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“Le sorelle Macaluso”: l’incerto confine tra vita e morte nell’ultimo spettacolo teatrale di Emma Dante

15 Apr 2015 | Nessun Commento | 1.058 Visite
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macUn plotone di sette donne, tutte vestite di nero, avanza cogliendo il pubblico di sorpresa: sono “Le sorelle Macaluso”, ultimo lavoro della regista palermitana Emma Dante.

Una storia “matriarcale”, di una famiglia composta da sette donne, riunite in occasione del funerale di una di loro. Fin da subito si impone allo spettatore l’immagine della croce, tenuta come vessillo, e quella di scudi e spade – tipiche delle marionette dell’Opera dei Pupi – quali unici elementi a comporre una scenografia che rimarrà vuota e buia, luogo ideale per esaltare le acrobazie emotive e fisiche delle protagoniste. Le sorelle, Gina, Citty, Maria, Katia, Lia, Pinuccia e Antonella avviano il loro dialogo a partire dai ricordi di quando erano bambine, con il padre sempre indaffarato a rincorrere lavoretti per tirare avanti  e riuscire a mantenere la famiglia. Il nero iniziale del lutto, via via che scorrono i ricordi, viene sostituito da chiassosi abitini a fiori e poi da colorati costumi da mare, fino alla scena centrale, che fa ripiombare le protagoniste in un tragico incidente avvenuto anni prima, riportandole pian piano al nero, ad un buio in cui svaniscono vivi e defunti. Tra sghignazzi, urla, giochi, accuse, insulti, sogni, rimorsi, scuse, abbracci, pianti, si rincorrono i ricordi di quel microcosmo affollato di donne, senza un padre né una madre, che all’improvviso compaiono, prima l’uomo poi la donna, evocati da un aldilà pacificante, per ritrovarsi e stringersi in un estenuante e sensuale abbraccio rotatorio, quasi una danza dell’anima, che sembra non aver fine.

Il duello tra morte e vita, passato e presente si sviluppa lungo l’intero spettacolo, raggiungendo l’apice nel balletto finale: un assolo forzato e affannoso della sorella morta che, denudandosi per rivestirsi del bianco tutù da ballerina, può finalmente realizzare il sogno di diventare danzatrice che, in quanto sorella maggiore, aveva accantonato per accudire le sorelle. Difficile, dunque, non rimanere colpiti da quello che avviene sul palco, niente altro che la storia teatrale – perché è la scena a condensare la narrazione e a darle ritmo e struttura – delle sorelle Macaluso. A ricordarci il confine tra la morte e la vita restano sempre quei cinque scudi luccicanti deposti, fin dall’inizio, come lapidi sul fondo del proscenio con sopra appoggiate delle croci. Di qua gli spettatori, sul palcoscenico gli attori. Ma in fondo tra noi e loro non sembra esserci molta differenza: il confine è indefinibile, quando non si è sicuri di essere vivi o quando nessuno ci avvisa di essere morti.

 

 

 

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