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LA RECENSIONE. Pet Sematary. Horror “mentale” che diventa effettivo con il compiersi delle ossessioni

14 Mag 2019 | Nessun Commento | 403 Visite
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E’ partito abbastanza benePet Sematary  tratto da un romanzo di  Stephen King , per la doppia regia di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, ma ha addirittura spopolato negli Stati Uniti e Canada, fruttando a livello mondiale 109 milioni di dollari, a fronte dei 21 che è costato. In realtà   nel 1989 uscì  un film con lo stesso titolo,   che però  in Italia venne denominato Cimitero Vivente, diretto da Mary Lambert. Ma non se lo ricorda quasi nessuno.Qui è stata cambiata  anche la sceneggiatura che varia rispetto al romanzo e alla traduzione cinematografica precedente.Infatti il personaggio di Ellie, figlia del dottor Creed, assurge a piccola protagonista surclassando il fratellino Gage, che   nell’originale  era coinvolto nel cupo dramma che dà il motore  all’azione drammatica. Nella versione 2019 si è preferito coinvolgere un personaggio di età  più avanzata, pur essendo la ragazzina soltanto sui  10 anni.Tutto ruota attorno a una famiglia composta da quattro persone e alle loro psicologie.La madre, Rachel (casalinga) non si è mai liberata del lutto riguardante la scomparsa della sorella maggiore Zelda, affetta da   una grave  malattia invalidante. Anche perché per una disattenzione ne causò la tragica scomparsa.Questo senso di colpa fa il paio con la scomparsa  (nell’attualità) di un giovane di colore, Victor, che  gravemente ferito dopo un  terribile  incidente stradale e aver versato    in gravissime condizioni,   il  capofamiglia Louis Creed non ha fatto in tempo a salvare, intervenendo chirurgicamente. Il medico si  sente “perseguitato” da certe visioni tramite le quali il giovane gli parla.

A ciò, come se non bastasse,si unisce il dramma dell’anziano vicino Jud, interpretato dal veterano John Lithgow: non ha mai superato la sua vedovanza.

L’uomo si affeziona alla piccola Rachel Creed, durante la visita casuale  di quest’ultima al Cimitero  degli Animali che costituisce una “tradizione” nel piccolo borgo dove la famiglia si è trasferita e che fa parte dei loro venti ettari di proprietà.I Creed non sanno che il terreno della loro abitazione fu un vecchio territorio indiano  dove i nativi  svolgevano riti propiziatori e magici che favorivano  anche la resurrezione dei corpi sepolti in un terreno  adiacente il già citato  cimitero degli animali…Paure pregresse, ossessioni, leggende, horror e un pizzico di fantascienza costituiscono gli ingredienti della storia, più affascinante nel primo tempo e che però  si riprende nel finale.Giusta la rivisitazione del romanzo di King, pur con i cambiamenti aggiornati alla nostra epoca  : l’uso dei cellulari,  ad esempio.Eppure la tecnologia non la fa da padrona e ha la meglio il vintage, ovvero un certo stile classico.La regia a due mani  è, tra le altre cose,  ottima.

Non altrettanto l’interpretazione del padre di famiglia, l’attore australiano Jason Clarke.

Molto attivo nel cinema americano (tre film in uscita nel 2019!) è poco carismatico e non ha la faccia giusta per il ruolo.E’ risaputo comunque che gli horror non puntano sull’eccellenza dei cast, scegliendo degli interpreti “al risparmio”.Per il piccolo Gage Creed si  sono  scelti due gemelli, come è  d’uso nel cinema statunitense per gli attori più giovani:Hugo e Lucas Lavoie.

Gage, che nell’originale moriva investito da un camion,  qui si salva e rappresenta l’innocenza che assiste alle brutture del mondo e ai drammi familiari. La ragazzina Ellie è invece l’attrice in erba Jetè Lawrence, la madre Amy Seimetz,che è anche una sceneggiatrice.

Del film, visti gli incassi, è previsto un sequel, o meglio, un prequel: si racconterà cioè cosa avviene “prima” di quando i Creed si  stabiliscono nella  sinistra casa di campagna.Pet Sematary però fa leva sull’orrore “reale” usando le nostre paure ancestrali.Ovvero, la trama  chiarisce sin da subito che il vero pericolo è rappresentato dall’autostrada troppo vicina alla residenza e sulla quale sfrecciano a velocità proibitive camion e autocisterne.A farne le spese il gatto di famiglia, Church.Ed è proprio il felino uno degli elementi della fascinazione, giocando sulle due facce della medaglia: animale gioioso e tenebroso dopo l’assurda “resurrezione”. Si gioca anche sul fatto che i gatti hanno le famose “7 vite”.Tale ossimoro si può adattare anche al personaggio del vecchio interpretato da Lithgow: nonostante sia l’unico a conoscere la “maledizione” del luogo, la usa per dei suoi scopi, in apparenza lodevoli, ma che attengono anch’essi alla non elaborazione del lutto, del dolore e nel tentativo, vano, di preservare qualcun altro dalla sofferenza.Ma ambiguo è anche il medico Jason Clarke: nonostante le sue conoscenze scientifiche, cede alla superstizione, a differenza della moglie, più sprovveduta epperò accorta, anche perché formatasi (suo malgrado) a confrontarsi con lo spettro della sorella deceduta, dalla quale era tra l’altro odiata, a causa del fisico sano e perfetto, in confronto alle deformità degli arti della germana.In pratica Pet Semetary esplora con varie metafore i significati di argomenti tabù, generando un horror  moralistico che più che spaventare, fa riflettere.

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