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         Direttore responsabile: Michele Traversa
La soluzione del vuoto nella comunità

5 Feb 2009 | Un Commento | 5.744 Visite
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 PrecipizioIl vuoto. L’uomo per sua natura è incompleto e cerca di colmare questa sua incompletezza nel corso della sua esistenza in una vorticosa ricerca di qualcosa che lo realizzi. Del resto lo sviluppo stesso del nostro cervello si deve a questa costante ricerca; l’uomo primitivo ha infatti cercato di colmare tale mancanza con la comunicazione, l’interazione con i suoi simili, con la creazione di oggetti artistici, rappresentazioni, riti, valori comuni, insomma con la cultura. Di conseguenza la cultura stessa ha permesso l’evoluzione del cervello e quindi permesso lo sviluppo delle capacità intellettuali che distinguono l’umano dagli altri esseri viventi. Ma la ricerca non si è arrestata e continua ancora adesso più impetuosa e difficile. Tuttavia la cultura non sempre riesce a fornire le risposte più adeguate specie se volutamente banalizzata per perseguire fini commerciali imponendo modelli e costrizioni alla libera espressione umana. In questo senso possiamo comprendere la difficoltà  dei molti a colmare i propri vuoti, vuoti spesso profondi e che in ogni caso reclamano d’essere in qualsiasi modo riempiti.

Di fronte ai faccioni da tv, alle pubblicità senza senso, a vuote parole che dovrebbero rappresentare ideali insindacabili, di fronte all’impossibilità di conoscere o alla pigrizia edonistica che non permette l’accesso alla conoscenza o l’accesso a quelle piattaforme di sviluppo dei talenti quali il teatro, il cinema ed in generale l’arte; di fronte a ciò spesso l’uomo sceglie altre soluzioni, più immediate e a volte estremamente dannose. Parliamo naturalmente delle sostanze stupefacenti, dell’alcool ma anche e soprattutto di pratiche nefaste e socialmente pericolose. Per fare degli esempi immediati basti pensare alla lunga serie di casi di violenza registrati nella cronaca italiana, di cui l’ultimo è quello dei tre ragazzi ubriachi che hanno dato fuoco ad un barbone indiano: interrogati i ragazzi hanno appunto parlato di questo vuoto, di questa perenne ricerca approdata all’alcool prima e alla violenza poi. Non è difficile ricordare casi simili, né constatare attorno a noi l’effettiva presenza di questo vuoto all’interno dei ragazzi delle nuove generazioni, né rilevare che il vuoto tante volte opprime anche noi e spesso ci ricongiunge a quegli istinti animaleschi che l’umanità ha tentato di lasciarsi alle spalle.

Il vuoto. L’ incolmabilità di questo vuoto pone dunque come principale imputato la cultura dominante nei nostri tempi, questa enorme macchina di consensi denotata da due mali assoluti: l’individualismo che spinge l’uomo a sentirsi legittimato a compiere qualsiasi azione pur di ottenere ciò che vuole e la massificazione, propria della cultura di massa che impera e che tende ad imporre modelli di individui tutti uguali, omologati secondo lo standard individualista e che in definitiva lascia l’uomo indifeso, in balia dei propri istinti, solo e soprattutto senza risposte. Così come colpevole è la cultura dominante, colpevoli o incapaci sono i “facitori” di cultura ovvero quelle istituzioni corrotte dal mercato che non permettono un vero sviluppo culturale svilendo l’arte, distruggendo il sistema educativo, lasciando i cittadini alle prese con sempre più numerose incertezze, non promuovendo le libere iniziative che non abbiano risvolti economici o producano cose in qualche modo commerciabili. Sono le nostre istituzioni, sono i nostri governi, sono i nostri rappresentanti che sempre meno ci rappresentano, sono coloro che vogliono smantellare l’istruzione, sono coloro che riducono le sovvenzioni al teatro, al cinema, alla produzione artistica, sono coloro che fanno fuggire le migliori  menti all’estero, sono costoro responsabili.

Ma responsabile è anche chi non fa abbastanza, rintanato nelle proprie posizioni e protetto dai propri valori assoluti. Le istituzioni dalla tradizione immutabile, come la Chiesa, che nel momento in cui i casi succitati si presentano, sono lì pronti a denunciare la perdita dei valori a causa dell’imperare del relativismo, ad alzare le proprie bandiere, imporre paletti nello stesso modo e con la stesso paternalismo stucchevole che ne accompagna le azioni da secoli.  Ma sollevare una bandiera è spesso un atto controproducente, una bandiera che si solleva è una chiamata alle armi che compone presto un campo di battaglia in cui si fronteggiano i pro e i contro. Anche questo mostra l’entità del vuoto umano che si colma delle identità irriducibili dei contendenti in questa battaglia che la maggior parte delle volte assume toni violenti e nefasti. Pensiamo al caso di Eluana Englaro. Senza entrare nel merito, abbiamo visto opporsi due schieramenti l’uno incitato dalla bandiera della Chiesa cattolica, l’altro in opposizione, e tutto ciò ha fatto sì che la donna già in coma da 16 anni si trasformasse in un mero oggetto di contesa. Nessuna delle due parti era ed è disposta alla discussione.

abissoLa discussione. Ecco la chiave di volta dell’incresciosa questione. La discussione, origine della visione relativista della vita (e perciò tanto vituperata), è l’unica cosa che possa permetterci di trovare soluzione alla nostra incompletezza senza cadere in atteggiamenti deprecabili e malsani. La discussione è la chiave di una nuova ed auspicabile composizione sociale che potremmo chiamare comunità, intesa non come un gruppo di individui riuniti attorno ad un ben preciso interesse o ad una ben definita identità, ma una composizione di individui con la precisa volontà di mettere in comune le proprie idee, i propri talenti, le proprie aspirazioni, la propria ricerca spasmodica così da favorire una crescita comune ed un comune benessere; comunità non intesa come un gruppo ristretto e chiuso come una sorta di isola felice, ma come un’insieme davvero globale che abbracci le più svariate esperienze culturali e che imponga come unica condizione d’accesso il mettere in discussione tutte le proprie conoscenze ed ideali pregressi. La risposta è dunque nella discussione e nella comunità che da essa deriva, non nelle istituzioni che a scoltano solo le voci di un economia vorace dei talenti umani, né nei paternalistici diktat della Chiesa: imporre alla nuova generazione cos’è il bene e cosa il male può solo porre il giovane di fronte alla scelta e talora può spingerlo a protendere per il male stesso; quello che occorre è discutere con il giovane su cosa sia in realtà il bene e cosa il male e cercare di capire insieme a lui senza l’arroganza di conoscerne la risposta, sottraendolo così ai pericolosi assalti dell’individualismo e della massificazione.

Tornando all’origine di questo essere tanto speciale chiamato uomo, egli ha appunto trovato delle risposte proprio nei suoi simili e nella condivisione e discussione delle sue esperienze, permettendogli di sopravvivere all’estinzione e giungere, benché ancora imperfetto, a traguardi preclusi a qualsiasi altro essere vivente.

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