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Le grandi contraddizioni di Benito Mussolini

15 Dic 2009 | Nessun Commento | 6.541 Visite
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mussoliniLa storiografia ha sempre evidenziato poco le grandi contraddizioni che hanno caratterizzato la vita di quel personaggio controverso che si chiama Benito Mussolini. Soprattutto nel periodo che va dal 1914 al 1929. Quindici anni in cui il “duce del fascismo” rinnega di fatto molte delle sue battaglie ideologiche del periodo precedente al 1914-15.

Il primo e più immediato è quanto avviene con l’avvento della prima guerra mondiale. Benito Mussolini, direttore del quotidiano “L’Avanti”, organo ufficiale del Partito Socialista, si dichiara dapprima prudentemente, eppoi con sempre maggiore convinzione favorevole all’intervento dell’Italia nella guerra, in netta contrapposizione con la posizione ufficiale del P.S.I.favorevole alla neutralità. La contraddizione sta nel fatto che il Mussolini fino a quel momento si era dichiarato fermamente “pacifista” e contrario a qualsiasi forma di guerra, soprattutto a quelle di aggressione colonialista (vedasi Libia), tanto è vero che fu condannato in quanto renitente alla leva, e per evitare il carcere dovette rifugiarsi in Svizzera e nella Trento austriaca, laddove si fece conoscere per il suo carattere fortemente irascibile e violento.

Nel 1915 fu espulso dal Partito Socialista ed estromesso dalla direzione de “L’Avanti”. Lui dichiarò che si trattava di una vendetta dei così detti “Riformisti”, Turati, Matteotti, ecc., per l’ordine del giorno da lui proposto nel Congresso del 1912 di Reggio Emilia e riproposto in quello di Ancona del 1914 in cui fu dichiarata l’incompatibilità prima e dopo l’espulsione dal Partito per gli iscritti alla Massoneria. A causa di tali mozioni, approvate a grandissima maggioranza, alcuni socialisti riformisti dovettero lasciare il partito quali Leonida Bissolati, Salvatore Barzilai, Claudio Treves e pochissimi altri che costituirono il Partito Socialista del Lavoro Italiano di ispirazione riformista e radicale.

Lui si avvicinò, pertanto, ai Fasci d’azione rivoluzionari guidati da Filippo Corridoni il cui primo congresso si celebrò a fine gennaio 1915, erano gli interventisti socialisti. Partì volontario alla Prima Guerra Mondiale e rimase ferito e quindi ricoverato in ospedali militari a lungo. Al ritorno si impegnò al fine di ricercare finanziatori per la creazione di un nuovo giornale da dirigere: “Il Popolo d’Italia”. Nella intestazione il giornale portava la auto-definizione di “quotidiano socialista”, in concorrenza quindi con “L’Avanti”. Nel 1919 costituì i Fasci di Combattimento precisamente il 23 Marzo 1919 a San Sepolcro nei pressi di Arezzo. Da allora fu un crescendo di eventi. Il primo Congresso si tenne a Firenze il 9 ottobre. Mussolini aderì all’impresa di Fiume compiuta da Gabriele d’Annunzio e lo raggiunse per congratularsi di persona. Ma lo vedeva come un possibile rivale.

La lista dei Fasci di Combattimento si presentò alle elezioni politiche del 1919, senza aderire ad alcuna coalizione, e non presero alcun seggio alla Camera dei Deputati e poche migliaia di voti. Da quel momento iniziò il suo avvicinamento verso posizioni conservatrici.

Iniziò il ricorso alle violenze contro i suoi stessi ex compagni di partito, a fronte degli scioperi, i fascisti organizzavano squadre per colpire gli scioperanti o addirittura per sostituirsi nel lavoro ad essi. Il rivoluzionario e socialista Mussolini diventò il difensore dei poteri forti industriali, peraltro è appurato che a partire dal 1920 questi lo finanziarono abbondantemente. Persino il Governo di Giovanni Giolitti, liberale moderato, guardava con simpatia ai “fascisti” a causa degli eccessivi scioperi favoriti dai sindacati, dai socialisti, dai popolari di don Sturzo, dai repubblicani ecc.

