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La Compagnia Umberto Orsini porta in scena al Teatro Petruzzelli “Il Prezzo” di Arthur Miller

12 Apr 2016 | Nessun Commento | 981 Visite
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pForse tutto ciò che uno può fare è sperare di arrivare alla fine con i giusti rimpianti.

(Arthur Miller)

Qual è il prezzo di un uomo? Perché è di questo che si parla qui, e non di certo della somma con cui valutare dei vecchi mobili, in questo “Il Prezzo (The Price)”, scritto da Arthur Miller nel 1968, quando aveva già alle spalle il successo di pietre miliari del teatro come “Erano tutti miei figli”, “Morte di un commesso viaggiatore”, “Il crogiuolo” ed “Uno sguardo dal ponte”, ma anche diversi divorzi tra cui quello dal tormentatissimo matrimonio con la divina Marylin Monroe, l’ultima opera con cui l’autore newyorkese scandagliò le profondità dell’animo umano prima di quello che fu considerato il suo ritiro dalla scrittura per le scene, se si eccettua “Vetri rotti” del 1994, partendo dal crollo delle borse statunitensi del 1929, perfetta allegoria della crisi di valori dell’essere umano.

In un appartamento che presto sarà demolito, si consuma una anomala quanto efferata – soprattutto dal punto di vista verbale – resa dei conti tra Victor, poliziotto per necessità, che ha dovuto abbandonare gli studi nei quali brillava e, con essi, tutti i suoi sogni di gloria, al solo scopo di accudire il padre imprenditore duramente colpito dalla crisi economica, e suo fratello Walter, che, proprio sottraendosi alle responsabilità familiari, è diventato un rispettato e, soprattutto, ricco chirurgo. Tra loro due, in questa battaglia finale, sedici anni dopo l’ultimo incontro, cui fa da opprimente scenario il vecchio mobilio, ora accatastato sulla parete, assemblato dal defunto genitore, si frappongono Esther, moglie dispotica, tirannica, schizofrenica, depressa ed alcoolizzata di Victor, che in realtà sembra parteggiare per Walter, e Solomon, vecchio antiquario contattato per stimare ilp3 valore venale dei mobili usati, non concedendosi – lo premette – alcun sentimentalismo, così da lasciar fuori dalla valutazione tanto i ricordi privati quanto i sacrifici posti in essere per acquisirli e conservarli nonostante la crisi. Ma se nessun particolare valore può essere riconosciuto alla storia di un mobile, non può essere così per gli uomini, e quando Walter tenterà di porre rimedio alla sua prolungata assenza, ripagando tardivamente il fratello della dedizione nei confronti del padre con una soluzione non del tutto legale ma assai fruttuosa – con cui invero tenterà di continuare a fare i propri interessi -, ecco che Victor rialzerà la testa, finanche giungendo a confessare che, pur sapendo che il padre, non versando nel denunciato stato di miseria assoluta, avrebbe potuto aiutarlo negli studi, aveva deciso di non abbandonarlo per amore, certo, ma, forse, soprattutto per quella morale, per quella scelta di campo che non ammette deroghe o scappatoie, che ti fa giungere alla fine della tua giornata – o della tua vita – felice solo di poter portare tua moglie al cinema, leggendole finalmente negli occhi che è fiera di te.

Quindi, se Walter compra, Victor non è in vendita; la sua vita, pur essendo ancorata, talvolta trascinata, sul fondo dalle scelte del passato, non ha subito incrinature, nemmeno dai tanti attacchi esterni che tentano ancor oggi insistentemente di demolirla; e se in essa vi sono delle crepe è solo per far filtrare più forte la luce. Ma se, in questo definitivo gioco delle parti al massacro, il chirurgo è il male ed il poliziotto è il bene, chi è il vecchio Solomon? Un povero vecchio che non lavorava da più di dieci anni o un vecchio volpone capace anche di speculare sulla morte suicida della propria figlia? Un angelo giunto a fermarti prima che tu possa fare un irrimediabile errore o un diavolo che tenta di mangiarti l’anima (l’uovo?) trascinandoti negli inferi? E la sua danza solitaria nel finale, quando, nonostante il preavviso della demolizione dello stabile si faccia più pressante, non accenna ad allontanarsi, forse pronto a lasciarsi anch’esso distruggere, è dettata dalla p2felicità per aver gabbato lo sprovveduto Victor, concludendo un contratto vantaggioso solo per l’acquirente, ovvero dalla consapevolezza di poter ripartire professionalmente da quella compravendita, o ancora dalla gioia di aver assistito alla vittoria della moralità sull’opportunismo, o, infine, dalla morte imminente? Forse tutto in uno, così da rendere impossibile la distinzione in modo definitivo tra bene e male, realtà ed irrealtà, in un mondo in cui tutto muta e tutto viene distrutto troppo in fretta, rendendo utopica la costruzione di una società stabilmente etica.

Il testo di Miller, che finora non aveva mai conosciuto una versione italiana, è oggi sui nostri palcoscenici, tra cui – per nostra fortuna – quello del Teatro Petruzzelli per la annuale Stagione di Prosa del Comune di Bari e del Teatro Pubblico Pugliese, grazie al lavoro della Compagnia Umberto Orsini, che, complice un’ottima traduzione di Masolino D’Amico, ci consegna un’opera in cui ogni spettatore può riconoscersi ed interrogarsi. La regia di Massimo Popolizio, che si ritaglia una prova d’attore magistralmente instancabile alle prese con il personaggio di Victor, è severa ed asciutta, tesa a rendere visibile ogni sfaccettatura dei quattro personaggi e del loro piccolo mondo antico, anche con il ripetersi di gesti studiati che li connotano e che lasciano affiorare tuttip4 i dubbi e le incertezze che, da sole, andranno a riempire lo spazio scenico pensato da Maurizio Balò, così opprimente e claustrofobico, colmo di roba inutile, da sembrare irrimediabilmente vuoto. Su questa terra di nessuno, si muovono perfettamente a loro agio, oltre – come detto – allo stesso Popolizio, Alvia Reale, una Esther giustamente molesta, almeno sino all’inaspettato cambiamento finale, attenta solo a difendere l’immagine di sé che essa stessa si è creata, ed Elia Schilton, un Walter assolutamente detestabile e, pertanto, oltremodo convincente. E, su tutti, Umberto Orsini, sublime come sempre, che costruisce un Solomon arlecchinescamente luciferino, un affascinante furbacchione con cappello e soprabito, che ricorda un po’ il Colombo televisivo, con cui copre abiti usurati da perfetto clochard, con tanto busta di plastica al seguito, che va ad aggiungersi alla sua ormai smisurata vetrina di personaggi teatrali costruiti da quella impareggiabile Arte che fanno di lui un incomparabile Maestro.

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