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L’Arte della Recitazione: Lojodice, Orsini, Popolizio riportano in teatro “Copenaghen”

23 Mar 2018 | Nessun Commento | 1.071 Visite
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“Dio non gioca a dadi con l’universo.” (Albert Einstein)

copenaghen“Non dire a Dio come deve giocare.” (Niels Bohr)

“Non sei mai stato in grado di comprendere la suggestione del paradosso e della contraddizione. Questo è il tuo problema. Vivi e respiri paradosso e contraddizione, ma non puoi vedere la loro bellezza più di quanto il pesce possa vedere la bellezza dell’acqua.” (Michael Frayn)

Ci sono avvenimenti della nostra – anche recente – storia che si apprendono grazie ad un’opera artistica e che, invece, meriterebbero di essere raccontati, ricordati, approfonditi, anatomizzati, non fosse altro per spiegare la genesi di quella stessa opera, analisi tanto più interessante quanto più si abbia l’impressione di trovarci di fronte ad un capolavoro.

Il 6 febbraio del 2002 furono pubblicate alcune lettere che il danese Niels Henrik David Bohr, premio Nobel per la fisica nel 1922, scrisse, senza mai spedirle al destinatario, all’indomani della seconda guerra mondiale al suo vecchio discepolo, amico e prezioso collaboratore Werner Karl Heisenberg, fisico tedesco, anch’egli premio Nobel per la fisica nel 1932, responsabile del programma nucleare della Germania nazista; in esse è contenuta la versione di Bohr di quanto avvenne durante un celeberrimo incontro tra i due nel settembre del 1941, allorquando Werner, raggiunto Niels in una Copenaghen occupata, sfuggendo all’amabile controllo della moglie di Bohr, Margrethe Nørlund, darà origine ad un brevissimo colloquio che, di fatto, porrà fine al consolidato rapporto che li aveva legati indissolubilmente per ben 19 anni. Probabilmente, però, la fase discendente dell’iperbole del loro sodalizio era cominciata già due anni prima, quando un gruppo di scienziati tedeschi e austriaci, sviluppando le prime sperimentazioni eseguite da Enrico Fermi e dai suoi ragazzi di via Panisperna, scoprì la fissione nucleare, comprendendone immediatamente l’altissimo potenziale non solo nella produzione di energia, ma anche nella creazione di ordigni di potenza elevata, elemento che non poteva sfuggire alle mire espansionistiche e guerrafondaie di Adolf Hitler, che affidò il progetto bellicoso proprio ad Heisenberg, ponendolo a capo di un selezionato gruppo di fisici. Cosa accadde, dunque, durante quel colloquio del 1941? Nelle sue lettere Bohr scrisse: “Le sue parole mi diedero netta l’impressione che, sotto la sua guida, in Germania sarebbe stato fatto tutto il possibile per sviluppare armi atomiche”, concludendo che il giovane amico avrebbe tentato – magari velatamente – di convincerlo a far parte del gruppo tedesco, così da poter contrastare il programma nucleare americano denominato Manhattan, a cui Bohr avrebbe partecipato in seguito e a cui – pare –collaborasse segretamente già in quegli anni.

In realtà, anche Heisenberg aveva fornito, già nel 1957, la sua versione dell’incontro, affermando di non aver mai tentato di coinvolgere il suo mentore nella ricerca nazista, lasciando, peraltro, che si sviluppasse la pubblica convinzione che egli, proprio tramite Bohr, sapendolo in contatto con gli Alleati, avesse cercato di trasmettere preziose informazioni sullo stato della ricerca ai nemici del Reich, non vedendo di buon occhio la spietata furia egemonica e distruttiva del Führer.

Il resto è Storia. Il sogno nucleare tedesco fallì – qualcuno suppone proprio a causa dell’ostruzione di Heisenberg – mentre il progetto Manhattan, diretto dal fisico americano Robert Oppenheimer, realizzò la prima bomba atomica, in codice Little Boy, che il quadrimotore B-29 Enola Gay sgancerà sulla città giapponese di Hiroshima il 6 agosto 1945, mentre, solo tre giorni dopo, un secondo ordigno, denominato Fat Man, venne fatto esplodere a Nagasaky.

Un solo incontro, dunque, ha cambiato la storia dell’umanità così come la conosciamo; eppure di quel breve colloquio esistono versioni sì altamente contrastanti che il dibattito sulla questione posta non ha ancora avuto un esito ben preciso, ed a causa della mancanza di testimoni difficilmente si potrà giungere mai ad una risoluzione.

Le versioni dell’accaduto e non l’accaduto, l’ipotetico e non il fatto, l’immaginario e non il reale, sono pertanto la fonte cui ha attinto il drammaturgo inglese Michail Frayn per dare vita alla scrittura di Copenaghen, in cui quel supposto diviene il presupposto, il pretesto utilizzato non per fotografare un piccolo interno danese, bensì per radiografare l’essere umano in tutti i suoi aspetti, scoprendone tanto positività quanto, forse soprattutto, negatività.

