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Le architetture jazz di Iain Ballamy e Carlo Morena a Bari per Nel gioco del jazz

14 Ott 2018 | Nessun Commento | 500 Visite
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20181012_225047Gli amanti del jazz hanno un bel lamentarsi di quelle – e sono tante – scalette di concerti che sembrano volere, talvolta – temiamo – esclusivamente per mera incapacità, ripercorrere le strade del più vecchio, se non addirittura becero, repertorio di standard, di quei classici “sempreverdi” che, ormai, hanno colorazione più vicina al grigio. Le giuste rimostranze – quasi sempre dei soli addetti ai lavori – si dimostrano però ipocrite quando non si dà il giusto risalto a taluni esperimenti di alcuni illuminati musicisti che cercano di apportare nuova linfa al genere musicale da noi tanto amato. Ad esempio, a nostro modesto parere, si sarebbe dovuta accordare maggiore attenzione alla performance del duo formato da Iain Ballamy e Carlo Morena, tenutasi nella accogliente cornice del Teatro Forma di Bari per l’annuale stagione dell’Associazione Nel gioco del jazz, fosse anche solo per il coraggio dimostrato nel presentare un repertorio quasi integralmente originale, costruito su composizioni dei due musicisti, in cui facevano capolino solo sporadicamente talune magnifiche perle del passato, come la splendida “Lush life” dell’immenso Billy Strayhorn, mai avulse dalle sonorità che il duo andava esprimendo, ma, anzi, perfettamente inseritesi in una evoluzione live che appariva incessante.

Introdotti dalla – come sempre – perfetta presentazione del Maestro Roberto Ottaviano, deus ex machina dell’Associazione assieme a Donato Romito e Pietro Laera, il sassofonista britannico ed il pianista italiano hanno pescato a piene mani dal loro – già più che capiente – bagaglio musicale per affrontare questa nuova tappa del loro viaggio, in cui ci sono sembrate convergere tutte le loro precedenti esperienze musicali, a partire dagli studi di formazione classica, soprattutto del Morena, sino alle tracce lasciate dai tanti esimi colleghi incontrati sulla strada, le cui sagge lezioni sembrano essere state mandate a memoria da questi due straordinari interpreti; la loro musica è chiaramente il prodotto di una scrittura visionaria quanto caleidoscopica, in cui nulla sembra essere stato lasciato al caso, e di un percorso artistico ancora in piena evoluzione, straripante di magnifiche architetture musicali create per l’occasione – arte in cui Morena è davvero un Maestro – che sembravano prendere forma davanti ai nostri occhi e nelle nostre orecchie. Nel loro affascinante linguaggio sonoro confluiscono suoni e sapori come profumi e aromi provenienti da mondi e culture lontane, di fronte ai quali ci si ritrova talvolta spiazzati, ma sempre ipnotizzati.

Per quanto ci compete, è una fortuna che ci sia ancora in giro gente come Morena e Ballamy, pronta a mettere audacemente in gioco il proprio talento per sperimentare e cercare nuovi linguaggi affinché il jazz e la musica in genere possano dirsi pulsanti e vitali: sono nuovi condottieri, amanti ricambiati, novelli domatori che sanno addomesticare ad arte, come accaduto anche nel concerto barese, quel flusso inesauribile di note che arrivava chissà da dove, e che, passando per il palco, si è guadagnato il favore della platea, che sembrava – più che giustamente – non volerli più lasciare andar via.

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