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L’inarrestabile ribellione anarchica dei Motus prosegue con “Panorama” al Kismet di Bari

21 Nov 2018 | Nessun Commento | 395 Visite
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panorama

“The truth is a matter of imagination.”

“Who are you?” / “Chi sei?”: la domanda per eccellenza, da sempre pronta a porci di fronte ad un impietoso, implacabile ed inesorabile specchio, è, in uno, l’incipit ed il leitmotiv di “Panorama”, il nuovo stupefacente lavoro dei Motus, la Compagnia “nomade ed indipendente” fondata nel ’91 da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò (di cui ci siamo occupati su queste stesse pagine a seguito della visione del loro capolavoro “Mdlsx”, interpretato da una sublime Silvia Calderoni), nato dalla fruttuosa collaborazione con il LaMama, il famoso “experimental theatre club” dell’East Village di New York fondato dalla geniale musa Ellen Stewart, e con i componenti della Great Jones Repertory Company.

“Animata dalla necessità di confrontarsi con temi, conflitti e ferite dell’attualità, fonde scenicamente arte e impegno civile attraversando immaginari che hanno riattivato le visioni di alcuni tra i più scomodi “poeti” della contemporaneità”, riporta il Manifesto dei Motus, e forse mai come in questo caso la loro dichiarazione di intenti si è pienamente realizzata, dando vita ad una pièce che, facendo del nomadismo, della migrazione e dell’interazione tra soggetti e popoli il proprio nucleo centrale, appare imprescindibilmente attuale e drammaticamente urgente, la più giusta risposta che si possa immaginare a tutti coloro che intendono rimodulare a proprio piacere la storia di una umanità – la nostra – in perenne movimento, fisico quanto ideologico, riproponendo e – per lo più – imponendo nuove barriere, nuove coercizioni, nuove coartazioni, in nome di orrendi e nauseabondi rigurgiti di un passato infame e scellerato che, soprattutto in questo momento storico, sembrano farsi più disgustosamente forti, di una ideologia oscura che amava dividere e reprimere in nome delle differenze di nazionalità e di genere; la sciagurata presa di posizione di Donald Trump – duramente attaccato durante lo spettacolo – nei confronti della carovana di migliaia di migranti giunti al confine con il Messico è solo la punta di un iceberg di casi miserabilmente eclatanti che, purtroppo, dobbiamo registrare anche nella quotidianità della nostra misera Italia.

Il testo dello spettacolo – completamente recitato in americano con didascalie in italiano – potrebbe essere riportato in poche parole. Un gruppo multietnico di attori, giunti a New York dopo varie tribolazioni, si raduna per una audizione; comprendiamo subito che quello che viene chiesto loro è di raccontarsi, andando a scavare nell’intimo, nel profondo, nelle proprie stesse radici, mostrandosi finanche nudi, alla ricerca di un io di difficile individuazione e catalogazione: si presentano come Valois Mickens, afroamericana, Zishan Ugurlu, turca, Maura Nguyen Donohue, proveniente da Saigon, Richard Ebihara, cinese, John Gutierrez, dominicano d’origine ma newyorkese di nascita, ed Eugene the Poogene, coreano, ma non hanno identità facilmente rintracciabili ed etichettabili, semmai variegate, cangianti, intercambiabili; “ognuno col suo viaggio, ognuno diverso” (avrebbe detto Vasco), eppure tutti costretti a superare – vuoi per discendenza, vuoi per esigenza – un limite, una barriera, una demarcazione, espongono le loro storie, già multiple di per sé, mostrandocele sotto varie angolature e lenti differenti, in modo che, annullando i confini tra i protagonisti ma anche tra racconto e vissuto, finiscono per confondersi, mescolandosi, senza soluzione di continuità, in un coloratissimo mosaico esistenziale reso ancor più caleidoscopico dall’uso degli schermi che trasformano lo spazio teatrale in una ricercatissima installazione di videoarte, ben supportata dalle coinvolgenti musiche di Heather Paauwe, e che rimandano e sovrappongono immagini degli stessi attori e delle loro vicende personali, quasi fossero le immagini di un film, di un’opera di visionaria follia, un po’ – per intenderci – alla maniera del Maestro Antonioni, richiamato da frammenti del sublime “Professione: reporter”, che viene concepita, scomposta e ricomposta ogni sera davanti ai nostri occhi. Il ritmo, ipnotico ed onirico, si fa sempre più incalzante, finanche tracimante nel finale, per poi transitare in un sospiro di speranza, in un nuovo anelito di umanità, suggellato nel ritorno alla realtà della loro vita quotidiana in quel di New York.

Nel mezzo, c’è un mondo intero, dolorosamente pregno di silenzio assordante e di buio accecante, di obliqua centralità e di spirituale carnalità, che – come per tutti gli spettacoli dei Motus – non può essere riportato sulla pagina telematica, ma ha bisogno della pulsante presenza dello spettatore per essere compreso, partecipato, vissuto. Questo è, per usare parole dello stesso Casagrande, “quello che fa Motus, mescolando queste esistenze, facendole esplodere in un deframmentato di passato/presente, reale/immaginario, recitato/vero, live/registrato, che allo spettatore lascia una sensazione più che un significato. Qui davvero il messaggio “è” il medium. E il medium è l’attore.
Con la vita che si porta dietro.”: come “Mdlsx”, anche “Panorama”, inserita con straripante successo nel cartellone del Teatro Kismet di Bari, è una performance necessaria, che non potremmo non definire assolutamente politicamente (s)corretta, che non può lasciare indifferenti, recitata in modo eccelso, in cui ogni interprete dà tutto di sé, perfetta nella sua totale imperfezione, finita nella sua infinita evoluzione, una introspettiva osservazione, una dolorosa quanto salutare gigantesca seduta di psicoterapia che, infine, riesce a liberare ognuno dei – a vario titolo – partecipanti dalle proprie paure, rompendo gli argini innalzati dall’ipocrisia della società e dal conformismo del sistema, realizzando la propria magnifica e – finalmente – inarrestabile ribellione anarchica.

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