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La scrittura di Daniel Pennac non si ricrea a teatro ed il suo “Un amore esemplare” non conquista

21 Feb 2018 | Nessun Commento | 531 Visite
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Daniel-PennacDaniel Pennac è universalmente riconosciuto come “le Roi” degli scrittori francesi da più di un trentennio a questa parte ed il suo innato genio non ha assolutamente più nulla da dimostrare a noi, poveri e fallaci esseri umani, che da sempre ci professiamo suoi adoranti apostoli, al punto da aver mandato a memoria, tra l’altro, tutto il suo famosissimo e fortunatissimo ciclo dedicato al signor Malaussène, a partire da “Il Paradiso degli orchi” del 1985, e, soprattutto, quel saggio magnifico che era, è e sarà “Come un romanzo”, un vero manifesto, la più rivoluzionaria, emancipata, totale rivendicazione di libertà che sia mai stata dedicata al piacere della lettura, al diritto di leggere – o anche di non leggere, di rileggere, di terminare o abbandonare dopo poche pagine – qualunque cosa ci aggradi, dove ci pare e quando ci pare, svincolandosi da giudizi che non seguano altro che il proprio personalissimo gusto, e liberandosi da sovrastrutture moralistiche di tipo etico o politico, ma anche dall’impegno culturale o sociale. Ebbene, proprio per quella stessa professione di fede, per quella magnifica dichiarazione d’intenti cui ci siamo anche noi votati, per la stima o, meglio, l’adorazione coltivata in tutti questi anni, oggi non possiamo esimerci, pur nel timore della scomunica a vita, dal dichiarare che la sua avventura teatrale non riesce a ricreare la magia che la sua scrittura ci dona.

Un amore esemplare” è la pièce scaturita dall’omonimo libro a fumetti, il primo della collana editoriale Feltrinelli Comics, composto a quattro mani con la disegnatrice Florence Cestac, personaggio fondamentale della scena del fumetto francese, anche in quanto cofondatrice con il marito Étienne Robial delle edizioni Futuropolis, illustratrice ed autrice dallo stile immediatamente riconoscibile, contraddistinto da un tratto di sintesi all’apparenza sbrigativo ma molto efficace, con quei grandi nasi rotondi che sono diventati il suo marchio di fabbrica, la sua distintiva esasperazione caricaturale, violata solo oggi per espressa richiesta di Pennac che voleva connotare meglio il protagonista maschile della sua storia.

Andato in scena al Teatro Kismet di Bari per quattro repliche, tutte sold out, inserite nel cartellone del Teatro Pubblico Pugliese, lo spettacolo, coprodotto da MIA (Parigi), Il Funaro (Pistoia) e Laila/Comicon (Napoli), diretto da Carla Bauer, interpretato da Ludovica Tinghi e Massimiliano Barbini, oltreché dallo stesso Pennac, e corredato dai disegni realizzati dal vivo dalla Cestac, narra della passione che ha legato Jean e Germaine per quarantaquattro anni; lui è un marchese, esponente della altissima nobiltà vinicola francese, destinato ad un matrimonio combinato con una sua pari, altrettanto ricca; lei è un aiuto sarta a servizio nel castello, figlia di cenciaioli, proletari (“brutti, sporchi e cattivi”, dirà Pennac citando il capolavoro di Ettore Scola con l’impareggiabile Nino Manfredi) che tirano a campare recuperando stracci e vendendoli alle sartorie per pochi spiccioli. Si vedono e si amano immediatamente, di un amore puro, autentico, totale, passionale, esemplare, appunto. Diseredati ed allontanati dalle rispettive famiglie, i due, non senza difficoltà, prenderanno dimora in Costa Azzurra, a La Colle-su-Loup per la precisione, dove vivranno avulsi dalla circostante società, che in realtà non li ha mai accettati, in un fantastico mondo popolato di libri e racconti eterni, di cui si ciberanno tanto in senso intellettuale quanto in senso fisico, dato che la vendita delle rarissime e richiestissime prime edizioni, che Jean ha ereditato dallo zio Pacôme, dei più popolari testi di tutti i tempi, consentiranno loro non solo di non morire di fame ma anche di vivere senza lavorare. In quel luogo di sogno vengono avvicinati dal piccolo Daniel, che trascorre, assieme all’amato fratello Bernard, le sue vacanze dai nonni; forse per l’assenza di figli della coppia, forse per il bisogno dell’adolescente di passare le sue giornate lontano dalla amena quotidianità di quel paesello, nasce un’amicizia che durerà per ben ventitré anni, in cui il giovane è spettatore unico e privilegiato delle “faccende” familiari, dalle letture ad alta voce alla cura del giardino di bonsai, ma anche e soprattutto della gioia di vivere che pervade in ogni attimo l’amore cristallino che lega la coppia, sino a quando, con parole serene ed amorevoli (“anche le cose migliori finiscono, proprio per questo sono le migliori”), non gli annunceranno che a Jean restano sei mesi di vita a causa di un cancro e che Germaine condividerà la sorte del suo amato, dandosi volontaria morte appena un mese dopo la sua dipartita. Anni dopo, Daniel, ormai scrittore affermato a livello mondiale, decide di rendere immortale questa storia d’amore, talmente bella da sembrare inventata, raccontandola attraverso le parole prima, le immagini dei fumetti poi, e, infine, il teatro.

Aspirazione lodevole, certo, ma purtroppo dobbiamo una volta di più attestare che talvolta la foga creativa può far inciampare nel proverbiale “passo più lungo della gamba” anche coloro che hanno mostrato – e ancora mostrano – la via a decine di viandanti; pur non volendo entrare nel merito della riuscita o meno dell’operazione editoriale (almeno quello non è nostro compito, per fortuna), ci vediamo costretti a registrare che la trasposizione teatrale non funziona, nonostante la buona prova di Barbini, sciaguratamente costretto alla solita vecchia gag del protagonista scelto a caso tra il pubblico, e soprattutto della Tinghi, che dopo uno scoppiettante inizio, in cui dimostra finanche doti arlecchinesche, viene quasi totalmente relegata al ruolo di traduttrice di Pennac, circostanza che, peraltro, rallenta in modo insopportabile l’azione scenica. Fa – credeteci – davvero male dirlo, ma forse è stata proprio la presenza del sommo autore a determinare il fallimento del tentativo – peraltro nient’affatto originale – di portare la letteratura a teatro senza mediazione ed artifici; in altre parole, la tanto attesa montagna ha partorito il fatidico topolino, consentendo – peccato ben più grave – che il racconto della splendida storia d’amore, che, messo in scena in modo più autentico, ci avrebbe senza dubbio emozionato se non commosso, giungesse sino a noi lezioso, artificioso, gradevolmente tedioso e piacevolmente inutile. Se quel che abbiamo visto è nato dall’intimo bisogno confessato da Pennac (“trovavo che Jean e Germaine meritassero qualcosa di meglio delle parole”), ebbene riteniamo che il Maestro avrebbe dovuto trovare una risposta più consona a quell’anelito di eternità, più efficace, insomma – ci sia concesso lo sgradevole gioco di parole – “esemplare”, ciò che questo spettacolo avrebbe potuto – e dovuto – essere e invece, a nostro modesto parere, malauguratamente non è stato.

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