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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Lsd speciale Euro2008: Francia e Italia

3 Giu 2008 | Nessun Commento | 3.298 Visite
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Svizzera

E’ il momento di presentare le due favorite alla vittoria finale. Italia e Francia, ultime finaliste del mondiale 2006. Giocheranno in Svizzera la prima partita il 9 giugno, l’Italia affronterà l’Olanda, mentre i transalpini se la dovranno vedere con gli insidiosi romeni (calendario).

FRANCIA

Henry

I ventitre – Portieri: Steve Mandanda, Sébastien Frey, Grégory Coupet. Difensori: Jean-Alain Boumsong, Eric Abidal, William Gallas, Patrice Evra, François Clerc, Lilian Thuram, Sébastien Squillaci, Willy Sagnol. Centrocampisti: Patrick Vieira, Claude Makelele, Florent Malouda, Samir Nasri, Jérémy Toulalan, Lassana Diarra, Franck Ribéry. Attaccanti: Nicolas Anelka, Karim Benzema, Sidney Govou, Thierry Henry, Bafetimbi Gomis.

 La squadra – Si tratta di una delle rappresentative favorite per la vittoria finale, se non, sulla carta, addirittura la più forte: una difesa granitica, nella quale spicca la classe di Abidal, Gallas e Evra; un centrocampo costituito da grandi incontristi e superbi fantasisti tra tutti Frank Ribery; e un attacco che può contare su Thierry Henry e sull’astro nascente Karim Benzema. Eppure, diverse e preoccupanti possono essere le incognite riguardanti l’eccessivo protagoismo del Ct Domenech, che ha lasciato a casa indubbi campioni come Mexes, nonché uno degli attaccanti più forti al mondo come David Trezeguet (20 goal quest’anno nel campionato italiano), guarda caso entrambi militanti in compagini italiane. Che l’Italia non sia per Domenech la nazione più simpatica possiamo capirlo, visto la sconfitta nella finale del 2006, e che rappresenti un incubo ancora vivo ci appare evidente dalle dichiarazioni spesso irriguardose pronunciate dal tecnico ai danni dei nostri giocatori. E proprio l’Italia sarà l’avversario più pericoloso per la compagine transalpina in un girone di ferro dove le quattro squadre (oltre l’Italia, Olanda e Romania) sin dalla prima partita non potranno permettersi colpi a vuoto.

Voto alla squadra: 8
Voto ai singoli: 8

Michel Platini

Brevi cenni storici – Fino agli anni Cinquanta la Nazionale francese non ottenne risultati notevoli. La prima partita dei bleus risale al 1904 contro il Belgio e terminò 3-3. La selezione partecipò a tutte e tre le edizioni della Coppa del mondo precedenti alla seconda guerra mondiale. Nel 1930 Lucien Laurent segnò il primo gol nella storia dei Mondiali, in una vittoria per 4-1 contro il Messico. Nel 1938 la Francia giunse ai quarti di finale del Mondiale disputato in casa.
Terminata la guerra, la situazione migliorò e nel campionato del mondo 1958 la Francia fu sconfitta soltanto in semifinale dal Brasile, dopo aver patito l’infortunio del difensore centrale Robert Jonquet e la tripletta di Pelè. In quel torneo i transalpini si piazzarono terzi, sconfiggendo la Germania per 6-3 nella finale per il terzo posto. L’attaccante Just Fontaine in 6 partite realizzò ben 13 gol, cifra che rappresenta ancora oggi un record per la fase finale di un Mondiale. In quel periodo l’ossatura della squadra era composta in gran parte da giocatori o ex giocatori del forte Stade de Reims come Raymond Kopa, Robert Jonquet, Roger Marche e Just Fontaine, cui si aggiungeva Roger Piantoni.
Il terzo posto ai Mondiali svedesi fu comunque un traguardo isolato, dato che nel ventennio seguente i galletti avrebbero collezionato soltanto eliminazioni al primo turno o addirittura mancate qualificazioni alla fase finale dei Mondiali e degli Europei. Nella prima edizione degli Europei la Francia giunse tra le prime quattro, ma nella fase finale a quattro squadre che si teneva in casa dovette fare a meno di Fontaine, autore di cinque reti tra ottavi e quarti che si erano svolti in partite di andata e ritorno, e perse così la semifinale contro la Jugoslavia per 5-4. Nella finale per il 3° e 4° posto fu superata dalla Cecoslovacchia per 2-0.
Negli anni Ottanta vi furono notevoli progressi, grazie a giocatori come Michel Platini, Dominique Rocheteau, Marius Trésor, Alain Giresse e Luis Fernandez. I bleus arrivarono quarti ai Mondiali del 1982 (con il CT Michel Hidalgo) e terzi ai Mondiali del 1986 sotto Henri Michel, venendo sconfitti in entrambe le occasioni in semifinale dalla Germania Ovest. Nel frattempo la Francia del CT Hidalgo vinse il suo primo titolo europeo nell’edizione del 1984 giocata in casa, battendo in finale la Spagna per 2-0.
Nel 1988 Michel Platini divenne il nuovo CT della Francia e dichiarò di voler puntare su Éric Cantona e Jean Pierre Papin come leader della squadra. I Bleus non riuscirono, tuttavia, a tener fede alle aspettative, mancando l’approdo al campionato d’Europa 1988, malgrado la Francia fosse campione d’Europa uscente. Nell’agosto 1988 Cantona offese l’allenatore in diretta televisiva e fu per questo sospeso dalla Nazionale per un anno. Fallita la qualificazione ai Mondiali 1990 (eliminata da Jugoslavia e Scozia), i bleus delusero al campionato d’Europa 1992 in Svezia, non riuscendo a vincere nessuna partita. Al posto del dimissionario Platini fu ingaggiato Gérard Houllier, deciso a rilanciare la squadra.
L’era Houiller, però, si rivelò fallimentare, chiudendosi con la mancata qualificazione alle fase finale del campionato del mondo 1994. Inserita in un girone comprendente anche la Svezia, la Francia fu eliminata dopo l’ultima partita delle qualificazioni, battuta clamorosamente in casa per 2-1 dalla Bulgaria, quando un pari sarebbe stato sufficiente per accedere ai Mondiali statunitensi. Fu curioso ciò che alcune testate giornalistiche francesi scrissero all’indomani della sconfitta con la Bulgaria che costò loro la qualificazione ai Mondiali del 1994: “Francia qualificata ai Mondiali del ’98”, alludendo alla certezza d’essere presenti ai Mondiali successivi (del 1998, appunto) che avrebbero ospitato in casa.
Nel dicembre 1993 Houiller fu rimpiazzato da Aimé Jacquet, assunto inizialmente in maniera provvisoria, poi in modo definitivo dopo una serie di confortanti vittorie in amichevole, tra cui quella contro l’Italia a Napoli nel febbraio 1994. Jacquet iniziò a ricostruire la squadra in vista del campionato d’Europa 1996 da disputarsi in Inghilterra e nominò Cantona capitano. Il giocatore aveva ricominciato a giocare bene in Premier League, ma, dopo un calcio ad un tifoso del Crystal Palace nel gennaio 1995, fu squalificato per un anno da tutte le competizioni internazionali.
Dovendo sopperire all’assenza di Cantona, vero fulcro del centrocampo transalpino, il CT mise mano ad un’opera di radicale cambiamento della rosa. Escluse le storiche “bandiere” Cantona, Jean-Pierre Papin e David Ginola, modellò la formazione titolare attorno al giovane di talento Zinédine Zidane. Le scelte di Jacquet non furono sempre popolari, ma valsero alla Francia la qualificazione per il campionato d’Europa 1996. Nel torneo i blues raggiunsero le semifinali, dove furono sconfitti ai tiri di rigore dalla Repubblica Ceca. Si trattava del miglior risultato della Francia dal campionato del mondo 1986. Jacquet si disse soddisfatto di come la squadra si era comportata essendo priva di Cantona e dichiarò di voler proseguire il progetto iniziato con quei giocatori. Nei quattro anni successivi la Francia fu artefice di grandi affermazioni internazionali in virtù dell’apporto di campioni come Zidane, Deschamps, Vieira, Henry, Desailly, Trezeguet, Blanc, Karembeu, Makélélé, Djorkaeff e Barthez. I transalpini si presentarono ai Mondiali 1998 da padroni di casa. Dopo aver brillantemente superato la prima fase, i bleus batterono nell’ordine Paraguay (ottavi, con un golden gol di Blanc), Italia (quarti, ai rigori), Croazia (semifinale, 2-1 con doppietta di Thuram). Nella finale dello Stade de France del 12 luglio travolsero per 3-0 il Brasile campione del mondo uscente.

