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La “Madama Butterfly” incanta il teatro Petruzzelli tra divine melodie e formidabile cast

15 Mar 2015 | Nessun Commento | 1.467 Visite
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1Tutti quanti – che lo si riconosca o no – abbiamo musiche che ci appartengono più d’altre, che serbiamo nella nostra mente e nel nostro cuore, che ci emozionano ad ogni ascolto, cui siamo indissolubilmente legati, che possediamo e che, soprattutto, ci possiedono. Ecco, per noi, ad esempio, il “coro a bocca chiusa” con cui l’incommensurabile genio di Giacomo Puccini decise di chiudere il secondo atto della sua “Madama Butterfly” deve assolutamente essere annoverato tra i momenti più alti della produzione musicale di tutti i tempi; di più, noi riteniamo da sempre che quella sublime pagina debba essere considerata una delle migliori dimostrazioni dell’esistenza di Dio. Eppure quel frammento di Paradiso, che credevamo di poter definire imperfettibile in quanto già traboccante di innata perfezione, ha vissuto un momento di ulteriore superba evoluzione nel quadro appositamente creato per l’edizione inserita nel cartellone della annuale Stagione della Fondazione Petruzzelli in questi giorni in scena sul palco del Politeama barese con un successo incredibile quanto meritato; quando la piccola Butterfly sale nel punto più alto della collina per mettersi in trepidante attesa del ritorno del suo Pinkerton, illuminata solo da un raggio di luna mentre attorno si fa tutto buio e comincia una fitta nevicata, abbiamo potuto distintamente sentire il nostro stesso animo mutare, al pari di quello della giovane orientale, dalla incontenibile eccitazione di chi spera che il mare le restituisca il proprio amato alla irrefrenabile disperazione di chi sa di dover affrontare la notte più cupa e fredda che essere umano possa sopportare, così atroce e lacerante da essere degno prologo della morte che giungerà di lì a poco. Un fuggente attimo di rara e sublime bellezza che – credeteci – è assolutamente impossibile descrivere qui, il cui merito deve essere fatto risalire (ça va sans dire) al Maestro Puccini innanzitutto e, quindi, equamente suddiviso tra Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, che scrissero il libretto dell’Opera traendolo dall’omonima tragedia di David Belasco, a sua volta ispiratosi al racconto dell’americano John Luther Long, ma anche riconosciuto, seppur in epoche così lontane, alle pregevoli odierne scelte registiche di Fabio Ceresa, che, per la quasi totalità della rappresentazione, ha stretto e costretto i protagonisti a vivere in uno ristrettissimo spazio di proscenio per poi farli solo di rado incuneare nell’imponente scena che delimitava l’intero palco, che diventava, per l’appunto, un quadro, un vero dipinto, con una visione del Giappone che non ha una precisa connotazione temporale ed è, pertanto, senza tempo. Fuor da questi rari momenti di ipnotica bellezza, la mite casa sulla collina che vide compiersi l’iperbole della giovane Cio-Cio-San (che può essere tradotto proprio in Signora Farfalla) si tramuta in uno spazio claustrofobico, le cui pareti si trasformano in porte scorrevoli troppo esili per poter proteggere l’amore di Butterfly e tenere lontani rimorsi e rimpianti come anche spettri del passato ed incertezze sul futuro, in un traboccante nulla creato dalle suggestive scene di Tiziano Santi, ben assecondato dai suggestivi costumi di Tommaso Lagattolla, e dalle magnifiche luci di Fiammetta Baldiserri, che ci restituiscono un’ambientazione incantevole pur nella sua semplicità e nel suo ricercato minimalismo, perfetto contraltare dalla sfarzosa ed irraggiungibile ricchezza delle famosissime divine melodie, la cui esecuzione è stata assicurata dalla presenza sul podio del Maestro Giuseppe Finzi che ha diretto in modo più che convincente l’Orchestra della Fondazione, esaltandone le tante doti, ed il superbo cast, con il Pinkerton di Angelo Villari da considerarsi addirittura perfetto, unitamente alla Butterfly di Alexia Voulgaridou, assai efficace anche nella interpretazione mimica, che ruba un applauso a scena aperta nell’interpretazione della celeberrima aria “Un bel dì vedremo”, ed alla Suzuki di Annunziata Vestri, cui devono aggiungersi Mario Cassi nei panni di Sharpless, Francesco Castoro in quelli dell’infido Goro e Marco Bussi in un inconsueto Yamadori, tutti premiati da vere ovazioni.

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