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La nuova opera di Jan Fabre con uno strepitoso Cèdric Charron inaugura DanzABari

28 Gen 2015 | Nessun Commento | 1.198 Visite
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140401_Fabre_Atendsattendsattends028-1-(1)Quando noi danziamo fino all’alba la luna ha pietà di noi” (da un canto indiano).

Quante chiavi di lettura ha “Attends, Attends, Attends … (Pour mon père)”, il nuovo ipnotico assolo di danza creato da Jan Fabre, coreografo, performer teatrale, visual artist, pittore e scultore che, con la sua compagnia Troubleyn ha donato nuova linfa alla danza mondiale, concependo un linguaggio originale quanto personalissimo? Probabilmente infiniti, taluni persino invisibili al pubblico che ha osannato la nuova magnifica opera dell’artista fiammingo, così come è accaduto anche a Bari in un affollatissimo Teatro Kismet Opera per l’apertura della rassegna DanzABari, contenitore all’interno della stagione del Teatro Pubblico Pugliese.

Su una scena vuota, assalita da una nebbia fittissima, si muove una figura vestita di rosso, cappello a larghe tese a coprire il volto, una pertica in mano per spingere una barca immaginaria: è un novello Caronte, incarnato – è qui è il primo colpo di scena della pièce – dal sublime Cédric Charron, praticamente un omonimo della figura mitologica. Chi sta traghettando? Inequivocabilmente noi, dato che ci trascina immediatamente in un’atmosfera  senza tempo, in una dimensione onirica ove ci è concesso di immedesimarci con il protagonista, ma trasporta anche e soprattutto un padre: quale padre? Il padre di Fabre, certo, ma anche il padre di ognuno di noi, il padre che è in ognuno di noi ed infine – comprenderemo dopo – il Padre di tutti noi. Si apre così un confronto serrato tra due entità, con il figlio che tenterà a più riprese di spiegare al padre la propria visione della vita, supplicandolo di comprendere, di vivere le medesime pulsioni, gli stessi slanci, di lasciargli intonare il canto del desiderio, di attendere prima di spiccare l’ultimo salto e separarsi dal mondo dei viventi abbandonandolo al proprio solitario destino. Prende così forma l’antico atto rituale della progressiva deposizione di sette monete sul corpo del (prossimo) defunto, con il protagonista che affronta il suo viaggio ascetico e le relative prove che dovranno portarlo, in un vortice impazzito che – dirà egli stesso – solo la rappresentazione teatrale può permettere, dalla primordiale condizione di animale a riguadagnare, attraverso un rito penitenziale dagli echi ancestrali in cui giungerà ad offrire il sangue del proprio corpo, la propria umanità, sino a farsi Uomo tra gli uomini imbracciando la propria pesantissima croce nell’estremo atto di purificazione innanzi un Padre silenzioso al cospetto delle preghiere del Figlio durante la sua Passione, prima che tutto sia compiuto e Caronte, ricevuto il proprio obolo, possa tornare sulla scena per compiere il suo viaggio verso un destino finalmente consapevole.

Attends, Attends, Attends … (Pour mon père) è una riflessione sul tempo a disposizione dell’uomo e la variabilità dei suoi ritmi, rappresentato da una danza frammentata, deforme, imperfetta, incontrollabile, proprio come il corpo di Charron, ma è anche un’esplorazione dell’arte della procrastinazione, del rinvio, del ritardo che apre buchi nel tempo scoprendo un universo di possibili soluzioni in cui desiderio e morte si fondono e si confondono, sino a farci giungere al desiderio della morte non solo come abbandono della vita ma anche come opportunità di cambiamento, propensione verso qualcosa di nuovo seppur indefinito, in una fine che non ha un fine ed è pertanto infinita, come se la morte avesse deposto le proprie uova in un corpo vivo, nel nucleo della vita stessa, traendo da essa la forza della sua metamorfosi perpetua che possa garantirle il ciclo della risurrezione. In tal modo nulla si distrugge né muore mai veramente ma ogni essere umano si trasforma in una nuova creatura; e quale arte se non la danza, in cui ogni gesto si affievolisce non per morire ma per rivelarne un altro, poteva rappresentare questo passaggio, questo confine, questa linea sottile tra quello che è stato e quello che sarà? Si svela così un altro significato intimo e personale dell’opera che, forse in un ideale passaggio di consegne, chiama in causa il rapporto stesso tra il ballerino Charron ed il coreografo Fabre, la loro storia di collaborazione ormai quasi ventennale, la possibilità di chiudere un ciclo per tracciare nuovi percorsi nel tentativo di rinnovarsi; il titolo stesso è una celebrazione della loro complicità, ricordando quell’”aspetta, ho un’idea” che è una frase ricorrente di Fabre durante la preparazione degli spettacoli. Allora è stato tutto un gioco? Crediamo di no. Piuttosto un’esigenza, il bisogno di riscattarsi dai propri padri, siano essi biologici, artistici o spirituali, per essere pronti ad un nuovo salto in un’altra dimensione, quella in cui potersi infine riconoscere e definirsi, sentirsi un uomo.

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