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Ivan Cotroneo ci racconta il suo primo film: “La kryptonite nella borsa”

13 Nov 2011 | Nessun Commento | 1.781 Visite
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Ivan Cotroneo
“Mi piace molto parlare attraverso l’ironia, ritengo che in chiave ironica ci sia una possibilità maggiore di dire le cose serie”. Sono queste le parole con cui Ivan Cotroneo giustifica l’utilizzo della commedia nel suo primo film da regista.  Ivan Cotroneo , scrittore, regista e sceneggiatore italiano di grande fama, ha incontrato il pubblico barese presso la libreria Feltrinelli per presentare il suo lungometraggio “La kryptonite nella borsa”, uscito nelle sale cinematografiche da qualche giorno è tratto dal suo omonimo romanzo. Cotroneo definisce subito il suo film una commedia di formazione, incentrata sulla storia dalla scombinata famiglia Sansone, nella Napoli nel 1973. Al centro della famiglia c’è  un bambino di 9 anni di nome Peppino che ha  problemi di relazione con gli altri e che sarà segnato da eventi tragici, come la morte del cugino chiamato Superman e la depressione che colpirà sua madre dopo la scoperta del tradimento del marito. Il regista che si mostra amante del mondo “estremamente colorato” degli anni ’70, cela alcuni aspetti risolutivi del film, ma annuncia al pubblico che sarà Peppino a risolvere i problemi dicendo che “La fantasia del bambino sarà capace di trasformare tutto quello che c’è attorno a lui”.

Noi di LSDmagazine lo abbiamo intervistato:

Questo è il suo primo film da regista. Rispetto ai compiti svolti precedentemente nel mondo del cinema, come ad esempio la sceneggiatura, a quante più responsabilità ha dovuto far fronte?

Moltissime, un regista è responsabile di tutto ciò che succede sul set. Io ho sentito una forte responsabilità perché ho avuto la fiducia dei miei produttori, dei miei collaboratori come Luca Bigazzi che si è occupato della fotografia  e soprattutto dei miei attori, a partire da quelli che hanno interpretato nel film ruoli molti piccoli, come Fabrizio Gifuni, a quelli che hanno avuto ruoli da protagonisti come Valeria Golino e Luca Zingaretti, attori di una certa esperienza che si sono voluti fidare di un esordiente, come me, che non aveva ancora dato prova di sé. Spero di averli ripagati con il mio lavoro.

Nel 2007 c’è stata la pubblicazione del suo terzo romanzo edito da Bompiani da cui è tratto il film. Ha avuto un maggiore successo la pubblicazione del libro o l’uscita del film nei cinema? 

Il cinema è uno strumento molto potente e quindi diciamo che il film ha un impatto molto diverso, è un’immagine della nostra civiltà. L’uscita del film soltanto nei primi giorni ha decuplicato il numero dei lettori che ha avuto il mio libro. Però per fortuna si sta creando una specie di meccanismo a catena per cui molti spettatori del film vanno poi a leggere il libro e così quelli che hanno letto il libro vanno a vedere il film. Quindi spero che a chi ha visto il film venga la curiosità di leggere il libro e viceversa.

Quindi non possiamo proprio parlare di un decadimento della lettura?

No, no. Nei cinema è facile contare il numero delle persone che vanno a vedere il film, i libri fortunatamente passano di mano, vengono prestati e quelli che hanno maggior successo non restano fermi nelle biblioteche, ma si muovono. Quindi è facile contare il numero delle copie vendute, ma impossibile valutare quello degli effettivi lettori.

Come mai ha intrapreso la scelta di estrapolare un film proprio da quest’ultimo romanzo? 

È stata un’idea dei produttori, Nicola Giuliano e Francesca Cima, che sono dei produttori molto bravi: hanno prodotto i film di Sorrentino, “La doppia ora”, “La ragazza del lago”. Loro  hanno pensato in particolare a  quest’ultimo romanzo perché rispetto agli altri aveva caratteristiche maggiormente adattabili al cinema.

Il suo film ha come sfondo Napoli del 1973 che viene presentata come una città in pieno subbuglio. Lei come autore e regista ha voluto parlare del passato cercando implicitamente di denunciare il presente o semplicemente ha voluto raccontare la Napoli della sua infanzia?

Ho voluto parlare di un passato per me molto importante, perché gli inizi degli anni ’70 erano l’età del sogno, della speranza, l’età di chi credeva, prima che i propri sogni si infrangessero in quelle che poi sono state le tragedie storiche del nostro paese, come il terrorismo, o il problema dell’eroina che ha falcidiato molte persone di quella generazione. Negli anni ’70 c’era il seme di una voglia di ribellarsi davanti ad un futuro già precostituito e io ho voluto ricordarli senza nostalgia, perché la nostalgia è un sentimento inerte che non porta da nessuna parte. Però c’è anche il rimpianto di quello che avrebbe potuto essere il presente e la speranza di riuscire ad essere tutti più reattivi.

Foto di Maria Tisci  

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