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“La bellezza salverà il mondo”. Intervista a Franco Ungaro ex direttore organizzativo dei Cantieri Koreja

5 Set 2015 | Nessun Commento | 1.227 Visite
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fu1Sono arrivato a capire che ciò che noi chiamiamo la libertà dell’individuo non è il privilegio di un intellettuale di scrivere ciò che gli piace scrivere, ma di essere una voce che può parlare a quelli che sono zitti”.

[Stephen Spender]

 

Essere un intellettuale equivale ad assumersi un impegno etico e civile nei confronti della società. Vuol dire porre il proprio sapere al servizio della collettività, divenire il faro che le illumini il percorso e la guida che educhi le coscienze perché acquisiscano una critica consapevolezza della realtà di cui fanno parte.

Questo “dovrebbe essere” un intellettuale. In una società in cui a far da padrona è la voce dei mass media e in cui l’individuo è vittima di un costante bombardamento mediatico che, anziché informare, crea solo confusione e distrazione, di intellettuali veri se ne trovano ben pochi. Franco Ungaro, operatore culturale, scrittore ed ex direttore organizzativo dei Cantieri Teatrali Koreja di Lecce, rientra a pieno diritto in questa ristretta cerchia. L’esempio raro di chi ha votato la propria vita alla cultura perché questa potente risorsa possa apportare una crescita collettiva e produrre cambiamento. Un instancabile militante che ha investito, e continua ad investire, tempo ed energie per la sua Lecce, fu3promuovendo attività ed iniziative che la riportino ai suoi “ori barocchi” ripristinando la sua immagine di centro culturalmente vitale.

Lo scorso marzo Ungaro ha lasciato i Cantieri Teatrali Koreja, “una decisione dolorosa ma necessaria” che ha messo il punto a quella che è stata “una storia d’amore” lunga trent’anni. Oggi, a circa sei mesi di distanza, l’intellettuale continua la sua militanza in ambito culturale lavorando su nuovi progetti che aprano Lecce a nuove frontiere. Un “innamorato esigente che sa vedere i difetti dell’amata insieme ai suoi pregi”, come ha scritto Goffredo Fofi nella postfazione del libro di Ungaro “Lecce Sbarocca”, e lotta in nome della bellezza, l’unica forza in grado di salvare il mondo dal suo smarrimento culturale e civile.

Le ho sentito parlare della “necessità di un teatro partecipato e condiviso”, nonché di “un’apatia che sta avvelenando le coscienze” specie per quanto riguarda la situazione culturale nel sud Italia.

Attraversiamo un momento in cui si avverte una certa distanza tra mondo della cultura, operatori culturali, artisti e il sentire comune dei cittadini. È come se la cultura fosse ancora qualcosa che appartiene a delle élite e che non tocca la coscienza dei cittadini.

Questa distanza di cui parla crede sia causata dai cittadini o che sia dovuta, per dirla alla Pasolini, alla “miopia delle classi dirigenti”?

fu5Entrambe le cose perché da un lato i cittadini sono stati un po’ anestetizzati soprattutto dalla cultura televisiva e, secondo me, non avvertono neanche un bisogno forte di una cultura capace di modificare sia la propria coscienza che il mondo che ci circonda. Dall’altro lato anche la classe dirigente è inchiodata su vecchi modelli e quando parla di “cultura” pensa subito a recuperare il consenso dei cittadini e non come ad un meccanismo di messa in moto di coscienza critica e alla possibilità che ha la cultura di essere motore di cambiamento sia individuale che collettivo.

Lo scorso marzo ha concluso la Sua “storia d’amore” lunga trent’anni con i Cantieri Koreja di Lecce. Quanto ha investito e quanto ha raccolto da questa esperienza?

