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Lenti ma doverosi i tempi del Ricordo: “Una Cena armena” al Petruzzelli

2 Giu 2011 | Nessun Commento | 3.331 Visite
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Una Cena armenaQuando si parla di Genocidio armeno, dei massacri degli Armeni, delle lunghe traversate senza meta di carovane di donne, vecchi e bambini nel deserto, fino allo sfinimento, spesso il cittadino italiano medio ha qualche difficoltà a collocare storicamente e geograficamente fatti e luoghi ed anche chi conosce quei fatti e quei luoghi spesso ne ignora la portata effettiva e le ripercussioni a distanza di un secolo sui sopravvissuti.Eppure provando a raccontare le giornate del 31, 1 e 2 giugno 2011 a Bari, bisogna evidenziare che questa città ha avviato un processo di Ricordo. La memoria del popolo barese è molto selettiva, come quella di quasi tutti i popoli a Levante. In pochi hanno contezza che, ad esempio alla spedizione nicolaiana del 1087 – che portò a noi le spoglie del nostro santo patrono – partecipò direttamente almeno un Armeno, e che per i duecento anni successivi cittadini armeni vissero integrati nel tessuto urbano e rurale della città. Sarebbe assai lungo raccontare qui i rapporti fra Bari e la terra d’Armenia che caratterizzarono l’hinterland cittadino, a nord fino al Gargano e a Sud fino a Nardò, nel Salento. L’Armenia è stata la prima nazione del mondo a dirsi cristiana, la prima ad essere evangelizzata.  Si tratta di un popolo progressista, innovatore e che altrettanto sovente qualcuno ha pensato bene di condannare. Gli Armeni furono grandi commercianti, non solo di tappeti ma anche di carni, spesso dalle loro famiglie provenivano gli artisti più raffinati del mondo bizantino prima e ottomano poi, ed anche molti uomini politici in vari momenti storici. Ma è il XX secolo quello più doloroso e tragico per questo popolo come per tutti i popoli in Diaspora.Fin qui un preambolo doveroso, poi Bari ancora che nel 1913 accolse Hrand Nazariantz, intellettuale armeno, la cui famiglia risiedeva da due generazioni a Istanbul, amico di Marinetti. Il 10 febbraio 1913, affrettando il matrimonio con la sua amata Maddalena De Cosmis, artista di Casamassima, scappa a Bari. Qui viene accolto oltre che dai parenti di lei, persone umili e laboriose, anche dall’intellighenzia del suo tempo. A Bari tre anni dopo organizzerà, in pieno genocidio, le prime raccolte di fondi “Pro-Armenia”, con le quali solo nel 1924 riuscirà a far giungere nella città circa 300 Armeni provenienti dai campi profughi di Salonicco. A ricordare l’intera vicenda, sono stati il prof. Vito Antonio Leuzzi, dell’IPSAIC di Bari, il giornalista Curzio Maltese, il Sindaco Michele Emiliano che hanno presentato il 31 maggio presso la Feltrinelli di Bari il volume di Sonya OrfalianLa Cucina d’Armenia. 

Una Cena armenaL’ 1 e il 2 giugno il volume di ricette e racconti della Orfalian è divenuto uno spettacolo teatrale, fortemente voluto dal Comune di Bari, produttore dell’iniziativa e dalla Fondazione Petruzzelli dal titolo Una Cena Armena. Nel non-luogo di una casa di campagna italiana – una masseria di allodole – una ragazzina senza età si introduce volendo fare i conti col proprio passato o forse con quello di qualcun altro. La provenienza è il filo, conduttore: Urfa, città attualmente della Turchia, a sud. Una donna abita la casa, si chiama Kayané, ha cinquanta anni, da anni prepara valige per andare in Armenia, tornare, ma con che meta? Il lavoro teatrale intorno a questa vicenda mostra ancora delle asperità, doverosi alcuni colpi di lima se non di pialla. La cornice del racconto, in cui non sono chiari i rapporti tra le due donne, alunna/maestra, madre/figlia, avrebbe potuto essere del tutto tralasciata, non si capisce quanto sia metaforica e quanto posticcia. La storia in definitiva è quella di una memoria ricercata nelle piccole cose. L’attaccamento al quotidiano per sanare conflitti nei rapporti fra io e mondo circostante, fra noi e mondo intero. Si cerca sanare lo sgomento che ancora persiste nelle personalità collettive di tre generazioni – a partire dai massacri del 1915 – con un rigore giustamente maniacale nella preparazione del cibo. Cibi e bevande tengono uniti alla vita; gli Armeni nel deserto venivano fatti morire di fame e sete e Kayanè sogna di portare pietanze prelibate ai poveri derelitti.Al di là delle imperfezioni formali, e delle enormi potenzialità di crescita di questo spettacolo teatrale, che merita in ogni caso rispetto e amore, per la compostezza globale della regia e la sensibilità delle attrici Silvia Ajelli e Antonella Attili, occorre ricordare che ancora oggi nella nostra città abitano alcune famiglie di Armeni. La più nota è quella dei Timurian, imprenditori e professionisti ormai pienamente integrati nel tessuto cittadino da almeno due generazioni. Per Rupén Timurìan, sponsor della splendida iniziativa assieme a BNL, alla scuola di cucina Paola Pettini e a Centovignali, da più parti negli ultimi mesi si chiede il riconoscimento di Console Onorario della Repubblica di Armenia per le numerose iniziative culturali e sociali fatte in tal senso.Eppure utilità massima di questa rappresentazione teatrale è quella di sanare i debiti di memoria, debiti di riconoscenza di questa città anche nei confronti degli Armeni Baresi meno in vista, di cui non si parla sui cartelloni pubblicitari. Ai fratelli Levon e Kayanè Adagian, giovani nati nei padiglioni docher del villaggio armeno di Nor Arax, armeni di terza generazione, l’augurio di trovare la loro forza nelle loro radici. Sono, come i loro cugini Timurian e tanti altri che sfuggono alla nostra conoscenza diretta, Armeni autentici in una città come la nostra che inizia a ricordare anche se solo tardivamente le belle e importanti orme di chi la attraversa da secoli.

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