Campioni del mondo 1998

Due anni dopo la Francia di Roger Lemerre – che aveva sostituito Jacquet dopo la vittoria al Mondiale – vinse gli Europei di Belgio-Olanda. Superata la semifinale contro il Portogallo grazie ad un contestato rigore di Zidane all’ultimo minuto dei tempi supplementari, i Bleus prevalsero sull’Italia per 2-1 al golden gol nella finale di Rotterdam, realizzando in tal modo un’accoppiata Mondiale-Europeo riuscita prima solo alla Germania Ovest negli anni Settanta, sebbene a parti invertite (prima la vittoria nell’Europeo del 1972 e poi quella del Mondiale del 1974).
Data assieme all’Argentina e all’Italia come una delle pretendenti alla vittoria dei Mondiali 2002, la squadra venne eliminata in maniera clamorosa al primo turno della competizione. Fu estromessa, al pari dell’Uruguay, dall’esordiente Senegal (vittorioso per 1-0 contro i francesi nella prima partita della competizione) e dalla Danimarca, senza segnare neanche un gol.
Anche a Euro 2004 la Francia, questa volta guidata da Jacques Santini, era tra le favorite per la vittoria finale, ma fu battuta ai quarti di finale per 1-0 dalla Grecia, la quale poi vinse a sorpresa l’Europeo.
Dopo il doppio fallimento mondiale e continentale, la Francia del nuovo CT Raymond Domenech iniziò le qualificazioni per i Mondiali 2006 molto male, ma riuscì a centrare ugualmente la qualificazione grazie al ritorno in squadra dei giocatori più esperti, che in precedenza avevano più volte annunciato il ritiro dalla Nazionale.
Ai Mondiali di Germania la Francia, sulle cui possibilità di ben figurare alla rassegna aleggiava un diffuso scetticismo, raggiunse la finale contro l’Italia, venendo però sconfitta ai rigori. Prima della sconfitta nell’atto conclusivo la squadra transalpina aveva disputato una fase a gironi opaca, arrivando seconda nel Girone G vinto dalla Svizzera grazie a due pareggi contro gli elvetici e la Corea del Sud e conquistando la qualificazione soltanto dopo la vittoria nell’ultimo match contro il Togo. Agli ottavi di finale sconfisse poi la Spagna, favorita alla vigilia, per 3-1 (gol di Ribery, Vieira e Zidane), mentre ai quarti fu capace di eliminare il Brasile campione del mondo in carica (1-0 con gol di Henry). In semifinale superò il Portogallo per 1-0 (rete su rigore ancora di Zidane), e guadagnò la finale di Berlino. Qui fu superata dall’Italia per 5-3 ai calci di rigore dopo l’1-1 dei tempi regolamentari e supplementari, con gol di Zidane su rigore e pareggio di Materazzi. Lo stesso Zidane fu espulso durante i supplementari a causa di una testata a Marco Materazzi dopo un diverbio. Essendo la finale con l’Italia terminata 1-1 dopo i tempi supplementari, la Francia, come l’Italia, rimase comunque imbattuta ai Mondiali di Germania.

ITALIA

Campioni del Mondo

I ventitre – Portieri: Gianluigi Buffon, Marco Amelia, Morgan De Sanctis. Difensori: Christian Panucci, Fabio Grosso, Giorgio Chiellini, Alessandro Gamberini, Andrea Barzagli, Gianluca Zambrotta, Marco Materazzi, Centrocampisti: Gennaro Gattuso, Daniele De Rossi, Massimo Ambrosini, Mauro Camoranesi, Simone Perrotta, Andrea Pirlo, Alberto Aquilani.Attaccanti: Alessandro Del Piero, Luca Toni, Antonio Di Natale, Marco Borriello, Fabio Quagliarella, Antonio Cassano.