Il capolavoro teatrale, che ha debuttato nel 1998 a Londra, ove ha goduto di più di mille repliche, e rappresentato in Italia l’anno dopo grazie a tre assoluti mostri sacri della recitazione che rispondono al nome di Giuliana Lojodice, Umberto Orsini e Massimo Popolizio, oggi, nella versione curata da Filippo Ottoni e Maria Teresa Petruzzi, torna sui nostri palcoscenici e, per nostra somma fortuna, al Teatro Petruzzelli di Bari per due affollatissime repliche nell’annuale stagione del Teatro Pubblico Pugliese, con la regia di Mauro Avogadro, la produzione della Compagnia Umberto Orsini e del Teatro di Roma – Teatro Nazionale, e con i medesimi sublimi interpreti, per desiderio dello stesso Orsini che, nelle note di presentazione del lavoro, ha affermato che “sarebbe stato un errore imperdonabile pensare di dar vita ad una Compagnia teatrale che porti il mio nome senza pensare all’opportunità di rimettere in scena uno spettacolo come Copenaghen, la pièce di Frayn che ci aveva visti interpreti per la prima volta diciotto anni fa”.

Nella imponente scena di Giacomo Andrico, un’aula monumentale sovrastata da un insieme di enormi lavagne su cui sono scritte e vengono di volta in volta aggiunte le formule dei due scienziati, illuminata dalle luci di Carlo Pediani, si muovono i nostri tre protagonisti ormai defunti, ovvero le loro anime o i loro tre fantasmi (“E quando tutti i nostri occhi sono chiusi, quando anche i fantasmi se ne sono andati, cosa resterà del nostro amato mondo? Il nostro mondo rovinato e disonorato e amato?” dirà Margrethe in uno dei passaggi più alti del testo), bardati nei semplicissimi ma efficaci costumi di Gabriele Mayer, in cui – giustamente – spicca il grigio, in quel che Frayn ha immaginato potesse essere il Paradiso – o l’Inferno – dei matematici, in cui ciascuno sviscera la propria versione dei fatti, anzi del fatto, di quell’incontro così misterioso, ognuno consegnandocene una parafrasi del tutto personale e, quindi, irrisolta, anche se la consecutio scelta ci fa comprendere immediatamente a chi l’autore conceda maggiore attendibilità, che si fermerebbero ed attesterebbero quali pure teorie, se non fossero intervallate da immagini delle esplosioni atomiche così reali da far, ancora oggi, tremare le coscienze.

Mai al di sotto della perfezione dell’Arte recitativa, Lojodice/Nørlund, Orsini/Bohr e Popolizio/Heisenberg, donandoci una essenziale prova di Teatro di infinita bellezza con cui riescono a rappresentare le illimitate sfaccettature psicologiche dei personaggi, si e ci lasciano attraversare, avvincere, ricoprire, attanagliare, quasi soffocare da un fiume di parole in interrotto movimento, da una forza incessante, ora impetuosa ora tranquilla, ma sempre definitiva, in cui le formule matematiche – sconosciute alla maggioranza, se non alla totalità, del pubblico – sembrano trasformarsi in formule magiche che possano ipnotizzare lo spettatore, trascinandolo in una virtuale danza dervisci per – probabilmente – portarlo ad uno stato di trance, di estasi, da cui – purtroppo – dovrà risvegliarsi quando gli eventi – reali e non più ipotizzati – della guerra irromperanno sul palco. Grazie alla Maestria dei tre protagonisti e del loro prolungato interrogarsi sulla responsabilità morale e politica della scienza, quasi fossero condannati a ripetere – e ripetersi – in eterno i loro quesiti, ci si ritrova destinatari di una trasmissione di freddi ed asettici dati che diviene trasferimento di esperienze e sentimenti umani, che, affidati, in contrasto con la scrittura delle formule, all’oralità, vanno oltre gli stessi testimoni, recapitandoci un vissuto elaborante e non elaborato, in cui, tranne forse che per le parole affidate a Margrethe, sembra per lo più affiorare il significante e non il significato, che invece giunge, in tutta la sua forza, a squarciarci l’anima nel sublime finale della versione di Heisenberg, che cattura sino alle lacrime, che ci fa tornare nel buio freddo ed inospitale della nostra società sapendo che “abbiamo una serie di obblighi nei confronti del mondo in generale, con i nostri concittadini, con i nostri vicini, con i nostri amici, con la nostra famiglia, con i nostri figli. Dobbiamo passare non due fessure allo stesso tempo, ma ventidue. Tutto quello che possiamo fare è guardare oltre, e vedere cosa è successo”.

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