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Le (poche) ombre e le (molte) luci de “Il Trovatore” in scena al Teatro Petruzzelli

24 Feb 2018 | Nessun Commento | 3.105 Visite
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'Il Trovatore' al Petruzzelli di Bari“Tornate all’antico e sarà un progresso!”

Perché “Il trovatore” è il capolavoro più rappresentato di Giuseppe Verdi, se non in senso assoluto, quantomeno della cosiddetta trilogia popolare della fase romantica, completata da due capisaldi quali “Rigoletto” e “La traviata”? Eppure non vi è dubbio che vi sia più di un motivo per sconsigliarne la messa in scena, temendo che il successo non arrida l’impresa.

Innanzitutto, è, con tutta probabilità, l’opera più cupa e pessimistica del Genio di Busseto, caratteristica mutuata dal grande dramma del romanticismo spagnolo cui si ispira, “El Trovador” di Antonio García Gutiérrez, che viene letto e tradotto simultaneamente al Maestro dalla compagna Giuseppina Strepponi, ma anche e soprattutto dalla riduzione librettistica, commissionata dallo stesso Verdi, del poeta partenopeo Salvadore Cammarano; a quest’ultimo si deve, di certo, quella strana quanto avvincente commistione tra la sanguigna ed istintiva carnalità e la meditativa e coerente razionalità dei protagonisti, un compiuto esercizio drammaturgico, persino spiazzante, ora come allora, nelle sue audaci soluzioni narrative, merito che va condiviso con il Maestro che, alla morte improvvisa di Cammarano appena terminata la stesura, chiamò il più fedele collaboratore del compianto poeta, Leone Emanuele Bardare, per operare dei piccoli ma sostanziali cambiamenti (tra cui l’aggiunta dell’aria di Leonora “D’amor sull’ali rosee” resta forse il più importante) cui egli stesso partecipò personalmente.

L’apertura di notte, nell’atmosfera cupa e minacciosa del palazzo d’Aliaferia, con il capitano delle guardie Ferrando che racconta una storia di tenebre e d’orrore, dà immediatamente il senso di tutta la vicenda che si sta per svolgere, una sorta di introduzione, di accostamento, di incipit soprattutto emotivo; infatti, praticamente tutte le scene successive avranno luogo di notte o negli opprimenti interni delle monumentali sale, e finanche il quadro dell’accampamento degli zingari, l’unico che, grazie ai canti ed alle danze zigane dovrebbe avere in sé un’aura gioiosa, viene offuscato non solo dalle prime fievoli luci dell’alba che, fondendosi con quelle ancora vivide dei fuochi del bivacco, per una volta non sembrano forieri di buone novelle ma, semmai, apportatrici di presagi di morte e distruzione, ma soprattutto dall’irrompere delle drammatiche e strazianti reminiscenze di Azucena, intenta a rinnovare la sua sete di vendetta e l’amore per il figlio, caratteri cui Verdi volle fosse dedicata grande attenzione (ammonendo Cammarano che intendeva farle perdere il lume della ragione nell’ultima scena: “Non fare Azucena demente. Abbattuta dalla fatica, dal dolore, dal terrore, dalla veglia, non può fare un discorso seguito. I suoi sensi sono oppressi, ma non pazza.”) per mantenere il carattere “strano e nuovo” che già Gutiérrez aveva immaginato per quella che avrebbe dovuto, in principio, essere la protagonista femminile dell’opera verdiana, in contrapposizione con Leonora, la donna angelicata e salvifica, pronta ad immolarsi come agnello sacrificale nel tentativo di salvare il suo Manrico, il trovatore che ama, il quale alla fine cadrà ugualmente vittima di un tragico destino. In questa incessante oscurità, vera e spirituale, è naturalmente il fuoco a farla da padrone, con decine di riferimenti, anche metaforici, di Cammarano alle fiamme, anche incorporee dell’ardore e della passione, sino a quella pira dall’orrendo fuoco, cruciale ai fini della storia tanto per le sorti della zingara e del figlio “adottivo” quanto per il nefasto ricordo dell’orrenda morte della vecchia madre e del figlio naturale.

Insomma, Verdi coglie immediatamente la grandezza dei personaggi creati da Gutiérrez e ne fa tesoro, ma è lui che, quasi miracolosamente (pare la composizione lo abbia impegnato per un mese appena, nel novembre del 1852), riesce, grazie alla sublime vigorosa realizzazione musicale, a donare loro quella umanità che, dal suo debutto al Teatro Apollo di Roma nel 1853, non ha mai smesso di affascinare pubblico e critica.

Ma – come dicevamo innanzi – una produzione de “Il trovatore” è comunque sempre una scommessa rischiosa per qualsiasi teatro, per quanto abbiamo sinora affermato e, principalmente, per l’immensa difficoltà vocale delle parti dei protagonisti. Ebbene, siamo certi di poter affermare che tra le poche ombre dell’edizione, per cui sono previste ben otto repliche, inserita nell’annuale cartellone della Fondazione del Teatro Petruzzelli, non vi sono le prove dei cantanti, che, anzi, sono brillate di sfavillante luce, talvolta accecante.