La squadra – Il compito di Donadoni non sarà dei più semplici, anzi,  gravato da una pesante eredità, dovrà difendere il titolo di campione del mondo. Le difficoltà maggiori risiederanno proprio in quello che era il reparto di punta della nazionale, reparto che ha garantito il trionfo mondiale, la difesa. “Il muro di Berlino”, così definito da Gianluigi Buffon, non sarà in campo nei prossimi europei: Nesta ha detto basta alla nazionale, Cannavaro si è infortunato e verrà sostituito da Gamberini e, con tutto il rispetto  per Barzagli, e senza alcun rispetto per Materazzi, crediamo che costoro non siano in grado di dare le medesime garanzie al reparto. Per fortuna c’è Buffon! Il mitico portiere si ergerà a difesa della porta e di sicuro non sarà impresa facile per gli avversari superarlo. Un centrocampo piuttosto asciutto e con l’atavica assenza di ali, proverà ad imporsi agli affersari soprattutto nel sostengo ad un attacco mai così forte: Luca Toni, re del goal in Germania, Totò di Natale, 18 goal nel campionato italiano, Borriello e Cassano, eroi della Genova calcistica e soprattutto un ritrovato Del Piero, capocannoniere della serie A. Su Alex l’azzurro non ha quasi mai brillato, ma noi crediamo che questa sia la stagione buona, o meglio ci speriamo, visot che avremo bisogno della sua classe per avere la meglio in un girone tutt’altro che facile. Ma Alex va inserito in un modulo che gli permetta di giocare come seconda punta, sarebbe un errore (quello dei ct precedenti) disporlo come ala sinistra. Dunque per DOnadoni sarà difficile scegliere in favore del capitano bianconero o in favore del modulo che ha portato l’Italia a questo europeo.

Alessandro Del Piero

Voto squadra: 8
Voto singoli: 7,5

Brevi cenni storici – La Federazione Italiana Giuoco Calcio nacque nel 1898, e si concretizzò nel 1910, quando contro la Francia, il 15 maggio all’Arena Civica di Milano la Nazionale italiana giocò il primo incontro della sua storia. Per la cronaca, l’Italia vinse 6-2 e il primo gol italiano fu segnato da Pietro Lana che, nell’occasione, realizzò una tripletta.
A dispetto del fatto che l’ossatura fosse basata sui giocatori della Pro Vercelli, ovvero la miglior squadra italiana del momento, i risultati tardarono ad arrivare e alla prima uscita ufficiale, il torneo calcistico dei Giochi Olimpici di Stoccolma nel 1912, l’Italia, guidata per la prima volta da Vittorio Pozzo fu eliminata al 1° turno.
Si dovette attendere il 1920 e la fine della Grande Guerra per rivedere l’Italia in un torneo ufficiale, ancora i Giochi Olimpici, quelli di Anversa. Progressi se ne videro, giacché gli Azzurri giunsero ai quarti di finale. Stesso risultato quattro anni dopo a Parigi.
Nel 1928, dopo l’esordio nella neonata Coppa internazionale, l’Italia si presentò con fondate speranze di far bene al torneo calcistico dei Giochi Olimpici di Amsterdam. In effetti gli azzurri, dopo aver superato il girone di qualificazione, sconfissero la Francia negli ottavi di finale (4-3, rimontando da 0-2) e la Spagna nella ripetizione dei quarti, qualificandosi così alle semifinali dove si dovettero fermare di fronte ai campioni olimpici uscenti dell’Uruguay, che vinsero 3-2.
Per iniziativa di Jules Rimet, l’allora presidente della FIFA, nacque il Campionato del mondo di calcio, competizione riservata alle squadre nazionali. Fu decisa la cadenza quadriennale, sulla falsariga delle Olimpiadi, e si stabilì che il torneo si sarebbe giocato negli anni pari non olimpici. La prima nazione a ospitare il campionato fu l’Uruguay, nel luglio del 1930. Ma l’Italia non partecipò a tale edizione del campionato per via del lungo viaggio transoceanico da affrontare ed anche per via di un certo snobismo delle nazioni europee nei confronti di tale torneo.
Ciononostante, in quel decennio l’Italia si fece conoscere come una delle nazionali più forti del mondo, facendosi valere dovunque e vincendo in sequenza il campionato del mondo del 1934, il torneo di calcio olimpico del 1936 e, di nuovo, il campionato del mondo del 1938, a spese di nazionali prestigiose come Ungheria, Austria, Cecoslovacchia, Francia e perfino Brasile. Il giocatore di maggior spessore di quella squadra era senza dubbio il milanese Giuseppe Meazza, fuoriclasse assoluto con la palla tra i piedi e antesignano del bon-vivant e donnaiolo fuori dal campo. A guidare la squadra un vecchio tenente degli Alpini, il monarchico Vittorio Pozzo, piemontese tutto d’un pezzo con l’etica del lavoro e del sacrificio, che da Commissario Unico riuscì a far primeggiare la Nazionale dovunque.
Pochi anni dopo il calcio tornò a fermarsi per la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante il regolare svolgimento del campionato italiano, tra alti e bassi, fino al 1943, la Nazionale giocò solo tre incontri fra il 1940 e il 1942 prima della Liberazione.
Dal punto di vista sportivo la scomparsa del grande Torino, causa il disastro aereo di Superga nel 49, fu un vero colpo per la Nazionale post bellica: privata degli elementi migliori, non vi fu modo di mettere in piedi una squadra competitiva per i campionati brasiliani del 1950. La Svezia ebbe gioco facile a battere l’Italia e ad eliminarla dal torneo già dalla prima partita. Iniziò così un periodo buio per la nazionale italiana: eliminata al primo turno ai mondiali del 1954 in Svizzera, addirittura non si qualificò per quelli in Svezia del 1958, avendo perso in fase eliminatoria contro l’Irlanda del Nord.
La crisi iniziata negli anni Cinquanta non fu completamente superata nel decennio successivo, ma si posero le basi per una ripresa del movimento calcistico italiano a livello internazionale (aiutate anche dalle vittorie delle squadre di club nelle competizioni europee, in particolare la Fiorentina, prima finalista italiana nella Coppa dei Campioni del 1957 e vincitrice nella prima edizione della Coppa delle Coppe del 1961 e il Milan nella Coppa dei Campioni del 1963).
Comunque, gli Azzurri si qualificarono per il sesto campionato del mondo, in programma nel 1962 in Cile. Purtroppo fu una spedizione mal gestita, che iniziò sotto le peggiori premesse e finì, se possibile, anche peggio di come si paventava. Un’incauta stampa italiana fece pesanti apprezzamenti sulla situazione cilena e sul degrado di molte realtà sociali di quel Paese, cosa questa che indispettì i Cileni. A complicar le cose, un sorteggio che mise l’Italia di fronte a Svizzera, Germania Ovest e lo stesso Cile: mentre gli azzurri pareggiarono 0-0 con i tedeschi, il Cile batté gli elvetici 3-1, rendendo la partita successiva, Italia-Cile, un autentico spareggio: la partita fu infiammata nei giorni antecedenti da questioni politiche e sociali. L’incontro tra italiani e sudamericani si contraddistinse per violenza e incompetenza arbitrale (la famosa Battaglia di Santiago). L’Italia dovette subire un arbitraggio casalingo e finì la partita in nove uomini (espulsioni di Ferrini e David) perdendo 2-0, mentre a nulla valse la vittoria successiva sulla Svizzera.
La squadra che andò ad affrontare il settimo campionato del mondo nel 1966 in Inghilterra era forse la più forte degli ultimi anni, ma se quattro anni prima si poté invocare ad attenuante per l’eliminazione il brutto clima creato a seguito delle improvvide dichiarazioni della stampa italiana, in Inghilterra si dovette fare il mea culpa per scelte sbagliate e ambigui rapporti di potere in seno alla Federazione. Inserita probabilmente nel girone più facile con URSS, Cile e Corea del Nord, l’Italia vinse 2-0 nell’esordio-rivincita contro i sudamericani, ma perse 1-0 dai sovietici. La partita con la Corea del Nord divenne determinante e sarebbe bastato un pareggio per la qualificazione ai quarti. Invece, nonostante la squadra asiatica fosse nettamente sfavorita, la partita divenne quasi subito difficile dopo che il regista italiano Giacomo Bulgarelli dovette uscire per un grave infortunio al ginocchio e la squadra rimase in 10 (il mondiale inglese fu l’ultimo per il quale non furono possibili sostituzioni). Gli azzurri non riuscirono a segnare mentre alla fine del primo tempo il nordcoreano Pak Doo Ik segnò un gol che gli italiani non seppero rimontare, condannando così la squadra azzurra alla più cocente umiliazione sportiva della sua storia.
Nel 1960 vide la luce il primo campionato d’Europa per nazioni, organizzato dall’UEFA. L’Italia ne ospitò la terza edizione, quella del 1968, che vide nella fase finale a quattro anche l’Inghilterra (campione del mondo in carica), la Jugoslavia, e l’URSS. L’Italia si qualificò a questa edizione degli Europei senza alcun problema, riuscendo nell’impresa di portarsi in finale contro gli jugoslavi. Fu una partita assai sofferta e si ottenne soltanto un pareggio per 1-1 (con gol dello stesso Dzajic e di Angelo Domenghini), così si dovette procedere alla ripetizione della finale, ma questa seconda partita ebbe un esito ben diverso e vide l’Italia trionfare con un rotondo 2-0 (grazie a Riva e Anastasi) che diede all’Italia il suo primo e, per ora, unico trofeo continentale.

