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La crisi della libertà nell’Italia post-unitaria: il testa a testa Giolitti Mussolini

13 Dic 2016 | Nessun Commento | 896 Visite
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ggNel 1911 Giovanni Giolitti realizzò i presupposti, tra le varie riforme che si proponeva, per concedere il diritto di voto a tutti i cittadini maschi adulti. Il suffragio universale tanto voluto dal Partito Socialista, ormai era organizzato massicciamente sia nei grandi centri urbani che nelle campagne. Gli effetti della nuova situazione sociale e politica, si ebbero soprattutto nel 1914-15 quando il dibattito infiammò a causa dell’intervento o meno dell’Italia nel conflitto. Le correnti di pensiero erano varie: quella per la neutralità fortemente sostenuta da Giolitti, dalla maggioranza del P.S.I., dai Popolari, e da molti pensatori, seppure ogni corrente di pensiero con motivazioni e modalità differenti e spesso difformi. E quella per l’intervento nel conflitto sostenuta da quasi tutti i Liberali, dai nazionalisti, dai monarchici da una parte non piccola dei Socialisti tra i quali il Direttore dell’organo ufficiale del Partito, “L’Avanti”, Benito Mussolini.

La lacerazione politica e sociale fu notevole. Ma, anche a causa dei singoli episodi della guerra: Caporetto, i vari Governi che si alternarono, la posizione forte del Re, il cambio di alleanze, il perenne contenzioso tra i vari comandanti delle Forze Armate con le loro meschine rivalità, l’ambiguo ruolo svolto da Pietro Badoglio, gli esiti del Trattato di Versailles, ecc., il dopo-guerra fu disastroso. I reduci e le rispettive famiglie si divisero tra i vari schieramenti politici e sociali che decisero di cavalcare il malcontento: i nazionalisti, i socialisti, i popolari, i repubblicani, i sindacati. Benito Mussolini decise di mettersi a capo di questo malcontento. A suo credito aveva: l’essere stato cacciato dalla direzione de “L’Avanti” e dal Partito Socialista, per le sue idee interventiste, l’essere andato volontario al fronte non in qualità di ufficiale ma come caporale ed essere rimasto ferito. Inoltre, era anti-giolittiano da sempre. Pertanto, nel 1919 organizzò prima “Il Giornale  d’Italia”, “quotidiano socialista”, e poi costituì il movimento dei Fasci di Combattimento seguendo il filone e l’eredità lasciata da Filippo Corridoni. La finalità dichiarata era distruggere il sistema che aveva causato la così detta “Vittoria tradita”.

I suoi bersagli preferiti furono i traditori Socialisti, i Liberali al Governo ormai da decenni, la Monarchia considerata ostacolo per il riscatto dell’Italia. Alle elezioni politiche del 1919, i Fasci ebbero pochi voti e non raggiunsero lo scopo di avere almeno un deputato. Tale esito negativo indusse alla scelta di politiche populiste e demagogiche, a volte richiamando programmi rivoluzionari socialisti e spesso azioni di chiaro stampo reazionario, come la organizzazione di squadre di sostenitori, disoccupati e reduci della guerra per svolgere il lavoro di coloro che partecipavano agli scioperi organizzati dai Sindacati e dal Partito Socialista. E tali manifestazioni finivano con la rissa tra gli scioperanti ed i contro-manifestanti. Il tutto con ampio risalto sulla stampa che ormai cavalcava l’ondagg2 reazionaria del malcontento. Le elezioni del 1919 non diedero comunque la maggioranza ad alcuno dei Partiti rappresentati alla Camera dei Deputati. I Liberali non avevano più la maggioranza parlamentare già da qualche anno, per cui dovettero procedere a Governi di coalizione con i Popolari ed i Nazionalisti oltre agli alleati storici : i Radicali ed i Riformisti, ma il rischio era  una nuova coalizione tra il Partito Socialista e il neo-nato Partito Popolare Italiano. Filippo Turati fece di tutto per convincere i Socialisti tra il 1919 ed il 1921 ad accettare tale ipotesi, ma non riuscì: i Massimalisti si opposero. Ma anche formando tale nuova coalizione non era assolutamente certo che il Re avrebbe affidato l’incarico di formare il Governo ad un esponente sostenuto dal PSI.

