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La scritta «Arbeit macht frei» ritornerà al suo posto al Museo di Auschwitz

26 Gen 2010 | Nessun Commento | 4.588 Visite
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«Arbeit macht frei» (il lavoro rende liberi)
A una settimana dal 65/mo anniversario della liberazione di Auschwitz, e a un mese dal furto, è tornata da qualche giorno nell’ex campo di sterminio nazista la famigerata scritta «Arbeit macht frei» (il lavoro rende liberi), rubata lo scorso 18 dicembre e ritrovata due giorni dopo dalla polizia polacca. La rabbia e l’indignazione, qui, alla fonte del male, nel luogo simbolo dell’Olocausto, sono ancora grandi. Nessuno avrebbe mai lontanamente immaginato che la scritta potesse essere un giorno rubata. Invece, per la prima volta dalla nascita del Museo nel luglio 1947, è accaduto.

Cinque balordi polacchi, poi arrestati, con un misterioso svedese alle spalle, sono penetrati nel Campo tagliando il filo spinato della recinzione e evadendo il sistema di vigilantes e videocamere. La scritta che sovrasta il cancello di accesso al Campo, spiegano al Museo, era forse l’anello debole del sistema di sicurezza diretto in primo luogo a salvare i documenti, gli oggetti e le testimonianze dello sterminio. Le ipotesi sui mandanti oscillano da una pista neonazista, legata all’ex attivista svedese Anders Hoegstrom, a un collezionista, ma qui al Campo sono tutti un pò scettici .

La scritta di ferro di cinque metri, tagliata dai ladri in tre parti per trafugarla, è stata consegnata dalla polizia alle autorità del Campo in una conferenza stampa a Cracovia, 60 km da Auschwitz. Erano presenti il direttore del Museo, Piotr M.A. Cywinski, un giovane storico polacco che guida l’istituzione da tre anni, e il portavoce del Museo, Jaroslaw Mensfelt. «Non si capisce perchè, se il furto fosse stato davvero commissionato da un collezionista, l’avrebbero tagliata in tre parti», dice il direttore del Museo. Cywinski spiega che la scritta sarà portata al laboratorio del Campo dove verrà restaurata. Ci vorranno dei mesi e solo dopo si deciderà se tornerà al suo posto o sarà esposta al Museo. In tal caso sul cancello di ingresso rimarrebbe la copia, che è stata messa lì subito dopo il furto.

La copia era stata realizzata nel 2006 durante i restauri dell’originale, spiega la responsabile dei restauri Jolanta Banas-Maciaszczyk. In tutto il suo reparto – un laboratorio sterminato ricavato in uno degli edifici del Lager – conta 12 restauratori (50 con i tecnici) di cui 5 o 6 faranno il restauro della scritta. Per mettere insieme le tre parti spezzate, ancora non è stato deciso se saranno saldate o incollate con materiali speciali: «prima dobbiamo vedere in che stato ritorna la scritta», dice. Secondo Cywinski, a decidere se sarà o meno rimessa al suo posto saranno in molti: gli esperti conservatori, quelli della sicurezza, le Belle Arti e il Consiglio internazionale del Museo di Auschwitz. «Come ci si può immaginare fra di noi ci sono due partiti: quelli favorevoli a che la scritta sia conservata al Museo, e quelli che vorrebbero tornasse al suo posto», dichiara il portavoce del Museo, Jaroslaw Mensfelt, sottolineando che lui la rivorrebbe al suo posto. Anche quando fu rubata c’era chi voleva che fosse subito sostituita dalla copia (come è stato) e chi avrebbe preferito lasciare «un buco, la ferita del furto». Dopo il furto, spiega, la reazione al Campo è stata «mista di rabbia, tristezza e indignazione». Questo luogo è protetto «ma nessuno pensava potesse accadere una cosa del genere, il sistema d’allarme ha altre priorità, piuttosto dentro gli edifici che fuori».

Ogni anno, ricorda la direttrice delle Edizioni di Auschwitz, Jadwiga Lech, arrivano oltre un milione di visitatori (1,2 nel 2009 di cui 50.000 italiani). Anche oggi numerosi i gruppi di italiani in visita, inclusa una scolaresca di Padova. Gli italiani deportati e uccisi a Auschwitz dopo l’armistizio nell’ ottobre 1943 furono, dice, 7.500, per lo più ebrei. L’ufficio dove lavora è quello dell’ex capo medico del Lager, Eduard Wirths: «per noi lavorare qui è soprattutto una missione», dice Lech rispondendo a una domanda su che effetto le fa lavorare ad Auschwitz. La giovane studiosa, che parla italiano, lavora al Campo da sette anni e cura la pubblicazione di 15 titoli l’anno.

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