Joseph Franconi Lee, in altre occasioni da noi esaltato per il suo gusto visionario, ha stavolta realizzato una regia che, forse perché troppo preoccupata di attenersi al dettame del Maestro riportato in apertura d’articolo, è apparsa alquanto statica, per lo più poco attenta, soprattutto nella cura della mimica degli artisti impegnati, di certo fedele alla tradizione ma troppo votata all’essenzialità per catturare appieno lo spettatore, sensazione che si ripete con i costumi di Pasquale Grossi, le luci di Claudio Schmid, le coreografie di Francesco Annarumma, e finanche con le monumentali scene di Tito Varisco che, pur esaltando i sentimenti cupi dell’opera, risultano troppo finte, con un ritorno al passato che non sortisce l’“effetto memoria” voluto ma le rende esclusivamente datate. Ma se questi appunti appaiono di poco conto se confrontati allo spazio giustamente lasciato da Lee all’elemento canoro, alla messa in scena barese non possiamo perdonare gli inopportuni cambi di scena realizzati dietro un fittizio sipario con la sala lasciata in balia delle mezze luci, circostanza che si è ripetuta più volte durante la rappresentazione; pur plaudendo alla maestria delle maestranze del nostro Politeama, crediamo che una regia più accurata avrebbe permesso di ovviare all’increscioso ascolto di martelli e chiodi all’opera (ci si consenta il gioco di parole). Ben curate, invece, sono apparse le scene d’insieme, in cui si esaltavano le doti del Coro del Petruzzelli, come sempre diretto da Fabrizio Cassi, che si comporta egregiamente tanto sulla scena, diventando l’elemento fondamentale del movimento registico, quanto nelle parti cantate, compresi i meravigliosi momenti scritti per il coro interno, capace di offrire una prova davvero memorabile, come pure ha fatto l’Orchestra che, salvo qualche rarissima imperfezione, ha risposto da par suo alla sempre pregevole direzione del maestro Renato Palumbo.

Pur, quindi, lodando totalmente la cura data alla partitura musicale, non possiamo non dichiarare – ci perdoneranno le sinora citate forze in campo – che il maggior punto di forza di questo Trovatore è tutto nel cast. Giuseppe Gipali, nei panni del protagonista Manrico, ha dato prova di essere ben capace di rappresentare, grazie ad una voce piena e ricca di armonici, le antinomie del suo personaggio, superando a pieni voti la difficile prova di “Di quella pira”, momento che il pubblico attende sempre con fermento; Alberto Gazale ha mostrato, con pari appropriatezza vocale ma maggiore capacità attoriale ed interpretativa, il carattere rabbioso ed egocentrico del Conte di Luna; Alessandro Spina ha interpretato in modo convincente e vocalmente ineccepibile Ferrando, capitano delle guardie del Conte e memoria storica della vicenda. Ma è nell’ascolto delle due voci femminili impegnate che il nostro parere si fa oltremodo esaltato ed osannante, a partire dalla prestazione di Carmen Topciu, che, pur non supportata da una gestualità all’altezza della prova (ma potrebbe essere un’altra delle pecche da ascrivere alla regia), è bravissima nel rendere la furia sorda e costante di Azucena, riuscendo con la voce ad esprimere tutte le contraddizioni ed emozioni che agitano la zingara, e poi, su tutti, dalla performance di Maria Teresa Leva, che solo pochi mesi fa avevamo definito divina alle prese con “Aida” e che oggi, alle prese con le impervie pagine create da Verdi per la sua Leonora, conferma ed addirittura supera quel giudizio, rivelandosi semplicemente perfetta, raggiungendo vette concesse a poche, stagliandosi come l’indiscusso cuore e motore musicale e drammaturgico dell’intera messinscena; quando ha terminato la citata Aria inserita nella parte IV “D’amor sull’ali rosee”, regalandoci il momento più alto, emozionante e di intensissima espressione di tutta la serata e rendendo difficile rintracciare nella nostra mente precedenti cui accostarla se non facendo ricorso a confronti con nomi così altisonanti da poter – sinora – apparire irriverenti, il pubblico che assiepava il Petruzzelli, ormai irrimediabilmente catturato, dopo aver trattenuto il respiro, non ha potuto far altro che esplodere in un’ovazione da stadio, assolutamente meritata, di fatto innalzando la Leva nell’Olimpo delle voci del belcanto cui già inequivocabilmente appartiene; ascoltandola, non si può fare a meno di restare ipnotizzati e di dedicarle le parole che Montserrat Caballè pronunciò per altra collega: “è fra le voci soprano di oggi quella in possesso più evidente di un dono che anche a me fu concesso: il carisma”.

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