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La stagione del Teatro Pubblico Pugliese di Bari si apre con la splendida parola cantata dei fratelli Servillo

10 Nov 2018 | Nessun Commento | 371 Visite
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toni e peppe servillo“Tutto il mio lavoro si alimenta della complessità di Napoli, che è comunque vita. “La parola canta” è uno spettacolo dove il teatro si fa musica e la musica si fa teatro. Là dove il teatro talvolta non riesce, la musica ricapitola la nostra esistenza e ci consente di immaginarne un’altra.” (Toni Servillo)

Ci sono spettacoli che hanno una vita eterna: non se ne rintraccia l’inizio, la primordiale idea, la genesi, né se ne intravede la fine, il compimento, la conclusione, essendo frutto di una mutazione continua, di un incessante moto in divenire che, per sua stessa natura e definizione, potrebbe continuare ad libitum. “La parola canta”, la produzione dei Teatri Riuniti che riunisce sul palco le mitiche voci dei fratelli Toni e Peppe Servillo, ancora insieme dopo la precedente esperienza con l’eduardiana “Le voci di dentro”, e le affascinanti sonorità dei Solis String Quartet, e che ha, con meritatissimo trionfo, aperto l’annuale stagione teatrale della sezione barese del Teatro Pubblico Pugliese in uno traboccante Teatro Petruzzelli, ne è la prova evidente, non solo perché è la naturale evoluzione e prosecuzione quantomeno di due precedenti progetti dei fratelli casertani, vale a dire “Toni Servillo legge Napoli”, passato anche da Bari un paio di anni fa, e “Napoli e jazz”, il magnifico concerto che Peppe condivide con il magico pianoforte del Maestro Danilo Rea, nonché la perfetta commistione degli stessi con il mondo musicale dei Solis, che abbiamo da tempo imparato a riconoscere ed amare, ma anche perché tutta la pièce è un meccanismo praticamente perfetto nella sua ambiziosa aspirazione di tributare il più sincero degli omaggi all’immensa tradizione napoletana, consentendo che riviva l’essenza più pura delle immortali melodie e delle sublimi parole che hanno fatto grande la cultura partenopea, un magnifico puzzle, che, comunque, pare costruito su di un canovaccio, un’operazione perfetta per intenti e risultati, ma dai fattori evidentemente intercambiabili, in cui, come da tradizione, ogni ingranaggio, ogni frammento è utile ma mai indispensabile, soprattutto se si pensa – come ci sia concesso di supporre – che la scelta dei testi e delle canzoni non sia stata dettata solo dai profondi significati che le stesse contengono, talvolta paragonabili a veri manifesti sociali, finanche politici, nel senso più alto concesso dal vituperato termine, ma anche e soprattutto dalle sonorità, dalle affinità e connessioni tra vocaboli, dalle attinenze acustiche che vi si celano, finalmente svelate da quei due padroni assoluti della scena.

toni e peppe servillo 3In questa ottica, non appare sempre fondamentale comprendere i contenuti o, meglio, non lo è quanto lasciarci conquistare dal suono che le parole stesse contengono, permettendo loro di entrare in noi sin nel profondo, attraversandoci, contaminandoci, ipnotizzandoci, conquistandoci.

Il punto di partenza, il pre-testo, dunque, è sempre Napoli (pur facendo capolino anche la martoriata Genova, che – profetizziamo – potrebbe essere l’oggetto di un futuro progetto), i suoi colori, i suoi odori, le sue vibrazioni, le sue pulsazioni, i suoi tentacoli, le sue viscere, il suo sangue, le sue privazioni, la sua povertà, la sua ricchezza, e – ça va sans dire – la sua musica, la melodia che sorge spontanea dai vicoli di una città sempre gloriosamente dolente, in cui convivono il buio più oscuro e la luce più accecante; nel cantarla, le parole che sortiscono da quelle due ugole dall’innata eleganza si fanno poesia e suono, ma anche denuncia e acquiescenza, preghiera e bestemmia, pugno e carezza, dolcezza ed asperità, urla e sospiri, riducendo ogni distanza tra artisti e pubblico, colmando in modo strabiliante quel limbo, quel non-luogo che sta fra il testo, gli interpreti e la platea, che lo stesso Servillo – quello del premio Oscar per “La grande bellezza” di Sorrentino – chiama il “profondo spazio silenzioso”.

In quello che possiamo, a ragione, definire un recital-concerto, i due fratelli sembrano sfidarsi a singolar tenzone riproponendo, ognuno da par suo in modo assolutamente sublime, pagine di estasiante bellezza create, tra gli altri, da Mimmo Borrelli, E. A. Mario (pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta), Raffaele Viviani, Enzo Moscato, Libero Bovio, Franco Marcoaldi, Giorgio Battistelli, il già citato Eduardo de Filippo, Alfonso Mangione, Nicola Valente, Raffaele Cutolo, Giuseppe Cioffi e Michele Sovente, che Toni cita così da riconoscergli la levatura che merita, in cui ben si inseriscono anche una composizione di Peppe, “Sogno biondo”, creata a quattro mani con Mario Tronco per l’album “Poco mossi gli altri bacini” dei nostri adorati Avion Travel, e alcune mirabili sortite strumentali dei Solis String Quartet, come la loro “Mozartango” e la splendida “Minuano (six eight)”, tratta da quel capolavoro che è “Still life (talking)” del Pat Metheny Group, prima che il “duello” si ricomponga infine su di una indimenticabile versione a due voci ed otto mani di “Te voglio bene assaje”, che fa levare il pubblico dello straripante Politeama in una memorabile standing ovation, lasciando poco spazio a commenti e giudizi, perché la compiuta bellezza non si giudica, non si può far altro che ammirarla, goderne, celebrarla e, appunto, cantarla.

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