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La musica senza etichette di Fresu e Caine apre la rassegna Ecotopia de Nel gioco del jazz

20 Set 2017 | Nessun Commento | 756 Visite
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 FRESU_CAINEIl duo è una formazione che lascia molto spazio alla musica. Il dialogo è molto serrato. Non ci si può mai adagiare perché è sempre importante essere dentro. Uri è una specie di macchina da guerra. Ha swing, ha tempo, ha ricchezza armonica. E un gusto molto simile al mio, a partire dalla passione per la musica classica, la possibilità di mettere assieme mondi diversi. Io non penso che ci sia un repertorio refrattario al jazz. Spetta all’intelligenza del musicista plasmare un materiale musicale apparentemente lontano, posto che lo sia, e farlo diventare proprio. L’idea non è ciò che suoni, ma come lo suoni. Se in un duo si condividono pensieri e passioni, in qualche modo si parla la stessa lingua. La musica vive sulla nostra capacità di avere un dialogo. È peggio forse quando due persone che sono vicine non hanno nulla da dirsi. Come quando nei ristoranti vediamo coppie tristi che mangiano in silenzio perché non hanno più argomenti in comune.” (Paolo Fresu)

Fermare il tempo si può. Oppure, tutt’al più, si può avvicinarne i poli, restringerne le distanze, eliminarne le barriere sino ad annullarle. Crediamo di non essere molto lontani dalla realtà quando affermiamo che questa sia la mission che si sono dati gli immensi Paolo Fresu ed Uri Caine quando hanno dato vita a questo loro ormai longevo e ferratissimo Duo delle meraviglie, lo stesso che ha aperto in modo più che adeguato la nuova strabiliante stagione de Nel gioco del jazz; infatti, dopo la magnifica anteprima con il quartetto di Charles Lloyd, non avremmo saputo immaginare inaugurazione migliore per questa nona rassegna dell’Associazione guidata da Roberto Ottaviano (cui lo stesso Fresu, nel mezzo del concerto, ha dedicato parole di rara bellezza e sincero affetto che ci sentiamo, nel nostro piccolo, di sottoscrivere), Donato Romito e Pietro Laera, dato che, sotto l’affascinante nome di Ecotopia (termine nato dalla geniale penna di Ernest Callenbach, scomparso nel 2012, con cui individuò un auspicabile quanto utopico sistema ecologico), proporrà una serie di appuntamenti, tutti irrinunciabili, che avranno, soprattutto nella prima tranche, proprio nella tromba l’incontrastato strumento principe.

Nell’accogliente sala dello Showville di Bari, abbiamo ancora una volta partecipato ad un meraviglioso viaggio nel tempo, lungo sentieri assolutamente inconsueti, sulle tracce dell’ultimo album live firmato in coppia, il terzo realizzato negli ormai quindici anni di attività, quel “Two minuettos” che non si è tardato a salutare come un nuovo capolavoro, alla (ri)scoperta di un repertorio che va dalle aree classiche alla canzone italiana passando per standard jazz, sulle splendide note dei più disparati autori; vengono così magnificamente omaggiati Ahbez con Nature boy, Gershwin con I loves you Porgy (che Fresu esegue da indiscusso erede del divino Miles Davis), Lauzi con Almeno tu nell’universo, resa indimenticabile dalla mai abbastanza compianta Mia Martini, e poi Monteverdi, Handel, Mahler, di cui Caine è sublime conoscitore, e la veneziana Barbara Strozzi, oggetto di culto di Fresu come testimonia l’interessantissimo progetto con l’ensemble Alborada String Quartet, in cui pure milita Sonia Peana, divenuta signora Fresu.

Mondi e tempi, come si diceva, apparentemente distanti ma che, al contrario, nelle sapienti mani dei nostri, si strutturano in un unico linguaggio, fatto di musica ma anche di silenzi, di atmosfere rarefatte e nostalgiche ma anche di pulsioni impetuose ed esaltanti, in cui passato e presente perdono connotazione, vinti dal gusto estetico e dalla passione travolgente che accomuna i due. Il palco, per una volta, non viene trasformato in un ring ove gli artisti si sfidano a singolar tenzone ma è un immaginifico luogo d’incontro tra due anime, un onirico ed ideale limbo musicale in cui Caine e Fresu, tanto che sia al pianoforte o al piano Rhodes il primo ovvero alla tromba o al flicorno il secondo, si danno convegno per confrontare le loro sublimi concezioni musicali, non solo in quanto padroni di una tecnica virtuosistica che va, più che spesso, oltre la perfezione ma soprattutto forti di un evidente affiatamento e di una non comune sensibilità che permettono ad ogni ascoltatore, anche al meno preparato, di avvicinarsi ad universi che si credono ostici, finanche avversi. Il dialogo dei due musicisti, sviluppo logico di due menti creative e multidirezionali, si trasforma, così, in una stupenda dissertazione sull’eterna bellezza della musica in senso totale, in cui al lirismo, facilità discorsiva, stimoli multi-etnici di Fresu risponde Caine con la sua impronta personale e coltissima, passando per osmosi dal linguaggio jazzistico a quello classico senza dimenticare il blues, in un infinito incastrarsi che infonde nel numerosissimo pubblico un senso di appagamento – addirittura fisico – che sgorga dall’eleganza delle linee melodiche e dalla avvincente concezione ritmica sviluppata da questi due geni del nostro tempo che, pur manifestando attaccamento alla grande tradizione del jazz, si dimostrano musicisti onnivori, curiosi, che non si pongono problemi di etichette, in spregio a quella orrenda uniformità che purtroppo ammorba la nostra epoca, qualità che permettono loro, come ricorda lo stesso Fresu, di “prendere la musica del mondo e farla respirare come noi siamo. Specie in un momento storico come questo così complesso in cui il diverso è da respingere, il jazz dimostra metaforicamente che più le distanze sono grandi, più sono le comunioni possibili. Allora tutto è possibile!”.

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