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La passione, il talento e l’umiltà di chi ha fatto della musica la sua vocazione. Intervista a Fabio Sarcinella

28 Mag 2015 | Nessun Commento | 1.619 Visite
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Un intrattenitore, un creativo e un cultore della musica. È in queste tre definizioni che probabilmente si potrebbe inquadrare la figura del deejay. A lui la responsabilità di creare l’atmosfera, a lui il compito di catturare il pubblico e trascinarlo sulle note delle sue selezioni musicali. Un vero e proprio artigiano del suono, in grado con le sue attitudini di plasmare e creare ogni volta un viaggio musicale diverso. Una figura professionale troppo spesso sottovalutata, quella del dj. Sembrerebbe, infatti, che la tendenza odierna sia quella per cui sia sufficiente assemblare tracce l’una dietro l’altra applicando loop e distorsioni perché il gioco sia fatto. Ma non è così. Non ci si improvvisa disc jockey, così come non ci si può improvvisare pianisti. Con il ricorso alle moderne tecnologie tutto sembra più facile, alla portata di tutti. Eppure occorre studio, dedizione e soprattutto avere una grande passione, motore indispensabile per dedicarsi a qualsiasi attività in cui si voglia eccellere evitando il rischio della mediocrità. E quando ci si imbatte in chi quella passione l’ha resa una vocazione, è inevitabile riconoscere in lui una luce diversa. È questa l’impressione che suscita sin dal primo impatto Fabio Sarcinella, promettente disc jockey e producer della scena barese. Alle spalle tanta gavetta e un ricco bagaglio di esperienze, ora con il nome d’arte di Dj Riot, lo pseudonimo scelto come deejay di musica hip hop, ora come Dj Ânhém, l’alias con cui si è invece affacciato sulla scena elettronica. Un comunicatore a tutto tondo laureatosi in Scienze della Comunicazione con una tesi sulla storia dell’hip hop, genere musicale che è stato per lui una sorta di primo amore. Una passione che lo accompagna sin dai tempi del liceo e che lo ha condotto in giro per l’Europa, tra Valencia, Berlino e Barcellona alla ricerca dell’unica strada “giusta”: la sua. Diplomato alla SAE (School of Audio Engineering) di Barcellona come “Electronic Music Producer”, Sarcinella ci ha accolto nel suo studio di registrazione, il Throw-Easys Studio, il microcosmo in cui ha creato un rifugio in cui la sua passione possa esser libera di esprimersi e il cantiere in cui dar vita alle sue intuizioni.

Fabio, com’è iniziato il tuo percorso come disc jockey?

Mi sono avvicinato al mondo del deejaying durante il liceo con un amico fraterno, Alex fabio4Pala. Ho iniziato facendo con lui il vocalist alle feste. Pian piano è maturata anche in me una gran voglia di suonare, facendo però qualcosa di diverso. Allora iniziavo ad amare l’hip hop per via degli scratch. È così che ho cominciato. All’inizio, naturalmente, ho dovuto imparare a mixare, a capire come funzionasse la strumentazione e farmi un bagaglio musicale. Ma quando ho iniziato a suonare alle prime feste, ho subito avvertito quella cosa che solo chi ama quello a cui si dedica sente: la passione.

Hai suonato anche fuori, sei stato in Spagna per qualche tempo e a Berlino.

Sono stato un anno in Erasmus a Valencia durante il periodo universitario. Mi sono proposto come deejay in diversi locali sino a quando una donna che ne gestiva due non mi ha assunto. Questa esperienza mi ha cambiato soprattutto verso il finale. Avevo 23 anni ed ero alle prime armi, nella fase in cui tutto mi era nuovo. Qualsiasi cosa ascoltassi andavo a ricercarla per capire di chi fosse e a studiare come un pezzo si potesse abbinare ad un altro. Sbagliando, capivo dove poter migliorare. È stata dura, non lo nego, perché non avevo altri riferimenti con cui confrontarmi sul mio stesso genere musicale. Sentivo l’esigenza di avere un mentore, un maestro che mi suggerisse qualche consiglio. Quel periodo coincise l’uscita di una mixtape di Tuppi, “Raggazzacci”. Su Facebook lessi casualmente una conversazione fra lui e alcuni suoi amici circa la possibilità di portare “Raggazzacci” in giro per l’Europa, e io proposi Valencia. Organizzai due serate nei locali in cui lavoravo durante le quali aprii i suoi dj-set. Io ero agli inizi e molto emozionato perché ho sempre nutrito grande stima nei confronti di Tuppi. Nell’arco di una sola settimana trascorsa insieme, però, è come se fossimo diventati fratelli, tant’è vero che a distanza di cinque anni è uscito il video di un suo brano in cui recito il ruolo del suo assistente.

