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Lone Survivor: il coraggio dei Navy Seals raccontato da Peter Berg

14 Feb 2014 | Nessun Commento | 2.692 Visite
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Ha sbancato negli States, occupando i vertici del box office per settimane e non poteva essere diversamente dal momento che “Lone Survivor” è un’apologia di tutti i più sentiti valori americani: dal patriottismo, al coraggio, all’eroismo, al sacrificio, fino all’amicizia. Peter Berg parte dall’omonimo best seller e, con l’aiuto dell’autore (Marcus Luttrell), porta sul grande schermo la storia vera e terribile dell’Operazione Red Wings, durante la quale quattro Navy Seals finiscono in un’imboscata nemica sulle aspre montagne dell’Afghanistan. L’intento del regista è, senz’altro, quello di ripercorrere in maniera realistica gli eventi di quelle tre giornate di lotta, per rendere omaggio all’estremo valore dell’Ufficiale Marcus Luttrell (Mark Wahlberg), del Tenente Michael Patrick Murphy (Taylor Kitsch), del Tecnico del Sonar Matthew Axelson (Ben Foster) e del Tiratore Danny Dietz (Emile Hirsch). Berg ha voluto che gli attori si allenassero e preparassero con una squadra di veri militari per restituire al meglio l’immagine dei Seals, ha lavorato a fondo sui costumi per ricreare nel dettaglio le divise del 2005 e la fisicità dei soldati, ha scelto con cura l’ambientazione e ha persino chiesto la consulenza dei fratelli afghani Mahammad Nawaz Nawroz Rahimi e Nawaz Rahimi.

Nonostante tutto, però, più che di realismo si ha la sensazione di trovarsi davanti a una pellicola di propaganda, a un ritratto stereotipato (almeno in parte). I quattro militari, tranne che nella discussione sull’uccidere o risparmiare i prigionieri, sembrano non vacillare nemmeno un attimo, non mostrano dubbi né difetti. Più che eroi, sono supereroi che si difendono dal nemico cattivo (in questo caso i Talebani), in un mondo in cui bene e male sono irrimediabilmente divisi. Mentre si cerca di definire i caratteri specifici di questi combattenti, ne viene fuori solo un’immagine spersonalizzata in cui, al di là di nomi e riferimenti alle basi militari, i soldati non hanno reali particolarità distintive. L’intervento americano che presto assume i tratti di una carneficina, appare, alla fine, come una missione di autodifesa e questo ha il sapore di una giustificazione delle missioni di guerra in generale. Persino l’estrema insistenza (in un certo senso lodevole) nel mostrare il dolore fisico e morale dei soldati finisce per essere eccessiva. E va bene che si doveva mettere in mostra il lavoro strepitoso del truccatore Gregory Nicotero (quattro Emmy Awards) e del premio Oscar Howard Berger, però per rendere giustizia alla sofferenza di quei poveri combattenti, Berg esagera ed esegue inquadrature cruente sulle ferite e scene alla “Rambo” come quella dell’Ufficiale Luttrell che si estrae una scheggia con un coltello, in primissimo piano. A tutto questo si unisce la ripetitività di combattimenti e sparatorie che si dilungano, spesso uguali, per buona parte del film (due ore piene!) e rischiano di annoiare.

Non si può dire che, nel complesso, “Lone Survivor” sia una brutta pellicola, semplicemente non è originale, non porta nulla di nuovo sul fronte di guerra. Racconta una missione più che quella missione specifica senza, tra l’altro, regalare momenti di vera suspense e adrenalina e perciò diventa solo un tributo (dovutissimo!) al coraggio di uomini che si sono sacrificati per la loro patria. Una pellicola adatta solo a chi ama i film di guerra e di patriottismo!

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