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La storia “elettro-rock” di un corpo: MDLSX di Motus al Gender Bender Festival di Bologna

10 Nov 2016 | Nessun Commento | 1.055 Visite
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mo1Prendi un dio ermafrodito e fagli raccontare la sua storia in maniera insolita e avvincente. Pensa che ogni capitolo di questa storia ha per colonna sonora un traccia musicale scelta ad hoc con il risultato di un dramma moderno, sviscerato con stile e approfondimento, condito di commovente autoironia.

Mdlsx di Motus con la regia di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò e l’interpretazione di Silvia Calderoni è stato presentato a Bologna in occasione del Gender Bender Festival edizione 2016, sul palco dei Teatri di Vita di Bologna.

Di sicuro la storia di Cal (Silvia Calderoni), non è qualcosa di nuovo. È il percorso di scoperta e assunzione della consapevolezza di ritrovarsi in un corpo in cui è difficile riconoscersi, perchè è difficile essere accettati da una società che vive attraverso schemi e limiti mentali e fisici: Cal è una ragazzo nato bambina, etichettato dai dottori come malato e “mostro” e invitato a rinunciare alla sua natura per essere considerato “normale” dalla società e da un padre che non accetta la natura umana, quella d’origine contro quella convenzionale e convenzionata banalmente ogni giorno.

Se la storia non è nuova, la messa in scena è decisamente fuori dall’atteso e il consueto.mo2 Una telecamera riprende Cal da tutti i possibili punti di vista in direzione della visione di un corpo che si rende palese e totale sul palco e frammentato sullo schermo, rispetto alle riprese di una telecamera-specchio maneggiata hic e nunc dalla stessa Silvia Calderoni. Il racconto diventa la storia elettro-rock-pop di un corpo al quale ci si affeziona man mano che lo spettacolo avanza. Cal Calderoni diventa un’eroina danzante e performante, che deve superare ostacoli e vicissitudini, districarsi da incontri imbarazzanti, giustificare cose che un “etero” non ha bisogno di giustificare.

L’uomo ha inventato categorie sessuali che originalmente non esistevano, quelle di etero, gay, transessuale, eunuco, ermafrodito. Come resistere alla cattiveria umana che vuole renderti schiavo di qualcosa che non sei o che non vuoi essere costringendoti all’infelicità? Cal trova la soluzione creando un dj set di suoni mixati con la sua voce live o modificata in echi reiterati che fungono da evidenziatiori di intensificazione di significato. Ogni episodio è vissuto musicalmente, soprattutto quando le parole non hanno più bisogno di esistere, perchè non sarebbero in grado di spiegare: “le parole non bastano”. Si passa da brani come mo3Nancy Boy dei Placebo, a Coin Operated Boy delle Dresden Dolls, a Up past the nursery dei Suuns, a One Hit dei The Knife, fino a classici dei Rem e dei The Smiths.

Il dialogo musica-storia-parole recitate non avrebbe la stessa resa, se queste componenti fossero scisse le une dalle altre o se ne mancasse anche solo una.

Lo spettacolo coinvolge l’attenzione in un crescendo di emozioni, accompagnando lo spettatore fino a incollarlo dolcemente sulla poltrona, suscitando la sensazione del voler continuare a vedere. Poesia toccante, interpretazione commovente e riuscita, tempo del racconto dinamico e scorrevole, per una messa in scena che strizza l’occhio a un video-teatro fisico per anime sensibili: un vero e proprio manifesto-spettacolo contro le classificazioni di genere sessuale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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