Ti andrebbe di parlarci proprio di quest’ultimo progetto discografico di Tuppi a cui hai collaborato?

fabio2Il video si chiama “JoCkey” ed è un pezzo dedicato ai deejay che suonano con il sync rispetto a quelli che suonano con i vinili e hanno una certa cultura. Il video gioca su questa diatriba. Devo dire che personalmente mi trovo d’accordo con Tuppi rispetto a questo argomento: puoi usare qualsiasi tipo di supporto per fare musica, puoi anche usare indistintamente il sync o l’mp3 ma è necessario che prima tu abbia alle spalle un lavoro, una ricerca, un bagaglio musicale e sia in grado di mettere due dischi veri a tempo. In tanti credono ingenuamente che basti un computer e qualche file musicale per fare il deejay… ma non è proprio così.

In Puglia quando hai suonato per la prima volta dopo il tuo rientro?

Tornato da Valencia avevo mantenuto i contatti con Tuppi. Era estate e lui suonava spesso a Bosco Verde. In quell’occasione ho conosciuto altri esponenti della scena locale come Jamano, Reverendo, Torto e Quadrato. Osservavo attentamente Tuppi: guardavo come scratchava e cercavo di catturare il più possibile. Tuppi è stato il mio maestro. Andavo a casa sua a vederlo lavorare e lui mi insegnava i movimenti da fare, poi tornavo a casa mia e mi esercitavo per ore, ore ed ore… . Con il tempo, però, i risultati sono arrivati. Ho fatto tanta gavetta e, all’epoca, stavo ancora finendo gli studi. La prima serata in cui ho suonato da solo è stata quella stessa estate a Bosco Verde il giorno di Ferragosto. Mi sono ritrovato a suonare davanti ad un sacco di gente ed è stato bellissimo. Inizialmente mi tremava la mano ma dovevo comunque mantenere un certo controllo. Fortunatamente andò bene e dopo due giorni fui richiamato per far coppia con Tuppi. È stata una fortuna per me poter essere “sotto la sua ala protettiva”.

Come ti sei avvicinato alla produzione?

Ad un certo punto non mi è bastato più suonare la musica degli altri. Ho cominciato a sentire il bisogno di produrre musica mia, di fare qualcosa che mi appartenesse, non solo dei semplici dj-set. Finita l’università, ho scelto di iscrivermi ad un corso di musica elettronica per imparare a produrre. Dopo un’approfondita ricerca ho optato la SAE, nella sede di Barcellona. Produrre ti restituisce un’emozione molto bella, soprattutto alla luce di tutto il processo creativo. Questo sperimentare sino a quando non trovi l’incastro giusto dei suoni o di una melodia è simile a quando suoni e vedi la gente che si diverte, perché fabio7mentre sei lì che lavori sul tuo pezzo guardi già al futuro, pensando all’effetto che potrebbe avere il tuo brano sulla gente. L’esame finale della SAE prevedeva che presentassi un pezzo tutto mio, ed è stato in quell’occasione che ho confezionato la mia prima traccia, un pezzo elettronico. Ho messo giù delle idee che avevo e l’ho realizzato nell’arco di una notte. Continuo ad esercitarmi e a studiare, quando sarò convinto di aver realizzato qualcosa del giusto valore, cercherò qualcuno a cui propormi. Il tempo spesso mi è nemico: da quando sono tornato a Bari, mi occupo anche d’altro. In Spagna mi sono diplomato come tecnico del suono, per cui mi occupo anche di mix e mastering, procedimenti finali nell’ambito della produzione, aspetti tecnici che determinano quello che poi andrà in vendita e, quindi, in stampa.

Tornato a Bari dopo Barcellona, quindi, come sono andate le cose?

Sono rientrato nella dimensione hip hop. In pochi sapevano che suonassi anche musica elettronica con lo pseudonimo di Ânhém, così sono tornato Riot. Ho stretto nuovi contatti, sto collaborando con i Bari Jungle Brothers che avevano bisogno di due deejay. Loro hanno pensato a me e Tuppi conoscendo il nostro affiatamento sia a livello professionale che umano. L’ultima cosa che abbiamo fatto insieme è stata l’apertura del concerto di Caparezza al Palaflorio. Ho suonato davanti a seimila persone, è stato molto emozionante.

Quanto è importante la risposta del pubblico in un mestiere come il tuo?