Italia-Germania 4-3

L’ottavo campionato del mondo, che si svolse in Messico nel 1970, fu quello che, nonostante la mancata vittoria, segnò il ritorno dell’Italia ai vertici del calcio mondiale. È tuttora noto per la semifinale Italia – Germania Ovest, che molti ribattezzarono “la partita del secolo”: in effetti, viste le premesse, non era certo preventivabile una partita così spettacolare. La partita si stava avviando verso uno stanco e non troppo meritato 1-0 azzurro; il gol era stato realizzato da Boninsegna nei primissimi minuti di gioco) e per tutto il resto della partita furono soprattutto i tedeschi ad attaccare. Ma i sogni di una finale già conquistata furono infranti dall’1-1 segnato da Schnellinger dopo che il 90° era scaduto da 2 minuti e mezzo (c’è da ricordare che a quei tempi non era ancora invalsa la regola del recupero e, sebbene fosse facoltà dell’arbitro fischiare dopo, le partite di calcio terminavano di solito allo scadere del 90°). A emozionare gli spettatori fu l’altalena di gol nei tempi supplementari. Prima andarono in vantaggio i Tedeschi (gol di GerdMuller su incomprensione tra il portiere azzurro Albertosi e il terzino Poletti, ma subito pareggiarono gli Italiani con una provvidenziale quanto atipica proiezione offensiva del terzino azzurro Burgnich (che segnò qui uno dei pochissimi gol della sua carriera, certo il più importante), e poi di nuovo gli Italiani con una rete di Riva per il 3-2 con cui si chiuse il I tempo supplementare. Tuttavia nel II tempo supplementare vi fu il momentaneo pareggio tedesco ancora con Gerd Muller che segnò di testa a filo del palo di sinistra, complice una grave incertezza di Rivera che si vide passare la palla rasente alla gamba senza intervenire. Ma lo stesso Rivera si fece perdonare nell’azione successiva; dopo una fuga sulla sinistra, Boninsegna effettuò un passaggio all’indietro a centro area verso uno smarcatissimo Rivera che spiazzò il portiere Maier segnando alla sua destra per il 4-3 finale che deliziò gli spettatori. Ma lo sforzo sostenuto a 2000 metri d’altezza fu pagato nella finale, nel corso della quale l’Italia riuscì a tener testa al Brasile di Pelé (che segnò al 18° uno splendido 0-1 di testa) per circa un’ora, pareggiando alla fine del I tempo con Boninsegna. Tre gol negli ultimi venti minuti (Gérson, Jairzinho e Carlos Alberto) sancirono la superiorità dei sudamericani che si portarono definitivamente a casa la Coppa Rimet.
La nazionale che aveva ben figurato al mondiale necessitava di ricambio generazionale in alcuni settori fondamentali di gioco, ma Valcareggi rimase fedele ai calciatori che erano arrivati in finale, così l’Italia non fu in grado di difendere il suo titolo continentale, venendo eliminata ai quarti di finale del campionato d’Europa 1970-72 dal Belgio.
Discrete erano le aspettative per il campionato del mondo 1974, in programma in Germania: era pur vero infatti che la nazionale era praticamente quella messicana con quattro anni in più sulle spalle e Zoff al posto di Albertosi a difendere i pali, ma a mettere gli Italiani tra i favoriti alla vittoria finale c’erano la lunga imbattibilità del portiere friulano (che durava dal 20 settembre 1972) e soprattutto la prima storica vittoria azzurra a Wembley nel 1973 contro l’Inghilterra (gol di Capello a circa dieci minuti dalla fine). Invece fu quasi una disfatta: vittoria poco convincente contro Haiti per 3-1, dopo che Sanon aveva portato in vantaggio i caraibici (interrompendo l’imbattibilità di Zoff e fissandola a 1143 minuti); 1-1 contro l’Argentina (Houseman e autogol dell’argentino-piemontese Perfumo), e sconfitta 2-1 contro la Polonia, quando per entrambe, un pareggio sarebbe bastato per accedere al turno successivo. Con questa sconfitta, invece, Argentina e Polonia al turno successivo e Italia a casa tra le polemiche.
La squadra, largamente in fase di formazione, fallì la qualificazione agli Europei di Jugoslavia del 1976, ma si intravedeva già un’ossatura solida che permise alla Nazionale di staccare il biglietto per il decimo campionato del mondo (Argentina 1978) in un girone europeo di qualificazione che vedeva come avversaria più pericolosa l’Inghilterra, regolata per 2-0 a Roma ed eliminata per la peggior differenza reti rispetto all’Italia. Nel frattempo Bernardini aveva lasciato la Nazionale e quindi tutta la responsabilità tecnica ricadeva sulle spalle di Bearzot.
Il mondiale argentino mise in luce un’Italia capace di fare un gioco divertente, concreto e affatto diverso da quello cui gli italiani erano abituati: una difesa molto attenta basata sul blocco-Juventus (Zoff, Gentile, l’esordiente Cabrini, Scirea) più Bellugi, un centrocampo dinamico ma robusto con Tardelli, Benetti e Antognoni, e soprattutto un attacco in cui il funambolico Causio poteva scambiarsi di posto all’ala destra con Paolo Rossi. A chiudere il tridente d’attacco Bettega. Superata in scioltezza la prima fase a punteggio pieno (2-1 alla Francia di Michel Platini, 3-1 all’Ungheria e addirittura 1-0 all’Argentina padrona di casa), gli Azzurri mostrarono un calo nella seconda fase. Fu l’Olanda a mettere fine ai sogni di vittoria azzurri, battendo l’Italia per 2-1 con due gol da lontano che Zoff riuscì a farsi perdonare solo quattro anni dopo. Comunque, nonostante la sconfitta, l’Italia guadagnò il diritto a giocare la finale per il terzo posto, contro il Brasile.
