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La gioia della danza giunge sul palco del Petruzzelli grazie a Les Ballets Trockadero de Monte Carlo

13 Ott 2017 | Nessun Commento | 1.963 Visite
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trocksLa Danza non è un campo esclusivo per nessuno. Dà gioia ed euforia a tutti coloro che vi partecipano come danzatori o spettatori. Il linguaggio della danza non conosce confini. Va oltre la classe sociale, l’istruzione, il paese, il credo. Il suo vocabolario è infinito, poiché l’emozione umana risuona attraverso il movimento. La Danza arricchisce l’anima e solleva lo spirito. La Danza vive all’interno di tutto ciò che vive. Facciamo ballare tutti i bambini e sicuramente seguirà la pace. (Miyako Yoshida).

Volete farvi un regalo? Correte a vedere lo spettacolo de Les Ballets Trockadero de Monte Carlo, inserito nel cartellone della Stagione 2017 della Fondazione del Teatro Petruzzelli (repliche sino a domenica), e godrete di una serata unica nel suo genere. È infatti notorio come il balletto classico, il più delle volte, risulti ostico per noi comuni mortali, spesso incapaci di comprendere appieno cosa accada sul palcoscenico, di dare un significato alle traiettorie indefinibili che quei corpi – per lo più perfetti – disegnano nell’area, ai simboli, ai messaggi criptati che crediamo appartenere ad una civiltà diversa dalla povera nostra. Questo non ha alcuna possibilità di essere quando sono impegnati i magnifici Trocks, affettuoso nomignolo con cui si indicano i componenti (a Bari ne sono giunti quindici, capitanati dall’italiano Raffaele Morra), tutti uomini e tutti en travesti, dell’ormai mitica Compagnia che dal 1974, anno della sua fondazione, continua a regalare agli osannanti spettatori di tutto il mondo momenti di raffinata ironia e pura ilarità portando in scena intramontabili classici con un approccio a dir poco singolare, semplicemente accentuando le manie e gli incidenti di percorso dei ballerini ed esasperando le caratteristiche tipiche della danza rigorosa, naturale seguito – a sentir loro – della “scoperta che gli uomini riescono a danzare sulle punte senza cadere rovinosamente a terra”.

Il gioco è splendido ed ha decine di chiavi di lettura, tutte divertentissime, a partire dallo sbeffeggiante programma di sala per poi continuare, a sipario ancora serrato, in una folle presentazione in cui si cita anche la notissima ed onorabilissima Compagnia di Balletto Imperiale di Capurso. Lo spettacolo, poi, è davvero magnifico, perfettamente equilibrato in momenti ilari, che, per lo più, sfociano in garbatissimi artifici da clowneria, ed originali passi di danza, spesso più vicini alla perfezione delle più accreditate performance delle colleghe da risultare difficile credere che siano realizzate da uomini.

Sulle note magistralmente eseguite dall’Orchestra del Teatro Petruzzelli sotto la guida della direttrice Nada Matosevich (anche qui forse un richiamo al gioco dello scambio dei ruoli), la scaletta della serata annoverava una rivisitazione dell’immarcescibile secondo atto de Il lago dei cigni, probabilmente (senza voler nulla togliere al seguito) il momento più alto e divertente di tutto lo spettacolo, durante il quale è vietato distrarsi anche un solo attimo, pena la perdita di una delle mille trovate dei Trocks, quindi un pas de deuxa sorpresa (come indicato nel programma di sala), seguito dal pas de six tratto da Esmeralda, fino al capolavoro della più fantastica e fantasiosa Morte del cigno cui ci sia capitato di assistere, con il ballerino nelle vesti della tipica étoile russa che entra in scena volteggiando in un turbinio di piume, le quali, cadendo dal suo piumaggio, formano una poetica ed improbabile nevicata che mal si abbina con l’agonia del cigno, colpito da infarti, ictus, paresi e simili, ed al gran finale con un coloratissimo estratto da Paquita. Sublimi gli interpreti, tutti, non solo nei frangenti in cui amorevolmente ridicolizzano e sbeffeggiano non – attenzione! – la loro sublime Arte bensì i vezzi e le ossessioni delle prime donne della danza, ma anche – e forse soprattutto – quando danno lezione di pura maestria, tanto nei momenti individuali, ricchi di virtuosismi, quanto nelle scene d’insieme, realizzate in modo di gran lunga migliore di tante e tante, anche rinomate, Compagnie che ci è stato dato in sorte di visionare negli anni. L’ovazione del pubblico del Petruzzelli faceva prorompere i Trocks in una finale appendice scatenata, a metà tra la danza tradizionale irlandese e la febbre del sabato sera di travoltiana memoria, che ci faceva tornare alla mente le parole che Friedrich Nietzsche faceva pronunciare al suo Zarathustra: “Io crederei solo ad un Dio che sapesse danzare. E quando vidi il mio diavolo, lo trovai serio, esatto, profondo e solenne. Era lo spirito della gravità, per lui precipitano tutte le cose: non si uccide con l’ira, ma con il sorriso. Su, uccidiamo lo spirito di gravità! Ora sono leggero, ora volo, ora mi vedo sotto di me, ora è un Dio che si serve di me per danzare.”

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