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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Linda Hedlund e Domenico Del Giudice nell’ultimo straordinario concerto di Mirarte

20 Ott 2017 | Nessun Commento | 907 Visite
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mirarte“Abbiamo tutti nel petto un violino e abbiamo perduto l’archetto per suonarlo. Alcuni lo ritrovano nei libri, altri nell’incendio di un tramonto, altri negli occhi di una persona, ma ogni volta l’archetto cade dalle mani e si perde come un filo d’erba o un sogno. La vita è la ricerca infinita di questo archetto per non sentire il silenzio che ci circonda.” (Fabrizio Caramagna)
È vero. Abbiamo dovuto dar fondo alle nostre ormai assai indebolite forze per non sentire il silenzio, fattosi addirittura assordante, che ci circondava quando Marina Addante, validissima direttrice artistica e perfetta padrona di casa dell’Associazione culturale Mirarte, ha annunciato alla gremita platea dell’Auditorium Vallisa di Bari che per la prossima stagione non potremo godere della annuale rassegna che ormai da undici anni richiama l’attenzione degli amanti della vera musica con scelte di altissima qualità e con cartelloni in cui si sono succeduti nomi del calibro di Rita Marcotulli, Maria Pia De Vito, Amelia Felle, la stessa Marina Addante, il compianto David Bellugi, Benedetto Lupo, Enrico Pieranunzi, Pierluigi Camicia, Nico Marziliano, Luciano Biondini, Enzo Pietropaoli, Rosario Bonaccorso, Francesco D’Orazio, Gianni Iorio, Javier Girotto, Gabriele Mirabassi e tanti, tanti altri. E pur essendo inclini a credere alla tenace Marina quando afferma di volersi prendere una pausa dalle fatiche organizzative, non possiamo non unirci al Maestro Domenico Del Giudice quando, nel bel mezzo del suo concerto, non trattiene il suo grido di dolore, giungendo a definire l’interruzione dell’attività dell’associazione una vergogna. Ed è proprio il chitarrista barese – qualora ve ne fosse stato ancora bisogno – a dimostrare tutta la veridicità della sua affermazione con i fatti, grazie alla sublime performance che ci ha regalato in duo con la splendida Linda Hedlund, violinista viennese dalle grandi doti solistiche, anch’essa apprezzatissima dalla critica e dal pubblico internazionale. Se le inestimabili qualità del Maestro Del Giudice ci sono da tempo note, al punto da esserci professati suoi osannanti seguaci anche su queste stesse telematiche pagine, non nascondiamo la vibrante sorpresa regalataci dalla scoperta dell’universo musicale contenuto nel violino della Hedlund, capace non solo di suonare in modo perfetto ma anche – peculiarità ben più rara – di affrontare ogni esecuzione dando il giusto spessore ad ogni nota, passando da un quasi impercettibile sibilo ad una impetuosa cascata in un solo secondo, al punto da farci credere che Hector Berlioz avesse coniato per lei la sua definizione di tale strumento: “I violini possono prestarsi a una folla di sfumature in apparenza inconciliabili. Essi hanno la forza, la leggerezza, la grazia, l’accento triste e gioioso, il sogno e la passione. I violini sono dei servitori fedeli, intelligenti, attivi e infaticabili. Il violino è la vera voce femminile dell’orchestra, voce passionale e casta allo stesso tempo, straziante e dolce, che piange e grida e si lamenta, o canta e prega e sogna, o esplode in accenti di gioia, come nessuno altro potrebbe fare.”
Ebbene, tutto questo traspariva durante il concerto barese, ma quel che risultava finanche miracoloso era la compiuta ed intensa interazione tra i due musicisti, con gli strumenti che si mescolavano sino a diventare una sola voce, in un infinito e caleidoscopico incastrarsi che sgorgava dall’eleganza delle linee melodiche sviluppate in un incessante flusso armonico in cui veniva risaltata ogni pagina del magnifico programma affrontato: le note di Bach, Schubert, De Falla, Duplessy, Piazzolla e, nei bis, Paganini rinascevano a nuova luce, spesso svelando anche angoli segreti, tra le sapienti mani dei due solisti, padroni assoluti delle emozioni che generavano nel pubblico. La loro Arte era linfa per gli ascoltatori, che ripagavano con vere ovazioni, in uno scambio di amorosi e vitali sensi che ci catturavano indissolubilmente e che hanno raggiunto il culmine durante l’incantevole bis con “Oblivion” di Piazzolla, quando dalla piazza attigua alla Vallisa ci sono giunte urla gioiose di bambini: ebbene, in quel momento abbiamo sentito su noi stessi tutto il peso della futura assenza della stagione di Mirarte dalla nostra martoriata città, del nostro non riuscire, non come operatori ma come semplici cittadini, a preservare tali tesori culturali per consegnarli alle nostre nuove generazioni. Speriamo solo di non doverne rispondere un giorno, quando il silenzio avrà definitivamente vinto la sua battaglia con la musica.

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