Subito dopo il quarto posto mondiale, l’Italia non dovette affrontare impegni di rilievo in quanto aveva ottenuto dall’UEFA l’organizzazione del sesto campionato europeo di calcio che, proprio dall’edizione 1980, era stato allargato a otto squadre e prevedeva l’ammissione d’ufficio alla fase finale della federazione ospitante. La squadra di Bearzot si presentava con fondate speranze di fare il bis del campionato di dodici anni prima.
Ma a seguito di un grosso scandalo esploso nella primavera del 1980, originato dalla denuncia di uno scommettitore clandestino della Capitale, vi fu un terremoto nell’ambiente del calcio professionistico italiano: dall’indagine e dal processo federale che ne seguì, vi furono pene dure per alcuni giocatori di primo piano, tra cui Giordano, Manfredonia e soprattutto Paolo Rossi, squalificato per due anni. Tutte le squalifiche irrogate decorrevano dal 1° maggio 1980.
Ciò privò la Nazionale del suo elemento migliore proprio alla vigilia del campionato europeo. La cosa pesò oltremisura perché la squadra perdeva il terminale naturale del gioco, e non bastò un volenteroso Altobelli a rimpiazzare Rossi nello schema predisposto da Bearzot. La Coppa andò in Germania, all’Italia la finale di consolazione contro la Cecoslovacchia campione uscente. Nell’occasione l’Italia inaugurò la sua negativa tradizione ventennale con i calci di rigore, perdendo 9-8 dopo aver pareggiato 1-1 (Jurkemik, Graziani), i 90′ regolamentari e saltando i tempi supplementari, cui si rinunciò di comune accordo per motivi economici legati alla trasmissione via satellite.
Anche Bearzot, come ogni CT prima di lui, con l’eccezione forse di Pozzo, iniziò a ricevere critiche per via dei giocatori che sceglieva o, meglio, non sceglieva. Forti furono le pressioni dalle piazze mediatiche con i più vasti bacini d’utenza, in particolare quella milanese che spingeva per l’interista Beccalossi e quella romana che premeva per Pruzzo; furono pressioni alle quali Bearzot resistette nonostante interrogazioni parlamentari (respinte) presentate da deputati in cerca di notorietà che cercavano di far passare l’equazione “mancata convocazione di alcuni giocatori” = “lesione di interessi nazionali preminenti”. Indipendentemente da tali fenomeni di colore, da un sondaggio effettuato poco prima dei mondiali emerse che solo l’1% degli italiani intervistati credeva si potesse vincere il campionato del mondo 1982.
Qualificati senza particolari problema si giunse in Spagna tra un nugolo di polemiche per il cattivo gioco espresso. Un sorteggio apparentemente favorevole (gli Azzurri erano stati sorteggiati in un girone che comprendeva Polonia, Perù e Camerun) rischiò di trasformarsi in una trappola: dopo aver pareggiato un brutto incontro per 0-0 contro i Polacchi, infatti, l’Italia non andò oltre un altrettanto brutto 1-1 contro il Perù. Ci volle un ulteriore pareggio per 1-1 contro i pari classifica del Camerun per passare il turno grazie al maggior numero di reti segnate a parità di differenza-reti rispetto alla Nazionale africana.
Quando poi l’Italia, nella seconda fase a gironi, venne affiancata a Brasile e Argentina, molti pensarono che l’eliminazione azzurra era stata solo ritardata di due partite. Invece, nel primo incontro contro l’Argentina, l’Italia sfoggiò una prestazione di tutto rispetto, riuscendo anche a neutralizzare l’avversario più pericoloso, Maradona: dopo un primo tempo equilibrato e chiuso sullo 0-0, furono prima Tardelli e poi Cabrini a prendere in contropiede la velleitaria formazione sudamericana che, nonostante un gol di Passarella nel finale, non poté evitare la sconfitta.
Non evitò la sconfitta neppure contro il Brasile (3-1), sicché l’ultimo incontro, tra Brasile e Italia, divenne decisivo. Quello fu il capolavoro tattico di Bearzot che comprese in largo anticipo che i brasiliani, sia pur in vantaggio nel girone per differenza reti, non si sarebbero accontentati di passare alle semifinali con un pareggio, ma avrebbero strafatto pur di cercare la vittoria. E su questa presunzione brasiliana Bearzot costruì una gara fatta di difesa chiusa e contropiede: l’aver segnato quasi subito il gol dell’1-0 costrinse i sudamericani a uscire: nemmeno il pareggio di Sócrates fece loro capire che la partita andava addormentata. Il 2-1 italiano fu opera di un allegro quanto sciagurato passaggio orizzontale nella difesa brasiliana. Ancora una volta, il Brasile non mise giudizio neppure dopo il 2-2 di Falcão, e l’Italia segnò il 3-2 che mandava a casa il Brasile e tutta la pattuglia sudamericana in blocco. A nulla valse l’assedio finale dei verde-oro, che si trovarono di fronte uno Zoff che chiuse la porta e si fece perdonare gli errori sui tiri da lontano di quattro anni prima in Argentina. Sugli scudi Paolo Rossi, autore di una tripletta, che il 30 aprile precedente aveva finito di scontare la squalifica biennale ed era stato subito richiamato da Bearzot in quanto pedina imprescindibile del suo gioco. La semifinale contro la Polonia priva di Boniek fu poco più che una formalità (due gol di Rossi e azzurri in finale), dopodiché, dodici anni dopo l’Azteca, Italia e Germania Ovest si incrociavano di nuovo in un incontro a eliminazione.