Non è stata un’esperienza che si possa cancellare in un attimo o in sei mesi, è stata comunque qualcosa che ha segnato la mia vita e continuerà a farlo. Io, insieme agli altri che come me hanno fatto questo percorso, le dobbiamo tanto però ho lasciato Koreja perché ho pensato che anche lei fosse caduta in questo meccanismo perverso di elitarismo fu4culturale. A mio parere, oggi, non è più giustificato e giustificabile. Ho sentito il bisogno di mettermi in gioco in una relazione più diretta con le persone lavorando anche in contesti che non vivono nell’agiatezza culturale. A me interessa molto quello che succede al di là dell’Adriatico, soprattutto in questo momento nell’est Europa. Secondo me bisognerebbe cambiare un po’ i modelli culturali e avere altri riferimenti.

Sta lavorando a qualche nuovo progetto?

Sì, sto lavorando ad un progetto che riguarda soprattutto la formazione degli attori, un progetto che sto condividendo con altri artisti del territorio come Edoardo Winspeare, Mario Perrotta, Michele Santeramo e Giorgia Maddamma che cura attività pedagoghe presso la scuola di Pina Bausch. Stiamo ragionando sul lancio di un percorso di formazione avanzata per attori.

Lei ha un tipo ideale di attore? Magari uno più vicino al metodo grotowskiano o a quello brechtiano?

fu2Non mi piacciono le classificazioni e i recinti. Penso che la figura dell’attore debba essere una figura totale in grado sia di recuperare la migliore tradizione dell’arte drammaturgica che colui che abbia il desiderio di scoprire nuovi percorsi e nuove frontiere affrontando nuove sfide. Il percorso che stiamo lanciando parte dal desiderio di condividere le nostre conoscenze che riguardano ambiti diversi dello spettacolo – dal cinema al teatro, alla musica, alla danza, al canto – e mettere a disposizione dei giovani questo bagaglio di esperienze che vengono da discipline, storie e percorsi diversi. Non credo che sia interessante formare l’attore grotowskiano o l’attore brechtiano oggi. È importante conoscere questi percorsi però oggigiorno le sfide della contemporaneità vanno ben oltre. Guardando proprio al contemporaneo, abbiamo pensato di dare l’opportunità agli allievi di confrontarsi anche con maestri provenienti dall’est Europa e dal Mediterraneo che mi sembrano adesso le aree più interessanti dal punto di vista artistico.

Riguardo al binomio sacro/profano portato a teatro, spesso oggetto di polemica, Lei come si pone?

Credo che se manchi la libertà d’espressione, in qualunque forma e in qualunque modo, venga meno la funzione dell’arte. Non credo possa esistere un’arte che debba rispettare degli obblighi, siano essi verso la religione o la morale o la politica. L’arte è libera per statuto oggettivo. Sono tornato lo scorso giorno dalla Macedonia dove ho visto uno spettacolo molto bello su due santi che sono venerati anche qui in Puglia e in Italia, San Cirillo e San Metodio, uno spettacolo ricco di spiritualità. Lì la religione viene spesso usata per fini politici, come se si volesse imporre un certo predominio della chiesa ortodossa rispetto alle altre religioni, ma non credo che dovremmo censurare anche questo tipo di operazioni.

Le viene data la possibilità di assistere alla messa in scena di un qualsiasi spettacolo di Sua preferenza, quale le piacerebbe vedere?

Mi piacerebbe rivedere uno spettacolo di Zingaro, questo artista francese che lavora con i fu6cavalli e ha costruito un teatro nomade. L’ho visto tanti anni fa al Teatro Petruzzelli di Bari. Uno spettacolo che ha lasciato un segno sulla mia formazione. Vorrei rivedere uno spettacolo come quello, molto forte, pieno di poesia e di teatralità ma anche ricco di “umori selvaggi”.

Alla luce di quello di cui abbiamo parlato, Lei è ancora convinto che la bellezza possa salvare il mondo?

Certamente, sempre di più. Soprattutto in momenti come questi in cui lo scenario che si presenta è qualcosa di devastante e, quindi, bisogna lavorare ancora di più verso questa direzione.

 

 

 

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