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Lager nazisti e gulag sovietici: un possibile (e necessario) confronto – 4a parte

11 Apr 2010 | Nessun Commento | 2.859 Visite
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margolinTermina con questo articolo il viaggio nel mondo dei Lager nazisti e Gulag sovietici scritto da Julij Borissovič Margolin, cittadino polacco, filosofo, scrittore e giornalista ebreo di formazione linguistica russa assolutamente sconosciuto in Italia (prefazione a cura del prof. Augusto Fonseca responsabile della “Collana Slavica” della Zane editrice).  Si ringrazia la professoressa Inna A. Dobruskina, instancabile promotrice della nobile figura dello scrittore e visionario ebreo russo che ha, tra l’altro, sistemato l’intero archivio di Margolin, oggi custodito nell’Archivio Centrale Sionista di Gerusalemme.  

Non si deve, però, trascurare di confrontare i Gulag sovietici di ieri con i Lager tedeschi di ieri. Che cosa risulta piú terribile, pericoloso e micidiale: Auschwitz con i suoi crematori in funzione o il “quadrato n.73” ignoto a tutti, autentico cimitero degli erre-cí [= reclusi, A.F.], di cui ho parlato nel mio libro?
E qui bisogna affrontare due diversi approcci, due diversi punti di vista: uno individuale e un altro collettivo. Guardato da un singolo individuo, l’orrore dei Lager hitleriani non trova in nessun luogo un paragone. Là imperavano torture spietate, oltraggi in continuazione, disumano cinismo e morte straziante. In confronto con Dachau e Treblinka i Gulag russi erano un male infinitamente minore. Quando una volta ad un Russo, fautore dei campi ebbi a dire che la percentuale media della mortalità a causa della fame nei campi era verosimilmente inferiore al 10%, lui, palesemente soddisfatto disse: “Allora, vede? Cinquantamila su un milione! Una vera banalità !”.
Ciascuno può decidere a livello personale quale risposta dare alla questione se sia preferibile il “quadrato N.73” oppure la fossa in cui i nazisti seppellivano ancora vive le persone. C’è, però, un altro punto di vista, quello dello storico e dello studioso di processi sociali: che cosa rappresenta pericolo maggiore per l’intera società e per la sua epoca.
Il nazifascismo ha lanciato una sfida aperta alla famiglia dei popoli europei, al retaggio di secoli, alla tradizione di libertà e umanesimo. Non ha nascosto il suo regime banditesco e non ha ingannato nessuno. Chi non voleva essere ingannato da se stesso, sapeva bene che cosa offriva il nazismo ai popoli e all’umanità. E questo ha portato ad un vero e proprio duello (vita o morte) con quella forma di banditismo politico introdotta ovunque in uso da Mussolini e Hitler.
Il nazifascismo è stato una palese e indiscutibile minaccia, simile all’assalto di banditi su una via di grande comunicazione oppure ad un incendio. Il sistema concentrazionario sovietico, invece, rappresenta un pericolo invisibile e subdolo, che la società europea ignora, anche se i microbi di questo terribile morbo si sono già annidati all’interno della sua cultura. Dal nazifascismo il mondo civile si è liberato con una guerra di cinque anni; salvarsi dal sistema concentrazionario sovietico, invece, risulta enormemente piú difficile. Esso è invisibile, striscia come una serpe incontro all’uomo, coperto da una maschera fatta di espressioni di democrazia, di slogan socialisteggianti, di un grande stendardo su cui è scritta la parola “pace”. L’entusiasmo nei suoi confronti tanto piú è pericoloso, quanto piú risulta sincero. Per il futuro della democrazia europea i Gulag sovietici sono infinitamente piú pericolosi di quanto non lo furono i Lager tedeschi con tutto il loro carico di ignominia. Nel frattempo, fin quando non saranno visibili, salirà purtroppo il numero dei loro ingenui (e gabbati) difensori. Aprire la strada verso la verità sui Gulag sovietici vuol dire isolare e rivelare a tutto il mondo il virus del morbo letale che lo minaccia.
Quando una casa brucia, nessuno si preoccupa di curare un malato che è dentro. Prima di tutto lo si salva dall’incendio e poi dalla malattia che lo consuma. Eppure, ciascuno comprende che la malattia rappresenta per la sua vita un pericolo ben maggiore dell’incendio della casa. Prendiamo un caso limite: il popolo ebreo fra nazismo e comunismo. Nei Lager tedeschi sono stati liquidati milioni di Ebrei, mentre nei campi di Stalin solo alcune centinaia di migliaia. Agli occhi di ciascun Ebreo il Lager tedesco è senza paragoni piú spaventevole di quello sovietico. Ma per il popolo ebreo nella sua totalità, il nazifascismo è stato una rovinosa tempesta che, abbattendosi sopra di lui, ne ha distrutto un buon terzo, ma non lo ha liquidato del tutto né gli ha impedito di creare lo Stato ebraico. I campi di concentramento sovietici, invece, se avranno il dominio sul mondo e gli imporranno le proprie leggi, del popolo ebreo faranno quello che hanno fatto e continuano a fare all’interno dell’Urss: gli succhieranno interamente il sangue, lo priveranno di qualsiasi ragione di esistenza e lo annegheranno nella caldaia dell’assimilazione. Noi, Ebrei, non siamo a favore dei campi di concentramento, né tedeschi né sovietici. Il nostro destino è legato a filo doppio alla vittoria della democrazia occidentale.

Tel Aviv, 1950
(Traduzione dall’originale russo: Augusto Fonseca)

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