italia82

L’Italia era più fresca, in quanto la Germania era reduce da una partita all’ultimo sangue, con supplementari e rigori, contro la Francia di Platini, ma quando Cabrini sbagliò un rigore nella prima parte del primo tempo molti sudarono freddo. Ma la Germania Ovest non poteva più reggere, e nel secondo tempo crollò sotto i colpi di Rossi (57′), Tardelli (69′), Altobelli (81′), prima che il difensore tedesco Breitner vedesse premiata la sua buona volontà e realizzasse il punto dell’onore tedesco. 3-1 per l’Italia e quella sera dell’11 luglio 1982, nello stadio Santiago Bernabéu di Madrid, di fronte all’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, gli Azzurri diventarono campioni del mondo dopo 44 anni dal trionfo di Parigi.
Qualificati d’ufficio al campionato 1986 in Messico (che ospitò, pur sconvolto da un terremoto nel settembre 1985, il torneo in sostituzione della Colombia, ritiratasi nel novembre 1982 per problemi finanziari e politici) gli Azzurri, che si presentavano con alcuni nuovi innesti tutti da verificare e ancora non ben amalgamati (tra gli altri, Di Gennaro e De Napoli), non brillarono, eliminati algi ottavi dalla Francia.
Gli anni Novanta della Nazionale italiana iniziarono in verità qualche anno prima, quando Bearzot lasciò il posto ad Azeglio Vicini, il quale da C.T. della Nazionale Under-21 era riuscito a giungere alla finale del campionato europeo di categoria 1986, perdendo poi contro la Spagna ai calci di rigore (non sapendo che quella sarebbe diventata una sinistra tradizione degli Azzurri). Vicini cambiò radicalmente la squadra, confermando pochi elementi della spedizione in Messico, Bergomi, De Napoli, Bagni e si affidò a molti dei ragazzi che aveva cresciuto nell’Under 21, a cominciare da Zenga, Baggio, Vialli, Giannini, Donadoni e cercando di valorizzare un talento come Mancini, che nella Sampdoria era indiscusso, ma in Nazionale non riusciva a esprimersi in maniera consona alla sua classe. La Nazionale si qualificò per l’ottavo campionato europeo (Germania 1988) comportandosi, peraltro, benissimo nella prima fase a gironi, nella quale si trovò a dover fronteggiare la squadra padrona di casa, la Spagna e la Danimarca, rispettivamente finalista e semifinalista nell’edizione precedente.
L’Italia sfiorò la vittoria all’esordio contro i teutonici, passando in vantaggio proprio con gol di Mancini, sconfisse gli iberici con rete di Vialli e infine superò la Danimarca per due reti a zero. Nella semifinale, un’ancora inesperta Nazionale si dovette arrendere al ritmo dell’URSS che tra il 60′ e il 62′ piazzò due colpi di classe (Litovcenko e Protasov) e si conquistò la finale. Ma tutti elogiarono Vicini per il bel gioco espresso dalla Nazionale italiana che, quindi, si avviava fiduciosa verso il campionato del mondo del 1990.
Inserita in un girone non impossibile, la squadra batté in sequenza Austria (1-0), Stati Uniti (1-0) e Cecoslovacchia (2-0). Sugli scudi Schillaci e Baggio (strepitoso il suo gol alla Cecoslovacchia, decretato il migliore del mondiale): la vittima sacrificale degli ottavi fu l’Uruguay anche se occorse più di un’ora al solito Schillaci per averne ragione; Aldo Serena poi arrotondò il punteggio a 2-0. Sempre Schillaci realizzò il gol-partita col quale l’Italia eliminò ai quarti di finale l’Irlanda. Ancora Schillaci portò in vantaggio l’Italia contro l’Argentina di Maradona, che tuttavia grazie a una chiamata difensiva errata tra Zenga e Riccardo Ferri pareggiò con Caniggia e, dopo due tempi supplementari sterili, inflisse all’Italia una pesante delusione battendola ai calci di rigore. Agli azzurri non rimase che la finale di Bari per il terzo posto, vinta battendo l’Inghilterra.
Fallita la grande occasione di vincere il campionato del mondo con una squadra bene attrezzata e un ambiente favorevole, l’Italia smarrì la strada e non riuscì a trovare la qualificazione al nono campionato europeo, in programma in Svezia nel 1992. Fu di nuovo l’URSS a frustrare le ambizioni azzurre. A qualificazione compromessa, Vicini fu esonerato e, con due gare ancora da giocare, venne chiamato sulla panchina azzurra Arrigo Sacchi, già tecnico del Milan e propugnatore di un nuovo tipo di calcio offensivo, le cui teorie avevano un equanime numero di accesi sostenitori e altrettanto accesi detrattori.
Guadagnata la qualificazione al quindicesimo campionato del mondo (USA 1994) non senza difficoltà (pareggio stentato all’esordio a Cagliari contro la Svizzera, qualificazione all’ultima partita contro il Portogallo), l’Italia capitò in un girone non impossibile, ma pieno di insidie, nel quale avrebbe dovuto incontrare nell’ordine Irlanda, Norvegia e Messico. Nonostante il caldo opprimente e l’umidità, l’esordio a New York gelò gli azzurri: un gol di Houghton diede la vittoria agli Irlandesi, rendendo così decisivo già l’incontro successivo, contro la Norvegia. Gli scandinavi si rivelarono subito fisici a dispetto del caldo asfissiante e su un contropiede norvegese Pagliuca uscì di mano fuori area procurandosi l’espulsione. Sacchi rinunciò allora a Roberto Baggio, al cui posto entrò il secondo portiere Luca Marchegiani. A segnare ci pensò l’altro Baggio, Dino. Contro il Messico, aprì Massaro e chiuse Bernal. In totale, quattro punti e Italia che passò il turno con l’ultimo posto disponibile per i ripescaggi tra le nazionali arrivate terze nei gironi. Dagli ottavi di finale in poi fu Roberto Baggio a tenere a galla il CT azzurro: di fronte alla Nigeria l’Italia si espresse largamente al di sotto del suo standard e giocò tutta la partita in svantaggio per 0-1 finché il fantasista vicentino riuscì a pareggiare all’89’, dopo che l’assurda espulsione di Zola, decretata dall’arbitro messicano Brizio Carter, sembrava aver definitivamente spento le speranze di rimonta azzurre. Un rigore nei supplementari diede i quarti all’Italia. Lì gli Azzurri trovarono la Spagna, regolata per 2-1 dalla coppia Roberto Baggio – Dino Baggio al termine di una gara molto difficile e spigolosa durante la quale Mauro Tassotti rifilò una gomitata a Luis Enrique, non visto dall’arbitro ungherese Puhl (sarebbe stato rigore per gli Spagnoli: la prova TV valse in seguito otto turni di squalifica al difensore italiano).
