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La Danza di Trisha Brown è viva. Viva Trisha Brown

31 Mag 2018 | Nessun Commento | 699 Visite
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trisha-brown-ber168310“Il gesto è la parola e la sequenza di gesti è la frase: con gesti diversi si possono creare anche azioni.” (Trisha Brown)

Poco più di un anno fa, uno scarno comunicato pubblicato su Twitter annunciava la scomparsa, al termine di una lunga malattia, della divina Trisha Brown, di poco successiva a quella del marito Burt Barr, da sempre anche suo fedele collaboratore artistico. Ebbene, lo confessiamo: ora come allora, siamo portati a non credere a quelle tristi parole, non ritenendo possibile che la morte fisica, il finale annunciato della nostra caduca e precaria natura, abbia mai potuto avere la meglio su chi, come pochi altri nella storia dell’umanità, a quella stessa imperfezione si sia strenuamente opposta, tentando in ogni modo – ed infine riuscendovi – di liberare il corpo dalla rigida gabbia in cui è costretto. Pioniera dell’evoluzione, la Brown è (il presente è d’obbligo, dato il nostro punto di partenza) la regina incontrastata della post modern dance, un dominio assoluto, riconosciuto in tutto il mondo, che affonda le radici nei lontani anni sessanta quando, ancora all’interno del Judson Dance Theatre, il laboratorio di Washington Square in cui sono nate gran parte delle moderne sperimentazioni, approfondisce le sue idee coreografiche fino a creare uno stile personale che unisce rigore e velocità del movimento e che, immediatamente, si staglia e contraddistingue nella miriade di movimenti artistici nati dalla volontà di creare un nuovo linguaggio per la danza, immune dalle vecchie stilizzazioni del balletto classico ma anche da quelle della modern dance, di cui (per intenderci) Martha Graham è convenzionalmente considerata la creatrice. In tale fermento, nasce la Trisha Brown Dance Company, che alla fine degli anni settanta, dopo un iniziale momento in cui “occupava” luoghi alternativi (come i tetti e le pareti del Manhattan’s Soho District) per la realizzazione dei propri spettacoli, sale sui palcoscenici dei più importanti spazi teatrali tradizionali per non scenderne più, ancora oggi deliziando gli amanti della danza sparsi in tutto il mondo. Per nostra fortuna, questa meraviglia dei nostri giorni è tornata a far tappa a Bari per la sezione danza della Stagione della Fondazione del Teatro Petruzzelli, forte di tre coreografie assolutamente meravigliose e che ben possono essere considerate la summa del Brown-pensiero, perfettamente rappresentando l’intera evoluzione dello stile di Trisha, probabilmente uno dei migliori e più noti programmi dell’ensemble, per due terzi identico a quello che – se la memoria non ci inganna – fu proposto nel nostro capoluogo sempre nell’ambito del cartellone della Fondazione più di dieci anni fa nel Teatro Piccinni, per cui lasciateci auspicare – se non reclamare a gran voce – una sollecita riapertura.

Eccoci, dunque, nuovamente testimoni della creazione, davanti ai nostri increduli occhi, di tre capolavori di indicibile bellezza. Innanzitutto, “Set and Reset”, del 1983, con cui si è chiusa la serata del Petruzzelli, unanimemente considerato il capolavoro dell’artista statunitense nonché il manifesto della coreografia astratta, caratterizzato da quello stile geometrico ma imprevedibile divenuto la sua cifra stilistica. Ancora una volta siamo stati testimoni di questa suggestiva oscillazione tra due mondi apparentemente inconciliabili: la morbida fluidità dei danzatori e la rigorosa geometria che delinea lo spazio in cui sono chiamati a muoversi, lungo il perimetro di un palcoscenico nudo di cui si potevano vedere le quinte, per poi a turno dividersi in piccoli gruppi e convergere al centro, sovrastati solo da tre schermi “tridimensionali”, quasi la Brown volesse dimostrarci, con quella che, probabilmente, è la sua creatura più estatica, la possibilità di vedere la realtà da un’altra – e più suggestiva – prospettiva. Ma “Set and Reset” è anche fulgido esempio delle collaborazioni che la Brown è riuscita ad intessere negli anni con esponenti delle arti visive e sonore, qui più che egregiamente rappresentati da Robert Rauschenberg, ideatore delle scene e dei costumi, e dalla sublime ed inimitabile Laurie “Reed” Anderson, cui fu commissionata la creazione della suggestiva e coinvolgente colonna sonora. In “Geometry of Quiet” invece, unica novità rispetto al precedente appuntamento barese e qui presentata come coreografia d’apertura, l’impatto visivo si deve a Christophe de Menit mentre la musica è quella visionaria di Salvatore Sciarrino, eseguita dal flauto di Mario Caroli che sembra emergere da un profondo pozzo di silenzio per manovrare, con i suoi suoni meditativi e talvolta striduli, i corpi dei danzatori che fluttuano sul palco prima di essere risucchiati dal nulla; coreografia ben più lenta e rarefatta di “Set e Reset”, con i singoli ballerini che si esibiscono in equilibri lunghi e tesi da cui gli altri danzatori sono attratti, risultandone duetti e trii che si risolvono in esplorazioni concentrate e intime di angolazione e forma, prima di esplodere in intensi quanto improvvisi passi di gruppo, tratteggiando un lavoro – il più ostico della serata, a nostro modesto parere – che tenta di unire l’estetica astratta di sempre con l’emotività narrativa; ne viene fuori una performance eterea, in cui i danzatori si incontrano e si scontrano, quasi fossero particelle, elettroni di un enorme atomo, tesi, con il loro moto continuo, a produrre elettricità. Assolutamente coinvolgente – come sempre – è apparso poi Groove and Countermove, grazie anche alla ispirata musica del grandissimo trombettista americano Dave Douglas ed alla affascinante scenografia di Terry Winters, cui si devono anche i coloratissimi costumi; tratta dalla trilogia jazz del 2000, la coreografia scandaglia il fondo del sommerso universo delle contrapposizioni, qui straordinariamente rappresentate dai conflitti corporei tra il singolo ballerino ed il resto della Compagnia, in una danza elegante ed esplosiva allo stesso tempo; anche qui, forse ancor più che nelle altre due coreografie in programma, era più che tangibile la migrazione di ogni singolo movimento da un danzatore all’altro, così da poter finanche tracciare un itinerario per lo sguardo, in cui era possibile individuare un’architettura di frasi coreografiche che, costruita seguendo una meticolosità quasi matematica, combinava tutti gli elementi in modo inedito, imprevedibile, ipnotico.

Tutti sublimi i nove danzatori sul palco, nel loro inarrestabile flusso di repentine corse bruscamente interrotte, di cadute sospese, di incontri giocosi e scontri irati, di prese azzardate od improvvisamente schivate, sospinti solo dalla continua quanto impertinente sfida alle universali leggi della natura, prima fra tutte quella di gravità, perseguendo con ogni mezzo l’idea di perfezione lanciata dalla loro Guida spirituale. Ecco, Trisha Brown, per noi, è quell’idea, e le idee, come è noto, non possono morire.

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