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L’ospite inatteso o la lotta tra il bene e il male nell’angoscia esistenzialista al Teatro delle Moline di Bologna

3 Feb 2020 | Nessun Commento | 228 Visite
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La Compagnia Archivio Zeta porta sul palco l’autenticità del teatro antico, della parola pura e complessa nella sua sola enunciazione senza microfoni e senza effetti speciali, restituisce ai testi la verità e la semplicità, regalando allo spettatore un momento intimo e esclusivo caratterizzato da un’aurea sacra e religiosa, come nel teatro greco.

Lo spettacolo “L’Ospite Inatteso. L’incubo di  Fëdor Dostoevskij” scritto, diretto e interpretato da Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni di Archivio Zeta è andato in scena al Teatro delle Moline di Bologna dal 31 gennaio al 2 febbraio 2020 estrapolato dall’ambizioso progetto di durata triennale “Topografia Dostoevskij” e pensato nella versione per Teatri da Camera e per luoghi extra-teatrali come l’affezionata location del Cimitero Militare Germanico della Futa, nei monti tra l’Emilia e la Toscana.

Un’incalzante processo di investigazione

Immaginato come Raskolnikov del romanzo Delitto e Castigo (1866) in una camera in affitto, Ivàn Karamazov, uno dei personaggi principali dell’ultimo romanzo scritto da Dostoevskij nel 1878 I Fratelli Karamazov diventa alter ego di Dostoevskij, riattraversamento del filo conduttore presente all’interno dell’intera opera dell’autore russo. Archivio Zeta sviluppa un’incalzante processo di investigazione in stile Dostoevskijano, ponendo la lente di ingrandimento sulla ricostruzione dei frammenti di un io moltiplicato e di una personalità densa – quella dell’autore – stratificata nell’accumulazione degli stessi personaggi creati dallo scrittore e filosofo.

L’atmosfera da film Noir, o le nebbie londinesi della Londra fredda e industrializzata degli anni ‘60 dell’800 o le tenebre allucinatorie dell’angoscia esistenziale, avvolgono il personaggio di Dostoesvskij (Gianluca Guidotti), chiuso al buio di una dimora che ha l’odore dell’impolverato e del vecchio, che ha l’aspetto della casa di un defunto: i mobili sono ricoperti da lenzuola; una candela è l’unica luce dentro un cupo delirio destabilizzante e degenerante. Fëdor è in giro per l’Europa, la spersonalizzazione delle identità e il senso di annientamento che avverte davanti al Palazzo di Cristallo della Londra dell’Esposizione Universale (1862), lo catapultano dentro un cimitero vivente dove anche le sensazioni sono morte: “Aspettavo il momento in cui mi sarebbe importato qualcosa”.

La lotta tra il bene e il male

Seduto su una poltrona come un poeta maledetto, Dostoevskij è alle prese con un tema tanto caro anche a Nietzsche: la scelta, la lotta, tra il bene e il male, ricorrente in tutta la sua opera e in tutta la sua vita. Voyeurs della coscienza, gli spettatori diventano testimoni curiosi di un’attrazione latente per il male, vissuta come sfida, come energia resistente e opposta alla sofferenza e all’autodistruzione a cui Satana vuole relegare l’autore allontanadolo da Dio: Il Diavolo irrompe dalle porte della mente confusa diFëdor: “è una menzogna, una mia malattia, un fantasma, un’allucinazione, incarnazione di me stesso”. Satana rappresentato al di fuori dell’immaginario collettivo, è una donna (Enrica Sangiovanni) in abiti decenti borghesi nelle vesti di un intellettuale che esalta il dolore e che come la x di un’equazione indefinita, ingloba, amplifica e incarna lo smarrimento di un Dostoevskij rimasto orfano di Dio, che viveva come un parassita, annientato dall’indifferenza verso il mondo: “io sarei diventato uno zero. La vita e il mondo dipendono da me. Se mi fossi sparato il mondo si sarebbe dileguato con la mia coscienza”.

L’intepretazione e la partitura musicale

Notevole l’interpretazione di Enrica Sangiovanni in vesti maligne, il peso di una recitazione conquistatrice delle nostre angoscie e che incombe come un’ombra opprimente delle nostre stesse coscienze. Merita un occhio di riguardo la partitura sonora di Patrizio Barontini che crea un suono stratificato e spesso polivocale. Anche i cambiamenti repentini di ritmo diventano la regia musicale delle fasi di un’allucinazione-oblio pronta a esplodere nel grido vibrante e disperato di Guidotti.

Lo spettacolo ha dei risvolti altamente filosofici e artistici: Satana mette a nudo l’anima fragile di Dio rappresentato come un uomo qualunque nel quadro di Hans Holbein “Il corpo di Cristo morto” che viene proiettato in scena. Nella tomba c’è il cadavere del Cristo morto, un uomo straziato nell’espressione del volto, nella posizione delle mani dilaniate. L’angoscia di Fëdor cresce, è strabordante, è nauseabonda, è il capogiro. Resta qualche perplessità sulla completa riuscita della ricostruzione dei dialoghi che a volte perdono in compattezza.

Dio, Satana, Dostoevskij. “Ci si può immaginare quello che immagine non ha?” Lo spettacolo si chiude in maniera interessante con questo quesito e con l’immagine tangibile di un Dostoevskij, miraggio di sè stesso nella sua stessa allucinazione: l’uomo “ridicolo”, censurato, deriso da Satana della sua indignazione.

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