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La colpa del coltello, l’ultima fatica letteraria di Giacomo Annibaldis

6 Ago 2013 | Nessun Commento | 1.670 Visite
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La colpa del coltelloNel suo ultimo romanzo, La colpa del coltello (Edizioni di Pagina, Bari 2013), Giacomo Annibaldis recupera la voce di un bambino orfano di padre che, nel contesto di una famiglia barese povera ma di grande dignità, vive l’esperienza dell’orfanotrofio. Nel libro il giovane protagonista, in cui forse si potrebbe riconoscere l’autore stesso, ne racconta alcuni mesi, scandendo il tempo del racconto attraverso i ritmi e le suggestioni dell’anno scolastico, il cui termine, con la fatidica consegna delle pagelle e il congedo dal maestro e dai compagni, pone fine anche alla narrazione. Si intrecciano in questo tempo gli episodi più significativi che caratterizzano la formazione del protagonista, episodi che tuttavia non sembrano tanto avere un vero carattere narrativo o di avventura, quando un potenziale simbolico che li trasforma in esemplari tappe di un percorso dell’anima. Essi veicolano infatti delle riflessioni e delle sensazioni che l’autore, con una scrittura dotta e raffinata, non estranea a quella leggera crudeltà con cui si narrano le fratture affettive della tenera età e molto attenta al potere evocativo degli oggetti, fa scivolare nel grande spazio della memoria ancestrale. Qui profondi archetipi e avvincenti storie, legati spesso a quel mondo dell’Antica Grecia che Annibaldis ben conosce, si accendono per restituire al bambino quel senso di pienezza che, pur nell’isolamento dalla famiglia, tale esperienza gli lascia. L’attenzione al tema del racconto si rivela particolarmente importante e il personaggio del maestro assurge al ruolo di saggio aedo che snocciola storie fantastiche: «ci raccontava una delle sue solite fiabe bellissime, che incominciavano sempre duemila anni fa. Un refolo di immaginario attraversava distese millenarie per deporre granelli di stupore sui nostri banchi, come dopo uno scirocco sui davanzali delle finestre restava la patina di polvere rossa».

Molti sono i temi evocati nel racconto di questa esperienza e tutti vengono visti attraverso un punto di vista complesso: da un lato c’è lo stupore straniante del bambino, che descrive le cose e le persone come gli appaiono, sospendendo quella tendenza a valutare complessivamente le cose che si addice invece al vecchio saggio: «zia Niche era venuta con il marito. Era arrivata in una mattina piena di sole. Lei era bellissima e la potei vedere dall’altra parte del reticolato del cortile. Lei insinuò le dita nella rete di fil di ferro e cercò di baciarmi»; dall’altro lato c’è la voce narrante dell’adulto, che ricorda commosso e giudica gli avvenimenti alla luce dell’accettazione della sua infanzia, ora con il tono laconico che si addice alle più amare esperienze, ora con quella delicata chiarezza che contraddistingue i ricordi più intimi, come avviene in questo bellissimo interno familiare: «Le uniche scene di tenerezza che mi vengono in mente tra mio padre e mia madre, era quando lui la inseguiva lungo quello sgabuzzino che era la nostra casa. “Non ora, stanno i bambini”, lo respingeva sottovoce mia madre. E lui, apriva le ante dell’armadio a fare da paravento ai nostri occhi assonnati, e la trascinava dolcemente lì dietro. Lui, in canottiera neorealista, piccolo e giovane. Il vantaggio di morire ventenne: si rimane eternamente ragazzi nei fotogrammi della memoria altrui».

La colpa del coltelloCucendoli con pazienza e maestria, Annibaldis ci narra proprio questi fotogrammi della memoria, illustrando i temi più importanti che emergono nel romanzo: l’amicizia (si pensi ai compagni di classe del protagonista), la cultura, la sessualità, la spiritualità, la meraviglia del cinematografo e il folclore urbano, con tutti i personaggi più rappresentativi del tessuto popolare pugliese di un tempo: le “pregamorti”, le comari, la signora della lotteria, la tarantolata, il mostro di via Celentano. Al tema della famiglia viene data tuttavia predominanza: in una serie di brevi ma espressivi quadri che non sono mai disgiunti dal contesto spaziale, cioè la Bari di una volta, vediamo il saggio nonno del protagonista, «sempre più curvo, piegato in un eterno inchino»; la zia Niche che si dispera per la lontananza del nipote, mentre lo zio mantiene la fredda compostezza degli uomini tutti d’un pezzo; il fratello rimasto in famiglia per tutelarla; la nonna che si abbandona ai pettegolezzi e infine il personaggio più affascinante, la madre del protagonista, che Annibaldis descrive attraverso la brevità intensa ed evocativa delle piccole scene domestiche. Chiusa in un riservato dolore e costretta a ritmi di lavoro che la spingono lentamente verso l’emarginazione, questa moderna Penelope «tagliava e cuciva come una forsennata, saltava i pasti ed era sempre intristita». Eppure, proprio da questo senso della mancanza, nascono scene di grande intensità: «Si rimise a cucire alla luce della candela, da sola, la lampadina spenta; sul comò il lumino immerso nell’olio, davanti alla foto di papà. E noi nel letto, a resistere a tenere le palpebre aperte per non lasciarci sorprendere. Poi nel dormiveglia mi sfiorò una carezza, e l’unico bacio che forse lei veramente mi abbia dato».

Insomma, il filo della memoria sembra lo stesso che con tenacia la madre continua a cucire, per non spezzare quel movimento nel tempo che ogni famiglia deve superare, affinché rimangano, anche se custoditi sottoforma di istantanee, gli affetti. C’è una particolare metafora che nel romanzo si lega proprio al tema della memoria, di «ciò che resta», di ciò che avendo un sapore molto forte non può sfuggire al flusso dei ricordi e riemerge dalle più importanti esperienze, anche quando esse spingono verso un cammino di apparente solitudine: la metafora del sale. Il lettore noterà ad esempio l’accenno al suo sapore che il protagonista sente sul braccio del cadavere del padre, quando il nonno lo obbliga a baciarlo. Una scena, questa, che in certo modo prelude all’epilogo della Colpa del coltello, quando il giovane, lasciandosi alle spalle questo anno di orfanotrofio, pare attivare una riflessione sulle cose che si depositeranno nella sua memoria, come quando i buchi sulle rocce della riva si riempiono di acqua e poi imputridiscono: «E, dopo una lenta evaporazione, raccogliere un piccolo tesoro di sale incrostato, quasi sublimato. Il SALE della TERRA».

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