Ancora Roberto Baggio realizzò la doppietta con la quale l’Italia vinse la semifinale contro la Bulgaria per 2-1 (punto della bandiera bulgara di Stoichkov su rigore). La finale fu un classico del calcio mondiale, Brasile-Italia, all’epoca tre mondiali vinti a testa, sebbene nell’insolita cornice del Rose Bowl di Pasadena (California). Con una formazione largamente in emergenza, piena di assenti e, laddove presenti, inabili (Roberto Baggio), l’Italia riuscì a chiudere 0-0 sia al 90′ che al 120′. Ma così come quattro anni prima fu sconfitta ai rigori (errori di Baresi, Massaro e Roberto Baggio) ed il Brasile vinse il suo quarto titolo del mondo, il secondo consecutivo in una finale contro l’Italia.
Praticamente da dimenticare l’esperienza azzurra al decimo campionato europeo, che si tenne in Inghilterra nel 1996, dove l’eliminazione al primo turno causò la fine dell’era Sacchi, decretando l’inizio della non brillante era Maldini contraddistinta da un calcio amorfo e privo di spettacolo e che non portò tionfi alla nazione. L’esperienza del pluridecorato Dino Zoff alla guida della Nazionale italiana fu invece breve ma intensa. Scelto per sostituire Maldini, Zoff vantava già come allenatore notevoli risultati, il più significativo dei quali, almeno a livello di nazionale, era quello di aver qualificato l’Italia alle Olimpiadi dopo quarant’anni (nel 1960 l’Italia era padrona di casa, e nel 1984 a Los Angeles si qualificò causa boicottaggio dei Paesi dell’Est). Zoff diede spazio a giovani di sicuro talento come il romanista Francesco Totti e Filippo Inzaghi, confermò l’assetto difensivo già collaudato da Maldini, e irrobustì il centrocampo con inserimenti di elementi affidabili come Gianluca Zambrotta, Stefano Fiore e Gianluca Pessotto. La squadra si qualificò al campionato europeo senza brillare, pareggiando fuori casa l’ultima partita contro la modesta Bielorussia. Comunque, ai nastri di partenza dell’undicesimo campionato europeo Belgio-Paesi Bassi 2000 l’Italia era tra le pretendenti al titolo e capitò in un girone che le mise via via davanti la Turchia (battuta 2-1, gol di Conte e Inzaghi su rigore), il Belgio padrone di casa (battuto 2-0, Totti e Fiore) la Svezia (regolata per 2-1 con le riserve in campo, gol di Di Biagio e Del Piero). Solo in Italia nel 1990 e in Argentina nel 1978 gli azzurri avevano vinto un girone a punteggio pieno. Contro la Romania, ai quarti di finale, Totti e Inzaghi segnarono i due gol che mandarono l’Italia in semifinale. All’Amsterdam Arena, in un clima ostile, la compagine di Zoff sfidò l’Olanda padrona di casa che puntava alla finale di Rotterdam. La gara iniziò male per l’Italia: perso Zambrotta per doppia ammonizione a causa di due falli su Zenden (che sulla fascia stava mettendo in seria difficoltà lo juventino), gli azzurri rischiarono di capitolare. I Tulipani, tuttavia, sbagliarono due rigori: nel primo tempo con Frank De Boer (tiro parato da Toldo) e nel secondo con Kluivert (palo). L’assedio olandese alla porta italiana, durato 120 minuti, non produsse risultati, così la partita proseguì, per l’ennesima volta nella storia della nazionale, con i calci di rigore. Tra campionato europeo e campionato del mondo i quattro precedenti erano stati tutti fallimentari per gli azzurri. In quell’occasione, invece, i giocatori di Rijkaard furono molto imprecisi: dei tre rigori sbagliati, due furono parati da Toldo, che in totale ne neutralizzò tre in un solo incontro. Per la prima volta l’Italia vinse uno spareggio importante dagli undici metri (nel 1991 aveva vinto la finale del torneo amichevole “Scania 100” dagli 11 metri contro l’Unione Sovietica). In quell’occasione nacque il famoso cucchiaio, un rigore battuto di eleganza e senza forza, a spiazzare il portiere, che Totti aveva preannunciato di voler utilizzare al suo concittadino e rivale di derby Alessandro Nesta. Si tratta di un gesto tecnico molto rischioso, che richiede tranquillità e sicurezza dei propri mezzi, nonché, qualora effettuata durante uno spareggio ai calci di rigore, una buona dose di coraggio.
Nella finale di Rotterdam contro la Francia, l’Italia nel complesso espresse un gioco migliore rispetto agli avversari, ma ciò non fu sufficiente a vincere. Nel secondo tempo gli azzurri passarono in vantaggio con Delvecchio. Il francese Wiltord, però, trovò un gol incredibile al terzo minuto di recupero grazie a uno dei pochi svarioni difensivi di Cannavaro e nei tempi supplementari Trézéguet trovò il golden gol che diede alla Francia il suo secondo titolo di campione d’Europa.
L’allora leader dell’opposizione Silvio Berlusconi criticò pubblicamente il tecnico friulano, addebitando la causa della sconfitta italiana alla mancata marcatura di Zidane (che per la verità era stato in quell’occasione non fra i più positivi della sua squadra). Il 5 luglio Zoff si dimise irrevocabilmente attribuendo la causa del suo abbandono alle dichiarazioni di Berlusconi e perdendo così la chance di guidare l’Italia ai primi Mondiali asiatici della storia.
A succedere a Dino Zoff sulla panchina azzurra venne chiamato Giovanni Trapattoni, allenatore vincente, che aveva già collezionato scudetti e coppe tra Juventus, Inter e Bayern Monaco. Affrontato senza problemi il girone di qualificazione ai mondiali, nel 2002 era pronto a guidare l’Italia nell’avventura del diciassettesimo campionato del mondo nella esotica cornice asiatica della Corea del Sud e del Giappone. La spedizione però, analogamente a quanto avvenne per il mondiale tedesco del 1974, fu un disastro. Così come allora, una Nazionale composta secondo criteri geopolitici e male assortita batté per 2-0 l’Ecuador prima di impantanarsi con la Croazia e perdere 2-1 (con due gol regolari degli azzurri non convalidati). Il successivo pari per 1-1 contro il Messico (anche in questa gara un gol regolare non convalidato) incise poco sulla qualificazione, dovuta solo all’Ecuador che batté la Croazia nell’ultima partita. L’ottavo di finale contro la Corea del Sud determinò la fuoriuscita italiana dal torneo: passata in vantaggio, la Nazionale non seppe chiudere il discorso in più di un’occasione (errore difensivo di Panucci nell’azione del pari coreano e, un minuto dopo, gol sbagliato da Vieri a porta vuota),complice anche il dubbio arbitraggio dell ecuadoregno Byron Moreno che annulla ai supplementari un golden goal regolare di Tommasi, e perse subendo il Golden gol ai supplementari. Nonostante l’eliminazione fu riconfermata la fiducia a Trapattoni. In effetti la squadra, dopo un avvio difficile (4 punti nelle prime tre gare) reagì bene e si qualificò al dodicesimo campionato europeo. Ma fu un altro disastro: eliminazione al primo turno.

