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La vera storia della Gazzetta del Mezzogiorno. Parte VII

26 Lug 2015 | Nessun Commento | 1.226 Visite
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gazz1Giuseppe Giacovazzo

A Oronzo Valentini succede Giuseppe Giacovazzo nato a Locorotondo nel 1925. Formatosi, professionalmente proprio alla Gazzetta che ha lasciato nel 1968 per la RAI dove cura i servizi culturali del TG1. Un gradito ritorno per quanti al giornale lo hanno conosciuto. Aperto, cordiale con tutti senza il distinguo fra giornalisti e operai, Giacovazzo è il classico ‘uomo giusto al posto giusto’. Conosce il territorio, è un convinto meridionalista, attento alla cultura di sinistra – cita a memoria Pasolini, Marcuse, Di Vittorio, Leonardo Sciascia – dotato di una penna arguta e brillante che usa senza risparmiare nessuno: “non siamo disposti a suonare serenate – scrive nel suo primo editoriale – la musica che ci piace la suoneremo, quella che non ci piace, da qualunque orchestra provenga, ci riserviamo il diritto di commentarla e criticarla senza riserve”. La sua matrice democristiana è salda e convinta… sta solo vivendo un periodo di riflessione dovuto al barbaro eccidio di Aldo Moro e della sua scorta.

Ma 11 anni trascorsi a Roma lo hanno cambiato né il ritorno a Bari lo allontana dalla Capitale dove ‘pesca’ e chiama a collaborare per la Gazzetta fior di professionisti di ogni colore politico: da Sergio Zavoli a Guido Gerosa, Paolo Torresani, il sociologo Sabino Acquaviva, Luciano Canfora, Antonio Ghirelli, Paolo Fraiese, Massimo De Luca per lo sport, senza tralasciare di arricchire la pagina culturale con pregevoli contributi di Paolo Grassi, Pietro Scoppola, Domenico Cantatore, Mario Pomilio, Giacinto Spagnoletti, Cosimo Damiano Fonseca e tanti, tanti altri ancora. Perfino il popolare showman Pippo Baudo è titolare di una rubrica settimanale e, come ciliegina sulla torta, da febbraio 1983, aggiunge la matita pungente del vignettista Nico Pillinini: “la cui satira – scrive lo stesso Giacovazzo – è un pizzicare senza ferire, un graffiare senza versamento”.gazz2

Nel corso del 1979 la nuova Società di gestione della Gazzetta inizia ad inserire nel ciclo produttivo le nuove tecnologie, un processo irreversibile che elimina la fusione del piombo per ottenere i caratteri di stampa, le mitiche Linotype, sostituite dai video-terminali dove i testi elaborati dagli operatori finivano in un ‘cervellone’, il sistema editoriale, che li sfornava su una carta sensibile pronta per l’impaginazione. Era una trasformazione produttiva epocale nel processo di lavoro degli stabilimenti tipografici nazionali.

E la Gazzetta, già in fase di rilancio, dopo un breve periodo di assestamento, comincia a volare: passa da una diffusione di 70mila copie vendute, a 75mila, 85 e 87mila nello stesso anno in cui Giacovazzo si dimette.

Purtroppo durante il suo ‘settennato’ Giacovazzo trascura il territorio e la classe politica locale che non apprezza e non lo nasconde arrivando ad accusarla di ‘clientelismo bottegaio e provincialismo’. Lascia perciò a Giuseppe Gorjux il compito di curare i gazz3rapporti con le amministrazioni locali e regionali. Questa anomala diarchia gestionale funziona. Il giornale diventa il più autorevole quotidiano del Mezzogiorno e raggiunge vette diffusionali come mai prima. Nascono gli inserti Gazzetta Domenica, Week End, Anteprima Sport, Vacanze d’Estate, Passpartout, che in seguito diventa Gazzetta Affari, i giochi a premio Bingo e tante altre pagine settimanali.

Il tema più ricorrente negli articoli di Giacovazzo è quel difetto antico della politica italiana che fraziona i partiti con le ‘correnti’. Il problema, già sollevato dal segretario della DC Ciriaco De Mita, trova una sponda nel Direttore della Gazzetta. Ma devono rassegnarsi. Nel 1987, però, Giacovazzo si lascia sedurre da Ciriaco De Mita, che lo alletta con la classica offerta che non si può rifiutare: un seggio senatoriale nel sicurissimo collegio di Tricase e il 17 maggio, prima delle elezioni del 14 giugno, Giacovazzo si dimette proprio mentre è in corso una seconda e altrettanto radicale trasformazione tecnologica che elimina per sempre dalle scrivanie dei giornalisti le macchine per scrivere sostituite dai primi modelli di personal computer che accorciano i tempi di lavorazione e rendono il mondo più piccolo.

 

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