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“L’elisir d’amore”: il capolavoro donizettiano diretto da Michele Mirabella conquista il Teatro Petruzzelli

15 Dic 2015 | Nessun Commento | 1.047 Visite
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e1La più solare delle Opere nei giorni convenzionalmente più freddi dell’anno: se non fossimo certi della nostra malsana fantasia e degli incerti frutti che produce, potremmo addirittura credere che sia stata questa inusuale quanto goliardica idea a far cadere su “L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti la scelta per l’ultima rappresentazione della Stagione Lirica 2015 del Teatro Petruzzelli. Eppure ci piace pensare che possa essere effettivamente una nuova magia, un altro scherzo del Maestro, un’ulteriore burla dopo quella che vuole l’Elisir essere la perfetta parodia del Tristano e Isotta wagneriano che vedrà la luce “appena” trent’anni dopo (invero noi crediamo nell’ipotesi contraria), un ennesimo gioco organizzato alle spalle degli adoranti ascoltatori da quello che è universalmente riconosciuto come il melodramma giocoso per eccellenza, esempio fulgido – e molto di rado raggiunto – di come si possa, partendo da una storia esile quanto farsesca, costruire un capolavoro assoluto, prova titanica indiscutibilmente riuscita al genio incontrastato del compositore bergamasco e del suo librettista Felice Romani, che avrebbe addirittura del leggendario se si volesse dar credito a quanti vogliono l’Opera realizzata in solo quattordicie2 giorni, sette dei quali utilizzati da Romani per adattare alla lingua italiana il testo originale “Le Philtre (Il filtro) scritto l’anno prima da Eugène Scribe per Daniel Auber. Eppure sembra del tutto impossibile che, in così brevissimo lasso di tempo, Donizetti fosse riuscito a superare l’ingombrante confronto con il modello rossiniano, problema cui tutti gli operisti italiani suoi contemporanei tentavano da tempo di dare una risposta, non solo non rinnegando il passato ma immergendovisi nel profondo per poi tornare in superficie a respirare aria nuova. Nell’Elisir c’è davvero tutto: il classico ed il moderno, l’opera buffa e la commedia borghese, il melodramma e la commedia musicale; ci sono ancora i recitativi accompagnati dal clavicembalo che quasi stridono con una costruzione musicale innovativa; c’è il romanticismo unito al realismo, la comicità alla commozione, il divertissement alla malinconia, ed anche l’amore al sesso, presentato in modo infantile, ostentato, irriverente, sfrontato, divertente, giocoso per l’appunto.

e5Ogni argomento nell’Elisir è affrontato da Donizetti e Romani con un’ironia che riesce a non trasformarsi mai in dileggio ed una leggerezza che non è mai inconsistenza, qualità che sono state pienamente rese da questa ennesima edizione barese. La regia di Michele Mirabella, ottimamente coadiuvato dagli efficacissimi costumi di Alida Cappellini e dalle superbe scene di Giovanni Licheri e dalle avvolgenti luci di Franco Angelo Ferrari, ci regalava una rappresentazione – a suo modo – fedele alla originaria scrittura, che, peraltro, conteneva già gli ingredienti richiesti nelle giuste – anzi perfette – dosi, restituendoci tutta la sfolgorante radiosità del capolavoro donizettiano, in un’ambientazione che, pur apparendo più vicina alla Sicilia e, talvolta, persino al Missouri di St. Louis (e forse per questo in sostituzione del clavicembalo si poteva ascoltare uno “scordato” piano jazz blues) che agli originari Paesi Baschi, faceva risaltare la innata eleganza e la ricercata sobrietà di cui l’Opera è pregna, pur non rinunciando al grottesco, con punte di godibilissima caratterizzazione nel Sergente Belcore, che Bruno Taddia rendeva meglio nella recitazione che nel canto, e, soprattutto, nella figura del Dottor Dulcamara, interpretato dal nostro Domenico Colaianni in assoluto stato di grazia. Lae4 sicura direzione d’orchestra del Maestro Giuseppe La Malfa è riuscita a far rendere all’Orchestra del Teatro Petruzzelli tutta la maestosa levità delle eterne melodie, così da far risaltare le sicure doti di Marta Calcaterra in Giannetta, di Aldo Caputo, un Nemorino a fasi alterne, talvolta non sicuro di sé come – purtroppo – nella celeberrima area “Una furtiva lagrima”, e, sopra tutti, di Maria Grazia Schiavo, che si esaltava donandoci una Adina memorabile non solo nel sublime canto ma anche – qualità più unica che rara – nella recitazione, tutti mirabilmente supportati dal Coro diretto da Franco Sebastiani. Un ottimo modo per chiudere l’annuale cartellone e per sperare nel già annunciato anno che verrà.

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