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La nube sul Design. Riflessioni sull’ultima edizione del Salone di Milano

1 Mag 2010 | Nessun Commento | 1.474 Visite
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tazzinaPartire quasi impossibile. Decifrare il senso del volo, del progetto là da venire può apparire operazione vana e irrisolta. Eppure occorre agire. Ha dei risvolti shakespiriani il mondo del design in mostra a Milano nella settimana dal 14 al 19 aprile. “E’ brutto il bello, À bello il brutto” cantano in coro le tre streghe nel Macbeth. Fa da controcampo concettuale all’eco plumbea della profezia delle streghe la voce di Alessandro Mendini. “ Siamo cose tra cose”.

Proprio dal progetto curatoriale per il museo del design sembra emergere la forte tentazione di indagare la natura profonda di questa disciplina rivendicandone flussi e ri/flussi antropologici all’opera nella definizione del nostro quotidiano. La logica della spettralitá nell’universo delle cose e nella vita sociale in generale conduce ad un paradosso tipico del postmoderno. Lo svelamento, la messa a nudo del meccanismo di dissolvimento dei confini disciplinari manifestato nel mixage di cose di diversa natura selezionate da Mendini apre la scena al cultuo del feticcio.
Tra macerie provenienti dall’Aquila, mirabolanti sculture rotanti di Pierluigi Calignano, con la loro spinta local/patronale incorporano frammenti di luminarie di provenienza salentina, ai Compassi di Latta di Riccardo Dalisi, le cose di Mendini ci aiutano a ri/trovare un senso che occhieggia all’Ideologia del traditore di Achille Bonito Oliva. Cosœ il museo di Mendini appare non solo come un’operazione di ricostruzione storica ma anche e soprattutto di riscrittura linguistica, ri/lettura parziale del design. Nessuna pretesa di oggettivitá ci accompagna tra le cose semmai ci si perde in una parziale, cosciente, stimolante ricostruzione di mondi aperti e in movimento. Sembra di assistere ad un’evaporazione, ad una presa d’atto che il design inteso come nuova utopia necessiti di una lingua che faccia presa sul mondo.

Lo conferma l’accampamento allestito dalla NABA in Triennale Bovisa dove l’invito è a perdersi nei processi più che negli esiti del progettare, semmai ci si può consolare ammirando umili mollette per il bucato di varie forme e provenienze raccolte con spirito waburghiano da Yoav Ziv, designer israeliano. Da Tel Aviv a Santiago del Cile mantenendo come attrattore Milano troviamo la Chairless di Alejandro Aravena. Fatta di tessuto e scarti di cuoio si presenta come una striscia da portare con s» ovunque più che una seduta è una protesi del corpo. Ecosostenibile nella produzione conferma la vaporizzazione del design. Pare muoversi in direzione opposta Nacho Carbonell con le sue sedute che da umili architetture di cartapesta si sono trasformate in rutilanti sculture nei materiali più disparati dal legno al vetro sono create per accontentare i palati fini dei collezionisti. Il design del feticcio si alimenta di contraddizioni svelandosi come sistema linguistico policentrico che trae da apparenti debolezze disciplinari e da sconfinamenti concettuali la sua energia vitale. E’ il caso del duo Formafantasma, giá in orbita Droog, giovanissimi freschi di laurea all’Accademia di Eindhoven con il loro progetto Autarky ci introducono in un mondo artigianale che lievita in accordo con la natura. Andrea Trimarchi e Simone Farresin si ispirano a sapienti lavorazioni della tradizione siciliana proponendo cose dai colori della terra e della paglia, materiali grezzi che parlano una lingua attuale in perfetto equilibrio tra design colto all’italiana e straniante saper guardare al mondo tutto olandese.

Continua ad elaborare in maniera originale il rapporto tra artigianato e design, Martino Gamper producendo opere capaci di generare un cortocircuito tra linguaggio e pratica in coerente sviluppo con un alfabeto proprio che si propaga oltre la bella riuscita del prodotto. Gamper trasferisce al rumoroso mondo della produzione odierna e della progettazione un concentrato di sconcertante purezza operativa e concettuale. Va citata per l’attualitá dell’approccio al progetto, la bellissima mostra Achille Castiglioni: 23 modelli. Curiositá e divertimento nel progettare, il traffico continue con le cose di ogni giorno producono un universo analogico tra casualita dell’idea e sfera ragionata del progetto.

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