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La fashion week milanese tra nomi promettenti e vecchie glorie del passato

6 Mar 2010 | Nessun Commento | 2.279 Visite
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fashion week milaneseSuccede sempre così: finita la settimana della moda milanese, che è un vero esercizio acrobatico tra gli appuntamenti, i giornalisti si sottopongono alla via crucis dei lamenti. Hai dato poco spazio, hai dimenticato di scrivere una cosa, non sei andato a quella presentazione: è la protesta delle pierre, inevitabile. Ma ciò che ferisce davvero la professionalità del reporter di moda è il fatto – verissimo – di aver dovuto saltare la sfilata di un nome promettente per andare a vedere una vecchia gloria del passato.

A Milano questo succede un pò troppo spesso. Tutto è così concentrato, che lo spazio per i giovani non c’è. E così finiscono per sfilare la sera tardi. Oppure, ancora peggio, anche se ben posizionati, vengono saltati dalla stampa perché la fatica è tanta ed è meglio cancellare dal programma un marchio giovane che uno di quelli vecchi, rinomati e brontoloni.

Riccardo Grassi, titolare dello Studio Zeta, un importante show room milanese dedicato soprattutto alle nuove firme, fa il punto di questa situazione che definisce «gravissima». La fashion week milanese – dice – è l’unica a non avere una strategia e anche l’unica ad avere ben 8 marchi che organizzano doppie sfilate (mentre a Parigi nessuno ne fa due). «Questo segno di arroganza superflua – dice Grassi – non permette di inserire nuovi designer» nel circuito seguito dalla stampa e dai compratori. E così si va a vedere Aquilano e Rimondi per Ferrè ma non si riesce ad andare alla sfilata del loro marchio, si assiste alla passerella di Les Copains disegnata da Albino D’Amato ma si è costretti poi a tralasciare la sfilata della piccola griffe Albino. Si corre eroicamentre a vedere (alle 21,30) Gabriele Colangelo e invece si perde Francesco Scognamiglio o si salta Marco De Vincenzo perché convocati a una conferenza stampa di un big. Invece «se venissero spalmati su 5-6 giorni i marchi di grande rilevanza internazionale, si potrebbe creare – dice Grassi – un calendario interessante, dove i giovani potrebbero essere valorizzati».

Affinchè i buyer, oltre a vedere le sfilate dei ‘big’ «possano girare per gli show room di Milano (sono 700 con circa 20 mila addetti) occorrono almeno 5-6 giorni». Grassi racconta che sta partendo per Parigi con le collezioni dei suoi giovani perché qui finalmente, durante la otto giorni dedicati al pret-a-porter, intercetterà i compratori, perfino quelli italiani che si recano nella capitale francese per le sfilate, le piccole fiere e tanto scouting. Perché va anche aggiunto che ormai ci sono molte boutique-design che fanno lavoro di ricerca, che vogliono nomi nuovi da accostare a quelli noti (spesso non hanno più i famosissimi che vendono ormai sotto le proprie insegne) e a Milano non hanno tempo di andarseli a cercare. «Questa – dice Grassi – è la vera sconfitta del sistema Italia, che invece è molto creativo».

Non basta ripetere che gli stilisti delle grandi case che sfilano a Parigi sono italiani (Stefano Pilati da Ysl, Riccardo Tisci da Givenchy, Antonio Marras da Kenzo, Chiuri e Piccioli da Valentino, Marco Zanini da Rochas, Rudy Paglialunga da Vionnet, Ennio Capasa con la sua Costume National, Miuccia Prada con la sua griffe Miu Miu e Giambattista Valli con la maison omonima). E neppure serve notare che a Milano c’è una giornata, la prima, dedicata ai debuttanti, ai bravi designer usciti dalle scuole. Il problema viene dopo: se saranno famosi, perché non aiutarli a esserlo sulla scena milanese, perchè non costruire un calendario che valorizzi soprattutto loro che sono – dice Grassi – la linfa vitale della moda, e non solo – appunto – di quella italiana.

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