È fondamentale. Il momento più importante è proprio l’inizio, quando parti, perché la gente, in genere, si ricorda o dell’inizio o della fine di quando suoni. Io provo a catturarli dal primo pezzo, non sempre ci riesco, lo ammetto. Poi, però, è questione di esperienza. Ti accorgi del pubblico che hai difronte e devi riuscire a farlo divertire con i dischi che hai con te, perché inevitabilmente suonando i vinili, ti porti dietro un numero più limitato di brani. Il primo quarto d’ora è decisivo, però, poi devi comunque mantenere un certo grado di coinvolgimento. Ogni tanto puoi rischiare mettendo “un pezzo per te” e altri tre con cui invece sai che andrai sul sicuro. Avendo suonato parecchio in giro e avendo fatto parecchia esperienza, ho capito quali sono i pezzi che possono colpire in un determinato momento. Prima di iniziare a suonare vado a vedere in mezzo alla pista il tipo di pubblico presente, cerco di capire la situazione. Questo perché sono tendenzialmente perfezionista, sento sempre l’esigenza di arrivare pronto e mai impreparato davanti a qualsiasi situazione. Ci vuole tanto tanto lavoro. Sono convinto dell’idea che se uno semina bene, prima o poi raccoglie.

Cosa ritieni occorra a chi voglia avvicinarsi alla professione del deejay?

fabio3Innanzitutto la voglia di trasmettere alla gente la sua emozione, cosa che fai attraverso i pezzi che metti. Se dovessi farlo meccanicamente, senza metterci l’anima, sta sicuro che la gente se ne accorge, lo percepisce. Devi sempre avere un occhio rivolto alla pista, per catturare le reazioni del pubblico. Non si può suonare con la testa bassa senza guardare se la pista si è svuotata o meno, se la gente si sta divertendo. Io in genere prendo sempre un gruppetto di persone come riferimento e da loro cerco di capire il tema della serata. E poi ci vuole passione, se c’è quella il resto viene da sé. A volte sento tante critiche sul lavoro altrui. Io, invece, ritengo che l’importante sia sempre e comunque darsi da fare. Gli haters esistono da sempre, purtroppo, e spesso chi non ha il carattere giusto per affrontarli smette. Io credo che non bisogna permettere a nessuno di rovinare la propria passione. È a causa di questo tipo di dinamiche che ho scelto di andar fuori, dove ti puoi permettere di essere più creativo, senza il timore di sbagliare. C’è un modo di fare più meritocratico e questo ti permette di essere te stesso, di sentirti libero di suonare la musica che vuoi senza la pressione di dover piacere agli altri.

Che progetti hai al momento?

In Puglia e a Bari, in particolare, c’è un bel fermento.  Oltre a collaborare con i Bari Jungle Brothers, sono uno dei deejay dei Bari Young Gunz. Collaboro anche con un gruppo funk in cui non ci sono rapper ma solo strumenti, i Bloody Married. La formazione è composta da basso, chitarra, fiati e batteria, io mi occupo degli scratch. Ed, infine, ho creato questo studio, il Throw-Easys Studio, il cui nome è un tributo a Massimo Troisi, un artista che io adoro. Qui trascorro anche 15-16 ore al giorno. Non è semplice vivere di questo lavoro, bisogna prima affermarsi. Fare solo il deejay è dura, ecco perché io cerco di fare un po’ di tutto. Ora mi sto concentrando sulla produzione, sto lavorando a delle tracce, alcune hip hop e alcune di musica elettronica con l’intenzione di fare uscire a breve un Ep. Non so ancora se prima o dopo l’estate, so solo che ci vorrà un po’ di tempo, perché come ti ho detto mi occupo anche di mix, mastering e registrazioni e nel week end spesso suono.

Al momento ti senti più Riot o Ânhém?

A Bari mi sento più Riot, e fuori più Ânhém. Forse solo dopo aver prodotto qualche fabio6traccia potrò definirmi meglio come artista. C’è ancora tanto da fare. Adesso sto mettendo in pratica tutto ciò che ho appreso. Ci vuole tempo, sto migliorando e capendo tante cose. La tua identità musicale si definisce solo col tempo. Ma scalpito per vedere realizzato il mio primo Ep, non vedo l’ora.

Se dovessi immaginarti tra cinque anni, dove saresti?

Beh non nascondo che mi piacerebbe essere ritenuto un deejay di primo piano. Magari suonare in festival importanti come il Sonar. Mi auguro di arrivare il più in alto possibile. Dedicare tutto me stesso a questa attività non mi costa nulla: è una cosa che faccio con piacere e passione. Spero che arrivi il momento in cui raccoglierò i frutti. Che ne so… magari ne riparliamo in un’altra intervista tra cinque anni (ride ndr)…

 

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