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Le magnifiche architetture sonore di John Surman al Teatro Forma di Bari per “Nel gioco del jazz”

1 Apr 2019 | Nessun Commento | 456 Visite
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john surmanNon c’è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare, nuovi sentimenti da sperimentare. E c’è la necessità di purificare sempre più questi sentimenti, questi suoni, per arrivare ad immaginare allo stato puro ciò che abbiamo scoperto. In modo da riuscire a vedere con maggior chiarezza ciò che siamo. Solo così riusciamo a dare a chi ci ascolta l’essenza, il meglio di ciò che siamo.” (John Coltrane)

 

Talvolta accadono cose che non ci si può spiegare: strani intrecci, anomale tessiture, eccezionali incastri del tempo e dello spazio che creano meravigliose ed insperate opportunità da cogliere all’istante. Quando, nei giorni scorsi, abbiamo potuto assistere al magnifico “Slava’s Snowshow”, capolavoro clownesco di Slava Polunin (che abbiamo già recensito in altra pagina di questo stesso Magazine), siamo stati ipnotizzati dalla musica utilizzata durante lo spettacolo, non solo da quella – notissima – inserita nei momenti topici, ma, anche e soprattutto, dal manto sonoro che ricopriva l’intera pièce e che, quasi inavvertitamente, catturava il pubblico, trasportandolo sul tappeto magico delle emozioni. Ebbene, questa ulteriore “piccola” magia di Slava portava la firma di John Surman, uno dei più grandi musicisti viventi che, alla soglia dei 75 anni, continua a stupire per la sua verve compositiva e la sua freschezza interpretativa,tra i più prestigiosi ed innovativi sassofonisti di sempre, mito mondiale di quel jazz che, negli ultimi cinquant’anni, ha contribuito a rinnovare.

Comprenderete la nostra gioiosa sorpresa quando, proprio poche ore dopo la performance di Polunin, l’instancabile lavoro dell’associazione barese Nel gioco del jazz ci ha permesso di ascoltare dal vivo, in uno dei suoi magnifici fuori programma che non smettono di deliziarci, identificandola come una delle migliori – se non la migliore – realtà musicali della nostra città, proprio il bardo inglese, il pifferaio magico, l’incantatore di serpenti, il cantastorie, il cesellatore di fiabe in musica, giunto sul palco di un affollatissimo Teatro Forma di Bari per presentare il suo nuovo ipnotico lavoro, quell’“Invisible threads” realizzato con un anomalo trio che vede il basilare apporto del pianista brasiliano Neson Ayres, jazzista ma anche collaboratore di tanti grandi della canzone carioca, e del vibrafonista Rob Waring, docente di musica classica al Conservatorio di Oslo.

Introdotto dalla sempre lucida, appassionata ed appassionante presentazione del Maestro Roberto Ottaviano, deus ex machina dell’associazione assieme a Donato Romito e Pietro Laera, il quale ha annunciato non solo importanti novità per l’anno a venire, tra cui il trasloco nelle sale dell’AncheCinema, ma anche qualche nome del prossimo cartellone, tra cui spicca un tale Brad Mehldau, il Maestro Surman ha dato fondo a tutta la immensa arte, lasciando che il suo sassofono ed il suo clarinetto basso colloquiassero con il piano, lo xilofono ed il vibrafono, in un perfetto gioco di discese ardite e risalite che, pur essendo compiutamente catturato dalla fredda carta del pentagramma, giungeva al pubblico, raramente così appagato, come pura improvvisazione astratta, con le note che si ergevano al di sopra della sala a ritrovar bellezza, a costruire magnifiche architetture sonore, a rivendicare la dimensione propria di una musica che, prescindendo dalle nostre attese di ascoltatori, ci restituiva la purezza di un suono che credevamo perduto.

Ancora una volta la figura di Surman si stagliava altissima, irraggiungibile, finanche messianica, non solo quando dava vita alle incantevoli note che giungevano dal palco, ma anche quando si sentiva in dovere di spiegare il titolo del suo album – letteralmente “fili invisibili” – proprio partendo dallo strano incontro con i suoi attuali compagni di viaggio, distanti tanto geograficamente quanto professionalmente, ed allargando l’analisi anche al pubblico presente in sala, tutti parte di un’unica entità che la musica riesce a ricongiungere e che nessuno deve pensare di poter separare. E noi, grazie alle evoluzioni poetiche di questo sciamano dell’arte dei suoni che esaltavano il sublime interplay creativo del trio, siamo riusciti magicamente a vedere giungere dal palco sino alla platea quelle filigrane sottili, quelle positive vibrazioni, quella sognante astrattezza, quelle proiezioni di memorie emotive fortemente intime e personali eppure talmente evocative ed universali da catturarci appieno, tanto da farci, infine, essere certi di aver assistito ad un concerto splendido, forse irripetibile.

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