Italia

Il biennio 2004-2006, gestito da Marcello Lippi, è stato quello più ricco di soddisfazioni dai tempi di Enzo Bearzot. Giunto a rimpiazzare Trapattoni, Lippi esordì il 18 agosto 2004 perdendo 2-0 in amichevole a Reykjavík contro l’Islanda. L’Italia ha condotto con autorevolezza il girone di qualificazione al campionato del mondo (7 vittorie, 2 pareggi, 1 sconfitta), concluso con la qualificazione raggiunta con una gara d’anticipo, girone composto da: Norvegia, Scozia, Slovenia, Bielorussia e Moldavia. Il sorteggio per la composizione dei gironi del diciottesimo campionato del mondo (Germania 2006) mise gli Azzurri di fronte a Ghana, Stati Uniti e Repubblica Ceca. Nonostante il sorteggio avesse riservato un girone apparentemente favorevole per gli azzurri, la maggior parte degli Italiani, anche a causa dello scandalo di calciopoli, temeva che sarebbe stato molto difficile, se non impossibile, vincere il Mondiale, infatti le difficoltà che il gruppo azzurro dovette affrontare nella spedizione tedesca (domiciliata a Duisburg) furono principalmente di carattere extratecnico. Lo scandalo scoppiato a fine aprile 2006 riguardante numerose società di calcio di prima fila (Juventus, Milan, Fiorentina e Lazio) toccava di riflesso molti giocatori della nazionale, che da tali società provenivano. Lo stesso Lippi, con un figlio procuratore al soldo di una società rimasta implicata nello scandalo, non fu esente da critiche, ma rimase al suo posto per tutta la durata del torneo, nonostante la stampa chiedesse a gran voce le sue dimissioni. L’esordio contro il Ghana fu positivo: un 2-0 ottenuto grazie a Pirlo e Iaquinta, senza brillare ma senza neppure correre rischi. Il successivo 1-1 contro gli Stati Uniti (Gilardino e autorete di Zaccardo) attenuò l’entusiasmo suscitato dalla partita precedente, ma bastò battere la Repubblica Ceca 2-0 (Materazzi e F. Inzaghi), nonostante un infortunio accorso al difensore Nesta dopo le prime battute di gioco, per guadagnare la qualificazione alla seconda fase del torneo. Negli ottavi di finale l’Italia trovò l’Australia. La nazionale italiana dominò il match nelle prima frazione di gioco, anche se non riuscì a trovare il gol nonostante le numerose occasioni create. All’inizio del secondo tempo l’espulsione di Materazzi fece temere il peggio, così al termine di un secondo tempo molto combattuto fu un rigore di Totti, su un “tuffo” di Grosso in area australiana, al 95′ a sbloccare il risultato e a dare i quarti di finale all’Italia. Mentre negli altri quarti di finale Germania e Argentina da un lato del tabellone e Francia e Brasile dall’altro procedevano a eliminarsi tra di loro, l’Italia ebbe facilmente la meglio sull’Ucraina di Shevchenko (reduce da un’estenuante incontro contro la Svizzera conclusosi solo ai calci di rigore): un gol di Zambrotta e una doppietta di Toni fissarono il risultato sul 3-0, che mandò gli Azzurri, senza grandi affanni, in semifinale contro uno degli avversari di sempre, la Germania. A Dortmund si vide una partita dominata dal tatticismo e i tempi regolamentari terminarono a reti bianche. Gli azzuri iniziarono alla grande i tempi supplementari colpendo in due minuti un palo con Gilardino ed una traversa con Zambrotta, ma ci volle un magnifico gol al 14′ minuto del secondo tempo supplementare del difensore azzurro Fabio Grosso per sbloccare il risultato. Quando sembrava ormai finita, arrivò il 2-0 firmato da Del Piero un minuto e mezzo dopo, che suggellò la supremazia tattica italiana. Senza dubbio questa partita è destinata ad entrare nella storia. Nella finale di Berlino l’Italia ritrovò la Francia, che aveva battuto nell’altra semifinale la nazionale portoghese, in quella che da fu indicata come la rivincita della finale del campionato d’Europa 2000. L’incontro terminò 1-1 dopo 120′ (rigore dopo pochi minuti di Zidane, pareggio di Materazzi poco dopo) di partita equamente dominata, a sprazzi, da entrambe le parti. Fu, però, l’Italia a colpire una traversa nel primo tempo con un colpo di testa di Toni su calcio d’angolo e nel secondo tempo erano stati ancora gli italiani a segnare un secondo gol, annullato per fuorigioco, sempre con un colpo di testa di Toni su calcio di punizione. La ripresa televisiva dimostrò che la posizione di Toni era regolare mentre al momento del lancio si trovava in leggero fuorigioco De Rossi, che gli stava vicino.Proprio contro l’Italia Zidane mise fine ad una grande carriera nel peggior modo possibile, colpendo in petto Materazzi con una testata e facendosi espellere. La sequenza dei rigori vide la Nazionale italiana a segno con tutti e cinque i suoi calciatori. Mai prima di allora aveva realizzato una serie completa senza errori. Pirlo, Materazzi, De Rossi, Del Piero e Grosso furono nell’ordine i cinque battitori. Per i francesi, Wiltord, Abidal e Sagnol segnarono, mentre Trézéguet, coluì che segnò il golden gol nella finale degli Europei del 2000 contro l’Italia, colpì la traversa, come Di Biagio a Parigi nei quarti di finale del campionato del mondo 1998.

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