socialismo puro, di responsabilità sociale.

Enrico Ruggeri subisce questa emarginazione, a lui non danno il “Premio Tenco”. Tu dimmi se Enrico Ruggeri non merita, come autore, il “Premio Tenco”, no? Perché non è allineato con quella che è la cultura con la “k” di sinistra. Questi giornalisti pseudo di sinistra che difendono gente pseudo di sinistra, discorsi pseudo di sinistra, in realtà l’unica cosa che vogliono sono soldi, fama e potere come gli altri.

E da cosa è stato discriminato Enrico Ruggeri?

Da “Le Invasioni Barbariche”, gli hanno cancellato la partecipazione a “Le Invasioni Barbariche” condotto da una “comunista vista mare” che è la Daria Bignardi. Una che quando parla di Vincenzo Muccioli (fondatore della Comunità di San Patrignano, nda) non dice che ha salvato … Lei, che ha un suocero accusato di complicità in omicidio (Red Ronnie parla di Adraino Sofri, condannato quale mandante dell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi) accusa Vincenzo Muccioli di essere complice di un omicidio, lei! Dovrebbe solo stare zitta, invece no! Vincenzo Muccioli che ha salvato migliaia di vite. Sono cose molto brutte. Però, devi sapere che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e che ogni atto, azione che tu crei genera delle reazioni che tu non vedi, delle onde. Lanci come dei boomerang che tornano indietro e non sai da che parte arrivano e non sai se ti arrivano in questa o nella prossima vita, quindi io non mi arrabbio neanche. Mi dispiace per loro perché poi pagano e molto duramente. Esiste una giustizia che chiamano divina, chiamala karma, chiamala come vuoi ma esiste comunque la giustizia.

Red, sei uno che si assume dei rischi, uno che fa delle affermazioni a cuor leggero o comunque senza filtri. Mi hai fatto ricordare la testimonianza offerta da Fiorella Mannoia che cita Lucio Dalla: “Un artista è il rischio che corre”. C’è secondo te …

Ma difatti tu stai parlando … Vedi, prima mi ha chiamato Enrico Ruggeri e hai citato Fiorella Mannoia. Se tu cerchi su Twitter, ti rendi conto che gli unici tre che fanno dei tweet con del contenuto, prendendosi dei rischi, siamo noi tre. Non vedi degli artisti che prendono delle posizioni. Io non li vedo. Un artista ha il dovere di informare, ha il dovere di fare controinformazione visto che gli viene dato uno spazio sui media. La Mannoia, ad esempio, si preoccupa dell’arte, di Sankara (Thomas Isidore Noël Sankara, presidente del Burkina Faso ucciso durante un colpo di stato nel 1987. A lui, Fiorella Mannoia ha dedicato l’album “Sud” pubblicato nel 2012, nda), si mette in gioco. Enrico Ruggeri, si è messo in gioco adesso.

Poi ci sono artisti che stimo e che si prendono rischi in altra maniera, più defilata. Jovanotti è uno più understatement, ma è uno che quando c’è bisogno entra in gioco. Vedi con Chico Forti (Enrico Forti, detto Chico, condannato per omicidio negli USA e detenuto in Florida dal 2000, nda) per farti un esempio. Si espone in maniera molto più, probabilmente molto più intelligente. Io sono più un animale, io sono istintivo, un animale. 

Smetterai mai il tuo “nome d’arte” per tornare Gabriele Ansaloni?

No, io ormai sono Red Ronnie. Sono molto legato a questo nome per vari motivi: per come è nato, per la persona che era con me quando l’ho deciso, per tante cose. No, assolutamente, non mi pongo questo problema.

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