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La Russia e i campi di concentramento (seconda parte)

20 Mag 2012 | Nessun Commento | 6.000 Visite
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campi di concentramento in RussiaLa Russia è divisa in due parti. Una, “libera”, accessibile all’ammirazione degli stranieri, se comunque li lasciano circolare nel Paese; con determinati settori da far visitare, la metropolitana di Mosca, le splendide facciate e i cortili sporchi, che comunque sono accessibili in linea di principio a visitatori casuali. L’altra, la “Russia N.2”, sta dietro il filo spinato: sono migliaia, miriadi di campi di concentramento, luoghi di lavori forzati, in cui vivono milioni di prigionieri.
Private della cittadinanza, queste persone sono escluse dalla società civile e sono, nel significato letterale dell’espressione, schiavi dello Stato. Dopo aver scontato condanne fino a 10 anni (ma negli ultimi tempi è stata introdotta la categoria degli “ergastolani” condannati a 15 o 20 anni), vengono trasferiti spesso e volentieri come deportati, senza la possibilità di tornare a casa propria e non di rado vengono lasciati nel medesimo luogo in cui hanno scontato la pena. Con milioni di schiavi vengono colonizzate le remote regioni del settentrione sovietico. In ogni modo, non si trova in quell’immenso Paese un angolo in cui, tra città e villaggi di tipo normale, non vi siano campi di concentramento recintati da alte palizzate con ai quattro angoli le caratteristiche torrette per le sentinelle.
Questa Russia N.2 è immondezzaio enorme, gigantesca discarica in cui si gettano all’occorrenza interi gruppi e strati di popolazione. Questa è la Russia “invisibile”, vero e proprio inferno, invenzione diabolica, organizzata secondo le ultime parole della tecnica poliziesca. È difficile dire quanta gente vi sia là dentro. Il numero piú incredibile per me erano i prigionieri. Penso che per alcuni anni si sia trattato di 10-15 milioni, e la maggior parte è morta durante la guerra. Attualmente vi vengono incanalate altre torme di sventurati. Scrivere o parlare di loro liberamente è proprio impossibile. La letteratura sovietica tace vergognosamente. A suo tempo i giornalisti stranieri hanno avuto accesso persino ai campi di concentramento nazisti, ma in quelli sovietici nessuno ha mai messo piede, né stranieri né locali sono mai entrati, se non in qualità di reclusi. Questo spiega perché fino a prima della guerra l’opinione pubblica mondiale nulla, ma proprio nulla di nulla sapeva di loro. Il terrore e la segretezza in cui nella stessa Unione Sovietica erano avvolti i campi di concentramento sono indescrivibili. Come nella fiaba di Bàba Jagà, le persone con cui oggi vi trovate a parlare, domani non ci sono piú, se le è mangiate Bàba Jagà. E non ha piú senso occuparsi di loro. Se vi scriveranno, risparmiatevi di cercare nelle loro lettere qualche allusione alla loro vita. Vi chiederanno soltanto d’inviargli dei pacchi e vi assicurano di stare in buona salute. Queste persone sono state cancellate dal libro della vita, le loro mogli divorziano e i figli, se sono giovani comunisti, non scriveranno mai una parola.

gulagQuello Sovietico è l’unico Paese al mondo in cui la gente vive sotto la minaccia perenne di una pistola carica, con la pallottola in canna. Solo nei campi di concentramento del Canale Baltico-Mar Bianco (CBMB), dove io ho trascorso il primo anno di lavori forzati, c’erano 500.000 reclusi; i 50.000 polacchi che lí furono deportati, facilmente si dispersero nella gran massa. Tutta la Russia è ricoperta, come fosse una mostruosa eruzione cutanea, da campi di concentramento; e il cinismo smisurato del governo, che si rende chiaramente conto di quanto va facendo, risulta evidente nel fatto che questi campi sono ermeticamente chiusi per i visitatori d’Europa.
Questo fatto, ai venali farabutti dell’élite culturale sovietica di prima della guerra, consentiva di negare la stessa esistenza di un tale inverosimile sistema, che non ha precedenti nella storia di tutto il mondo. Dopo la mia liberazione, dopo esser passato attraverso il sistema dei campi di concentramento sovietici, mi capitò tra le mani il corso ufficiale di “Economia politica”, lavoro di autori vari, pubblicato a Mosca a cura del prof. Kaufmann, in cui un professore-canaglia definiva “calunnia borghese” l’affermazione circa la presenza nell’Urss di lavoro schiavistico.
Affermare che tutti questi milioni di reclusi si siano resi colpevoli nei riguardi del governo sovietico è semplicemente un’assurdità. Quali crimini poteva aver commesso il mezzo milione di polacchi (in prevalenza ebrei polacchi) deportati nei campi di concentramento l’estate del 1940? Un regime che per il suo consolidamento e la sua tranquillità non esita a trattenere in permanenza milioni di propri cittadini in stato di schiavitú; che in continuazione taglia pezzi di carne dal corpo vivo del popolo piú infelice del mondo; che seleziona la popolazione con il setaccio bucato dell’NKVD, a caso e senza processo, senza pietà, con tutta la spietata ferocia di gente ottusa e meschina (perché la struttura locale dell’NKVD opera nel terrore e nella paura); un tale regime, dunque, risulta essere il fenomeno piú aberrante della nostra contemporaneità.
gulag2Questi signori hanno avuto buon gioco, perché a un certo punto l’attenzione del mondo intero era stata attirata dalla rivelazione delle bestialità commesse dai nazisti. Al confronto con le fabbriche della morte di Auschwitz e di Majdanek, i campi di concentramento sovietici possono comprensibilmente apparire una dimostrazione di umanità. Qui la gente non era convogliata verso la morte, ma al lavoro; se poi finiva per morire in massa, allora si ammetteva che era stata la sfortuna nella perdita di forza lavoro. Gli Ebrei, che sono sopravvissuti all’orrore dei ghetti in Polonia, noi reclusi sovietici a ragione ci ritengono fortunati. Ma che cosa dire di coloro che vorrebbero vedere la giustificazione del sistema sovietico nel fatto che la stessa situazione era con i nazisti? A quelli occorre dire che i Lager nazisti sono stati distrutti, mentre i campi di concentramento sovietici continuano ad esistere. Non ci sono piú né ghetti né crematori, e invece i campi, in cui io ho lasciato gli anni migliori della mia vita, come prima sono affollati di reclusi e in quella stessa cuccetta in cui mi coricavo io, adesso è rimasto un mio compagno. Nell’arco della loro esistenza, i campi di concentramento sovietici hanno inghiottito piú vittime di tutti i Lager, nazisti e non, messi insieme; e questa macchina della morte continua a funzionare a pieno ritmo.
Quelle persone che rispondono con un’alzata di spalle e si giustificano con parole inconcludenti, ai miei occhi risultano complici morali di quel crimine e sostenitori di banditi.

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