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La “Serenvività” delle Ebbanesis passa dal web al live e conquista il Festival Agimus

4 Set 2018 | Nessun Commento | 819 Visite
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ebbanesis (1)La voce non ha bisogno di trasportare sulle ali la lingua e le labbra, quindi si spinge su nel cielo; allo stesso modo l’aquila non ha bisogno di portarsi dietro il nido, ma si solleva nel vasto firmamento.” (Khalil Gibran)

Nell’incerta, caotica e, spesso, deprimente epoca telematica che ci è dato in sorte di vivere, non vi è dubbio che il web – con tutti i suoi derivati – abbia assunto una funzione assolutamente basilare, se non finanche vitale, nella nostra società; grazie solo ad indovinate operazioni di marketing, novelli presunti fenomeni – musicali e non – nascono ogni giorno, per lo più denotando immediatamente una totale assenza di talento, sbocciano al sole luminosissimo della fama per una sola stagione e poi, in larga parte, appassiscono, sino ad essere sommersi da una nuova produzione di humus, che –confessiamolo – ricopre anche noi.

Vi sono però delle eccezioni: a volte l’universo virtuale del social network si trasforma in una vera miniera, pronta a regalarci pepite di incommensurabile valore. È senza dubbio il caso delle Ebbanesis, miscellanea della parola “bbane” (soldi) rubato alla “parlesia”, gergo usato dai musicisti e dai posteggiatori per parlare in codice, e delle prime lettere di “sister”, in omaggio ad un sodalizio artistico che va oltre la mera amicizia, dietro cui si cela uno strabiliante duo nato all’incirca sei anni fa e l’anno scorso approdato, quasi per gioco, sulle pagine Facebook, ottenendo immediatamente attenzione e gradimento incondizionato, sino a poter oggi vantare oltre 50.000 adepti, numero sempre in continua crescita; il motivo di tanto successo, che le ha portate anche a partecipare al programma televisivo “Tu si que vales”, si deve certamente ai brevi video che vi vengono proposti, ognuno dei quali presenta semplicemente, senza alcun effetto speciale se non quelli che scaturiscono dalle ugole d’oro delle due cantanti, una mini performance in cui le stesse si divertono a presentare, da par loro, nuove versioni di classici della nostra tradizione musicale, soprattutto partenopea, adattamenti sempre originale ed ispirati che, costantemente pervasi da un velo di sana ironia, mettono in luce le loro immense doti interpretative. Eppure la maestria delle due artiste non si arresta al semplice – e pur ragguardevole – “bucare lo schermo”, qualità che certamente non manca loro, ma si estrinseca con maggiore potenza proprio alla prova live, come aveva certamente intuito il Maestro Piero Rotolo quando ha inserito il loro show nel cartellone della tranche estiva dell’annuale edizione dell’Agimus (Associazione Giovanni Padovano Iniziative Musicali) Festival, di cui è da sempre insostituibile direttore artistico.

Nella suggestiva cornice del Chiostro di Santa Chiara di Mola di Bari, la voce di Viviana Cangiano e la voce e la chitarra di Serena Pisa hanno dato vita ad uno spettacolo che ha catturato il foltissimo pubblico senza soluzione di continuità, costruito sulla loro prima pregevolissima prova discografica, quel “Serenvivity” (gustosissimo gioco di parole che mescola i nomi delle artiste con il termine coniato da Horace Walpoleper indicare la fortuna di fare sorprendenti scoperte per puro caso, mentre si cercava altro:La serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino” ebbe adeguatamente a dire Julius Comroe Jr.) appena pubblicato, in cui, nel ventaglio di evergreen napoletani che rispondono ad un criterio – mai banale – di scelta, fanno bella mostra anche inediti scritti dalle stesse musiciste o da amici del calibro di Alessio Bonomo e Mario Tronco.

Non c’è momento del concerto che non affascini e coinvolga, con Serena e Viviana, sublimi padrone di casa, che ipnotizzano il pubblico sin dalle prime note, grazie ad un caleidoscopico gioco di rimandi ed intuizioni che, pur veleggiando sempre al vento dell’innata simpatia per costruire gradevolissimi siparietti macchiettistici, non può non dirsi illuminato dalle eccelse voci delle nostre, perfettamente a loro agio nell’incastrarsi tra loro per dar nuova linfa a brani che ben più attempati e titolati colleghi violentano e vituperano continuamente. Le Ebbanesis invece, pur servendosi finanche dello swing per americanizzare i brani di quel tanto che basta, affondano la loro Arte nelle migliori radici, abbeverandosi alla stessa fonte, della tradizione partenopea, ancora oggi vive e vitali, ai cui succulenti frutti tutti noi ci siamo cibati ed ancora ci cibiamo; quando, ad esempio, attaccano la loro versione della “Rumba degli scugnizzi” del mitico Raffaele Viviani, spesso omaggiato nella serata, non è possibile non ripensare alla Nuova Compagnia di Canto Popolare, anzi sembra di vedere sul palco Carlo d’Angiò e Peppe Barra, Eugenio Bennato e Patrizio Trampetti, Fausta Vetere ed il Maestro Roberto De Simone, tutti strumentisti delle orchestre che Viviana e Serena nascondono tra le loro corde vocali. E poi “Reginella”, “Rundinella”, “Carmela”, “Sarracino” che si fonde con “Ricciulina”, una strabiliante “‘O zappatore” di meroliana memoria, il bellissimo inedito “Pe’ mme”, “Ragione e sentimento”, sul web ribattezzata “Scema”, e l’immancabile “‘O sole mio”, tutte proposte con una classe ed una padronanza degli immensi mezzi espressivi detenuti dalle due cantanti/attrici che non si può non scommettere sul loro futuro, essendo, a nostro modesto parere, entrambe già pronte ad affrontare nuove prove, che potrebbero anche portarle ad espandere smisuratamente e senza alcun vincolo il loro bagaglio musicale, senza dimenticare il repertorio classico napoletano ma nemmeno fossilizzandovisi, potendo contare su di un talento di enorme entità e di cui – crediamo – al momento nemmeno loro hanno piena consapevolezza.

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