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LSDmagazine alla scoperta del Blues Tale della Alex Usai Band

6 Apr 2014 | Nessun Commento | 1.172 Visite
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Il jazz è quel genere di musica dove le jam sessions e le contaminazioni tra i diversi generi afferenti allo stessa matrice la fanno spesso e volentieri da padrone e questo lo si evince dalla band protagonista dell’articolo, la Alex Usai Blues Band: gli esponenti del gruppo (Alex Usai, voce e chitarra, Alberto Gurrisi, hammond, Ivo Barbieri, basso, voce, Martino Malacrida, batteria), non a caso, sono quattro giovani musicisti provenienti da importanti e diverse collaborazioni, sia passate che in corso, accomunati dalla stessa passione per la musica afro-americana da cui discendono il jazz e i suoi derivati (blues, funky, soul, gospel, r&b, rock’n’roll) pur se il loro genere di riferimento è il blues. Tutto questo è stato condensato nel loro album d‘esordio, Blues Tale, contenente sette brani inediti più un paio di cover tra cui la celebre All You Need Is Love, di Mc Cartney e company, un brano senza tempo trasformato in un’emozionante rock ballad, ed una rivisitazione più elettrica –  ma comunque a suo modo fedele all’originale – di Britta’s Blues del chitarrista jazz statunitense Anthony Wilson il cui sound nella rivisitazione della band verte sul jazz-side dei due solisti, organo e chitarra, che esprimono la loro voce più intima e la loro anima a metà tra il jazz e il blues.

Blues Tale è, invece, non solo il titolo dell’album ma anche il brano che fa da apripista: è un breve racconto in stile fumettistico (al pari della copertina dell’opera) che presenta i componenti della band e il cui sound si rifà alle sonorità degli anni passati snodandosi tra blues, jazz e rock’n’roll, si prosegue con No More Sunny Days For Me, brano ispirato ai grandi maestri attuali della chitarra come Robben Ford e Robert Cray, per poi accedere a Follow Me, ove sembra di assistere ad una sorta di inseguimento in cui i vari strumenti entrano in gioco uno dopo l’altro come in una sorta di inseguimento filmico. Dopodiché tocca alla ballad di I’m Not Wide Awake con un’impronta tra il progressive e il rock psichedelico, alla speranzosa Hope dove la chitarra acustica la fa da padrona cercando di dare respiro al brano con un suono caldo e vibrante. Fino a incontrare il pop di Mr Man, una dichiarazione di nuova consapevolezza musicale espressa con un linguaggio semplice, allegro e spensierato e concludersi con Tilly una ballad strumentale, dotata di atmosfera soft e riflessiva che incalza sul finale dove la chitarra e la batteria dialogano fino a sfumare, a mo’ di saluto per chi ha ascoltato il disco intero.

blues-tale5Noi di LSDmagazine non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di intervistare il leader Alex Usai a proposito dell’album, e non solo:

“Blues Tale” è il vostro album d’esordio: ci racconti un po’ come è nato?

Blues Tale nasce da anni di live, suonati da quatto musicisti che umanamente e musicalmente si ritrovano nello stesso percorso musicale. Sette le composizioni scritte da me e arrangiate dagli altri componenti della band, che negli anni hanno preso sempre più forma e carattere.

Se si potessero dare degli aggettivi per connotare l’album, quali sarebbero?

L’opera è piuttosto eterogenea, risultato delle nostre esperienze musicali passate, un pasticcio di generi. Il nostro album è diretto, emotivo, a tratti ricercato e basato sull’intesa dei musicisti. Gli assoli sono stati tutti improvvisati e registrati al momento, con un approccio “jazzistico”, al servizio di altri generi musicali.

In Blues Tale ci sono due cover: la beatlesiana All You Need Is Love e Britta’s Blues del musicista jazz Anthony Wilson. Eravate partiti con l’idea di fare queste due cover già in partenza o ci sono stati degli scarti o delle scelte che vi hanno portato all’inclusione di questi 2 pezzi a discapito di altri?

Nessuno scarto. Nei live ci sono anche altre cover ma il pezzo dei Beatles è stato profondamente riarrangiato, è stata una folgorazione. Sono entrambi pezzi che amiamo molto e che uniscono i nostri gusti musicali con la nostra ispirazione.

Hai aperto in passato, col tuo precedente gruppo, i concerti di stelle conclamate del panorama jazzistico internazionale come Maceo Parker, Dee Dee Bridgewater, Chaka Khan e altri. Quale è stato il concerto più memorabile? C’è qualche particolare aneddoto legato a qualcuno di essi?

I concerti di questi artisti meravigliosi li ho aperti con un’altra formazione di musicisti incredibili, i “Foundaction” (sarà anche presto pronto il nuovo disco), gruppo con il quale ho partecipato a diverse edizioni di Umbria Jazz. Come concerto memorabile ricordo quello dei Tower of Power, un’emozione suonare insieme a coloro che rappresentano così bene il nostro modo di concepire la musica. Di aneddoti ce ne sarebbero tanti…ricordo l’emozione di suonare prima dei Towe of Power, era talmente tanta che quando hanno chiamato loro sul palco sono salito anche io…

Fino a non molto tempo fa si considerava il jazz musica di nicchia. Pensi che possa sussistere ancora questa definizione oppure anche il jazz si è in qualche modo “commercializzato”?

Il concetto di musica di nicchia si crea perché la discografia non vuole spingere sui prodotti di alta qualità. Il jazz non è musica di nicchia perché non può essere capito, diventa di nicchia quando è relegato ai margini e non si vuole spingere per renderlo popolare.

Siete già in tour o in procinto di iniziarlo? Vi potremo ammirare anche in Puglia?

Stiamo costruendo il tour e le date.  Come sapete, facciamo tutto da soli, quindi ci stiamo muovendo e qui non possiamo negare la fatica…perché in Italia ci sono meccanismi molto strani a riguardo. Certamente ci piacerebbe girare tutto il Belpaese.

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