Nel 1921, il 15 maggio, ci furono nuovamente le elezioni politiche, dovute ad una elevata ingovernabilità, e il Partito Nazionale Fascista si alleò all’area governativa con i Liberali di Giolitti, i Democratici di Nitti, i Nazionalisti di Salandra ed i Popolari di don Sturzo (in posizione incoerente in quanto a livello di governo erano alleati con Giolitti, mentre poi a livello locale erano spesso sulla stessa lunghezza d’onda con i socialisti). Il così detto “Blocco Nazionale” vince ed i Fascisti ottengono 35 Deputati. A questo punto le violenze aumentarono anziché diminuire.

Questo accordo elettorale rappresentò l’ennesima contraddizione del Mussolini: per anni aveva criticato ed offeso personalmente Giovanni Giolitti sulle colonne sia de “L’Avanti” che de “Il Popolo d’Italia”, e continuò a farlo dopo le elezioni del 1921, tanto che si adoperò in tutti i modi affinché l’oramai ultra-ottuagenario “Labbrone”, come lo definì d’Annunzio, non tornasse a capo del Governo. Nel frattempo “Il Popolo d’Italia” aveva eliminato la definizione di “quotidiano socialista” dalla sua intestazione. Nel novembre 1921 si celebrò il congresso costituente del Partito Nazionale Fascista con la fusione dei tre movimenti principali: i Fasci di Combattimento, il Partito Nazionalista guidato da Alfredo Rocco e Luigi Federzoni, ed il Partito degli Agrari guidato dal giovane Dino Grandi.

Nel 1922 la situazione precipitò rapidamente. Giolitti era nel suo “buen retiro” di Mondovì in attesa di essere chiamato dal Re per diventare ancora una volta Primo Ministro. Giovanni Amendola, Vittorio Emanuele Orlando e Francesco Saverio Nitti, i quali rappresentavano insieme con Antonio Salandra, gli uomini nuovi su cui il Re contava per sostituire definitivamente la leadership di Giovanni Giolitti, erano ormai persuasi di dover collaborare con il P.N.F.e di coinvolgerlo nel Governo con alcuni Ministri, il tal modo si sperava di far finire le violenze tra squadristi e socialisti e comunisti.Mussolini temeva che un nuovo coinvolgimento nel Governo di Giolitti avrebbe portato i socialisti nell’area governativa.

Così dopo il Convegno Fascista di Napoli di metà ottobre 1922, si formò il quadrumvirato composta da Emilio De Bono, Cesare De Vecchi, Italo Balbo e Michele Bianchi che spronò il popolo fascista all’azione e a darsi appuntamento a Roma. Nella partenza da Milano in treno per la Capitale per mettersi a capo della marcia su Roma, Mussolini era per un Governo capeggiato da Antonio Salandra, uomo del Re e della Destra Liberale. Ma all’arrivo a Roma, per le notizie che gli arrivavano, aveva superato questa idea e pretese apertamente il Governo e addirittura di escludere dallo stesso Nitti, Giolitti e Amendola.

A questo punto si manifestò l’ennesima contraddizione. Egli che aveva sempre imposto il socialismo come programma di Governo e la forma Repubblicana in sostituzione di quella Monarchica, cedette di fronte al potere. Si rimangiò il suo programma che da socialista diventò “corporativista”, conforme alle posizioni dei conservatori non liberali, e monarchico come richiesto dai Nazionalisti che di fatto diventarono dominanti del Partito e nell’azione di Governo.

Infine, l’ultima incongruità nacque nel 1929 allor quando furono firmati gli Accordi del Laterano tra Stato e Chiesa cattolica. Lui che era considerato un mangia-preti, che si era sposato solo civilmente, trasforma lo Stato Laico nato dal Risorgimento in uno avente una religione di Stato, ed in base ai Patti Lateranensi ed alla pretesa cattolicità dello Stato Italiano nel 1936-38 poté giustificare le “leggi razziali” contro gli ebrei.

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