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Le canzoni d’amore che fanno bene al cuore: il ritorno a Bari dell’eterno ragazzo Gianni Morandi

20 Mar 2018 | Nessun Commento | 663 Visite
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Gianni-Morandi-Tour-2018Canzoni stonate, parole sempre più sbagliate: ricordi quante serate passate così? Canzoni d’amore che fanno ancora bene al cuore.”

E sì, è stata proprio una bella serata, passata a emozionarsi, ridere, commuoversi e, soprattutto, a cantare, come fosse un incontro tra vecchi amici, all’incirca seimila, tanti quanti ne può contenere il PalaFlorio di Bari, più uno, un giovanotto classe 1944, che non la smette di dimenarsi sul palco intonando canzoni che fanno sempre bene al cuore e all’anima, che producono benefici effetti sulla psiche e sul corpo, che, in fondo, sono la colonna sonora della nostra stessa vita e raccontano la nostra storia. Ogni volta che Gianni Morandi affronta un nuovo tour è una festa per il “suo popolo” e lo è stata anche la tappa barese, fortemente voluta dalle belle menti della Vurro Concerti, di questo “D’Amore D’Autore Tour 2018”, partito a seguito della pubblicazione dell’album omonimo, il quarantesimo in studio, il primo dopo quattro anni e la fantastica parentesi in coppia con Claudio Baglioni.

Allargando l’idea portante del nuovo lavoro, Morandi affronta una scaletta che contiene esclusivamente canzoni d’amore, se si eccettua l’immancabile “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, in cui fanno bella mostra gli otto inediti che compongono la recente produzione, tra cui brillano “Dobbiamo fare luce” di Luciano Ligabue, con cui si apre il concerto, “Una vita che ti sogno” di Tommaso Paradiso dei “The Giornalisti”, “Ultraleggero” di Ivano Fossati, “Mediterraneo” di Levante, “Che meraviglia sei” di Giuliano Sangiorgi e “Un solo abbraccio” di Ermal Meta, quadri che dipingono l’amore da diverse angolature, fotografie che evidenziano differenti visioni del sentimento principe dell’umano sentire, brani che, ancora una volta, ci consegnano un prodotto di altissimo livello, che merita più di un ascolto, alzando l’asticella della qualità della – spesso – vituperata italica produzione discografica.

Lo show è praticamente perfetto, con il leader in grande spolvero, padrone assoluto del palcoscenico, dall’ineffabile presenza scenica, e, sopra ogni cosa, in possesso di una voce che è un dono divino di inestimabile valore, come sempre capace, anche grazie ad un sound accattivante e fresco, di trasmettere tutta la sua innata ed infinita energia al pubblico osannante ed assolutamente eterogeneo, che non vede distinzioni di sesso (anche se le donne – pazze scatenate – sono in chiara maggioranza), d’età o d’estrazione sociale, che cantano tutto il repertorio a squarciagola, divertendosi talmente tanto che a tutti l’incontro sembra durare troppo poco e invece, alla fine, sono trascorsi all’incirca centocinquanta minuti, senza un attimo di respiro o cadute di tono, dal ritmo incalzante tra varietà ed immagini, con una scenografia che ricorda il celeberrimo cerchio dei Pink Floyd, divertenti piccole scenette e tanta, tanta ottima musica, con l’esecuzione di una quarantina (tutti sarebbe impossibile in una sola sera) di successi del nostro (anche se, spesso, decurtati della seconda strofa), eseguiti da una band di ottima fattura, che annovera Alberto Paderni alla batteria, Mattia Bigi al basso, Lele Leonardi e Elia Garutti alla chitarra, Alessandro Magri alle tastiere, Simone D’Eusanio al violino, Francesco Montisano al sax, Lisa Manara, Augusta Trebeschi e Moris Pradella ai cori (oltre naturalmente ai seimila pazzi che affollano la platea e gli spalti), con precisa attenzione – quasi devozione – agli arrangiamenti originali; scorrono così, tra gli altri, Un mondo d’amore”, “Uno su mille”, “Varietà”, “Si può dare di più”, “Bella signora”, “In amore”, la citata “Canzoni stonate”, “Banane e lamponi”, “Grazie perché”, “Vita”, “Se non avessi più te”, la superba “Caruso”, che Gianni interpreta magnificamente, e poi i fantastici anni ’60 di “Non son degno di te”, “In ginocchio da te”, “La fisarmonica”, “Scende la pioggia” e chi più ne ha più ne metta.

Finito? Per gli altri, forse; non di certo per Morandi che al termine di un tour de force che avrebbe piegato chiunque, si ferma tantissimi minuti a bordo palco a firmare autografi e a stringere mani, in una trasmissione di affetto tra palco e platea che ha del miracoloso e che appare – e, in fondo, tutti ci auguriamo sia – infinito.

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