Tale incertezza e confusione politica e sociale portò nel 1921 allo scioglimento anticipato della Camera proposta più volte da Giovanni Giolitti. In vista di tali elezioni, a San Sepolcro Mussolini, dopo lunghe trattative, realizzò l’unificazione: dei Fasci di Combattimento, del Partito Nazionalista e del Partito degli Agrari. Creando il Partito Nazionale Fascista (PNF). Questa rappresentò la svolta definitiva della sua vita. Già da un anno “Il Giornale d’Italia” aveva cessato di auto-definirsi “quotidiano socialista”. Ormai doveva scendere a patti: il PNF non poteva più essere repubblicano in quanto i Nazionalisti e gli Agrari essendo conservatori si dichiaravano apertamente Monarchici. Le elezioni politiche del 1921 portarono alla elezione di trentacinque Deputati del PNF. Il Re non affidò i Governi successivi a Giovanni Giolitti, ormai inviso alla Corona per le sue tendenze moderate. I Partiti Popolare e Socialista non riuscirono a trovare un accordo per proporsi come nuova coalizione di Governo, per cui il PPI continuò ad affiancare i Liberali. Gli stessi Liberali erano ormai divisi in correnti: quella di Giovanni Amendola fautore di un allargamento a sinistra al PSI, almeno per la parte moderata  rappresentata da Giacomo Matteotti e Filippo Turati, quella di destra di Antonio Salandra e Sidney Sonnino, quella radicale di Francesco Saverio Nitti, quella democratica di Vittorio Emanuele Orlando ed infine quella di Giovanni Giolitti.

Il Re spingeva soprattutto per l’ala di Salandra e Sonnino favorevoli ad accordi con PNF. Nel tardo 1922 ormai era tutto pronto per il nuovo Governo. Il Re non decideva. Giolitti era nella sua Mondovì in attesa del telegramma dal Quirinale, che mai arrivò. Con l’adunanza di Napoli, si crearono le condizioni per la Marcia su Roma del 28 ottobre. Mussolini a Milano attendeva gli eventi. Quando salì sul treno per Roma, dichiarò ai giornalisti di voler proporre al Re un Governo con a capo Antonio Salandra. Ma prima di salire al Quirinale disse alle camicie nere che ormai non era più disponibile ad altro che ad un Governo guidato da un fascista. Così fu. Il suo primo Governo ebbe Ministri soprattutto fascisti, nazionalisti, alcuni della destra Liberale, alcuni Popolari ed alcuni Demo-Sociali. Il sostegno parlamentare fu soprattutto garantito dal PNF, dalla maggioranza dei Deputati Liberali e dal PPI. Il biennio 1922-24 servì a preparare le condizioni per cambiare definitivamente la maggioranza parlamentare. Fu preparata ed approvata la nuova Legge Elettorale (definita “truffa” dalle opposizioni), proporzionale con ampio premio di gg3maggioranza in favore della lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa dei voti. La coalizione di Governo fece una lista unica, definita “Listone”, le opposizioni fecero liste autonome: i Partito Liberale di Giovanni Amendola e Piero Gobetti, il PSI, il PCd’I.

Le elezioni furono stravinte dalla lista del “Blocco Nazionale”, ma dominate da azioni di disturbo, violenze, la stampa fu di fatto in maggioranza asservita al Governo, seggi elettorali presidiati dalle Forze dell’Ordine e dalle Forze Armate, Prefetture che avevano l’ordine di garantire la sicurezza, ma di fatto tolleravano le prevaricazioni e le violenze degli squadristi, ecc.. All’insediamento della nuova Camera dei Deputati, l’on. Giacomo Matteotti denunciò nel famoso suo ultimo discorso le gravissime irregolarità. I Deputati Liberali e Popolari inclusi nel Listone iniziarono a prendere le distanze dal Governo. Mussolini fu scosso dal discorso dell’on. Matteotti, uscendo dall’Aula affrontò  alcuni capi del PNF ordinando di fare qualcosa. La mattina del 10 giugno 1924 una squadraccia fascista, capeggiata da Amerigo Dumini, attese sotto casa Giacomo Matteotti, nei pressi del Lungotevere, e da quel momento non se ne ebbero più notizie. Qualcuno scrisse che fosse fuggito all’estero. Il cadavere fu fatto ritrovare solo in agosto.

Prima del ritrovamento del corpo di Matteotti, i Partiti di opposizione e qualche Parlamentare eletto nel “Listone” di Governo, dopo duri interventi alla Camera, decisero di non partecipare più ai lavori riunendosi in altra sede, costituendo il “Parlamento legale”. Alle adunanze della Camera dei Deputati di Palazzo Montecitorio, i Partiti di opposizione erano rappresentati solo dai Capo-Gruppi. Il Governo decise di assumere redini più strette e dare allo Stato una legislazione ed un regime di fatto assolutista. Nel 1925, con l’opposizione di pochissimi, furono varate le così dette “leggi fascistissime”: l’abolizione della Libertà di associazione, il controllo sulla stampa, la denominazione della Camera dei Deputati in Camera dei Fasci e delle Corporazioni, ecc.. Inoltre, i Ministri non fascisti o che non si adeguarono, furono costretti alle dimissioni o rimossi. Il Presidente della Camera applicò con rigore il regolamento dichiarando decaduti i Parlamentari assenti e riuniti nel così detto “Aventino”.

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