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La classe e il carisma di Dee Dee Bridgewater sul palco del Teatro Forma di Bari

4 Apr 2016 | Nessun Commento | 1.156 Visite
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deBillie, Ella, Dee Dee: tre stelle di indescrivibilmente abbagliante splendore hanno illuminato la notte barese per il penultimo appuntamento dell’ottima rassegna “Around jazz” inserita nella stagione musicale del Teatro Forma. È chiaro che né la Holiday né la Fitzgerald hanno potuto staccarsi dall’Olimpo del jazz per raggiungere il capoluogo pugliese, ma lo ha fatto colei che ormai è universalmente riconosciuta come la loro migliore erede. Dee Dee Bridgewater, di fatto, ha già scritto il suo nome in quello stesso elenco di figure mitologiche, dovendo essere senza dubbio annoverata tra le dee (ci scuserete l’involontario gioco di parole) del genere musicale da noi tanto amato, ove occupa uno spazio tutto suo, non potendo essere equiparata a nessuna delle sue guide tanto per voce ed interpretazione, assolutamente inedite, quanto, anche e soprattutto, per non aver mai abbandonato la sua perenne ricerca nello spasmodico tentativo – molto spesso più che riuscito – di rinnovare con innato gusto e classe infinita l’enorme repertorio jazzistico.

E proprio la Classe, quella con la C maiuscola, è il miglior antidoto contro il tempo e la sua inclemente accelerazione di battiti, e Dee Dee ne ha da vendere, mista ad un’intelligenza fuori dal comune, doti che l’hanno sempre portata a fare la scelta giusta; oggi, ad esempio, che la voce, soprattutto sui toni alti, non è più esattamente quella di una volta, lei si rinnova nuovamente ma tornando sui suoi passi, sino ai suoi primordi, nei primi anni settanta, quando, appena ventenne, si esibì con l’orchestra di Thad Jones e Mel Lewis, intraprendendo una serie di fortunate collaborazioni con Max Roach, Dexter Gordon, de2Dizzy Gillespie e Sonny Rollins, ed è naturale che, in questo fantastico ritorno al futuro, si ritrovi a fronteggiare, affrontare, abbracciare definitivamente il repertorio degli standard resi immortali dalle sue due predecessore, come aveva già fatto più volte (memorabile in tal senso resta l’album del 1997 “Dear Ella” che le fece guadagnare il Grammy Award per il miglior album jazz vocale) e come ha fatto nei due set realizzati nella medesima serata al Forma, tour de force cui è stata costretta dalle tante richieste, che hanno fatto registrare due meritatissimi sold out.

Magistralmente accompagnata dalla magnifica FJO (l’acronimo sta per Forma Jazz Orchestra), compagine di valore superiore nata dalla sapiente opera del sempre ottimo Gaetano Partipilo, una assoluta eccellenza nella nostra misera terra ormai abituatasi alla dozzinale preparazione di ensemble ben più scadenti, Dee Dee ha ancora una volta offerto una esemplare prova della sua incommensurabile Arte, assolutamente a suo agio in ogni attimo del concerto, in cui abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione, qualora ve ne fosse stato ancora bisogno, della straordinaria versatilità nonché della indescrivibile espressività che la nostra mette in ogni sua esecuzione, anche quando si abbandona allo stile vocalese, come nel fantastico bis sulle note di “All blues”, tratto da quel capolavoro senza tempo firmato dal divino Miles Davis che è stato, è e sempre sarà “Kind of blue”; ascoltandola ci venivano in mente i pattinatori sul ghiaccio durante una gara ufficiale, frangenti in cui – è buona norma – non si deve cercare il numero ad effetto che faccia gridare al miracolo (ché quello lo sanno fare un po’ tutti ed è così banale da diventare volgare), bensì bisogna puntare sulla qualità, rendere il movimento armonico e cercare di convincere ed emozionare la giuria, gente de3esperta e non casuali spettatori.

Così Dee Dee non si lascia andare quasi mai a tripli salti mortali (e potrebbe farne tanti da annoiarci) né a strabilianti effetti speciali, ma si trasforma in un fiume in piena che scorre nelle orecchie ed – ancor prima – nelle vene, un magma di sensazioni e di emozioni che sa essere fluido ed avvolgente oppure impetuoso e devastante, energia allo stato puro ovvero impareggiabile dolcezza, ambrosia distillata. In ogni istante della performance è apparso più che mai chiaro che il percorso artistico della Bridgewater la vede impegnata più che a riempire a togliere, più che a urlare a sussurrare, più che a stupire a far innamorare. E a giudicare dalla osannante reazione dello straripante pubblico, ci riesce ancora benissimo.

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