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l più grande regista teatrale italiano, Romeo Castellucci, racconta il suo “contestato” spettacolo

21 Dic 2014 | Nessun Commento | 1.187 Visite
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castellucci111In attesa dell’arrivo al Teatro Petruzzelli del discusso spettacolo “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”, in programma a febbraio per la stagione di prosa del Comune di Bari, Romeo Castellucci, regista e fondatore della Societas Raffaello Sanzio, ha incontrato lo scorso 17 dicembre studenti e docenti dell’Università di Bari. L’appuntamento nasce dalla collaborazione fra il Dipartimento di Filosofia, Letteratura, Storia e Scienze Sociali dell’Ateneo barese e il Teatro Pubblico Pugliese, un’occasione offerta alla città per prepararsi ad accogliere uno degli spettacoli teatrali più dibattuti e male interpretati degli ultimi anni.

Nell’Aula Magna affollata Castellucci ha risposto alle domande del critico teatrale Massimo Marino, offrendo uno sguardo sul lavoro di una compagnia che può, a buon diritto, considerarsi fra le più significative e riconosciute nel panorama internazionale.

La conversazione prende spunto dal polverone nato attorno a “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”. Presentato al pubblico per la prima volta nel 2010 lo spettacolo è, infatti, finito al centro di aspre contestazioni innescate da sedicenti gruppi cattolici, fino a coinvolgere società civile, istituzioni e intellettuali. Un dibattito acceso in cui al centro c’è, prima di tutto, la libertà di espressione di un artista.

Massimo Marino ripercorre le vicissitudini dello spettacolo: durante la presentazione pariginail lavoro è andato in scena piantonato dalla polizia, mentre fuori gruppi oltranzisti gridavano alla blasfemia; in occasione della prima milanese la direttrice del Teatro Franco Parenti, Andreè Ruth Shammah, è stata oggetto di una dura campagna minatoria; lo stesso Vaticanosi è espresso giudicando l’”Opera offensiva nei confronti di Nostro Signore Gesù Cristo e dei cristiani”.Eppure lo spettacolo di Castellucci colpisce per la sua profonda umanità e per l’assoluta mancanza di posizione nei confronti di un Cristo che domina lo spazio e guarda dritto negli occhi lo spettatore.

La scenaè quella di una quotidianità contemporanea qualunque, fatta di spazi bianchi e asettici, in un appartamento moderno e minimalista. Una scena di apparente normalità in cui un figlio si prende cura di un padre. Improvvisamente l’anziano, in accappatoio bianco, è colto da un attacco irrefrenabile di dissenteria. Da questo momento spiega il regista “Ho voluto rendere l’azione sempre più metaforica”. Inizia così un’escalation in cui il figlio tenta di ripulire lo sporco lasciato dal padre, sempre più umiliato. Fino a quando il padre, solo su un letto bianco, si cosparge letteralmente dei suoi liquidi corporei. Un vortice in cui lo spettatore rimane coinvolto in tutti sensi, con lo sguardo e con l’olfatto.

Spiega Romeo Castellucci, “lo spettatore rimane spiazzato perché non sa da che parte stare. Chi è la vittima? Chi il carnefice? Un padre che tiene in ostaggio il figlio con il suo bisogno o un figlio che nega il suo supporto al padre? Un quadro umano che riguarda tutti noi, che ci tocca per la sua vicinanza”. Proprio per questo lo spettacolo turba.

A turbare il mondo cattolico è invece la grande immagine del Cristo di Antonello da Messina che assiste, imperturbabile, alla scena. Un’immagine che diventa quasi pop, da gigantografia pubblicitaria, perché “l’immagine è un campo di battaglia in cui siamo continuamente immersi”. Questo Cristo ci guarda negli occhi, utilizzando un codice quasi abusato dalla comunicazione, e ci cogliementre guardiamo. “È uno sguardo che non si lascia scalfire, che sembra muoversi e seguirci”. Il volto di Cristo, che fino ad allora aveva solo osservato, inizia a colare liquido nero, e a negarsi progressivamente allo sguardo, lasciando spazio alle parole “You’re(not)mysheperd”. Sei o non sei il mio pastore?Emerge il dubbio, una problematizzazione senza pretese di risposta.

Romeo Castellucci sottolinea con forza come non ci sia messaggio ma solo l’intenzione di porre al pubblico,come un dono, una domanda. “Lo sguardo del Cristo si annulla ed esplode in mille domande. Come su un prisma il raggio si spezza, colpendo ciascuno in modo diverso”. È qui si concretizzala concezione di teatro come forza vitale, perché “il teatro deve appiccare incendi nello spettatore”, perché il teatro è ancora “l’arte che si avvicina di più alla vita”.

Non ci sono posizioni nel lavoro di Castellucci. Per questo il regista ha rivendicato il suo diritto ad essere “compreso o frainteso con cognizione di causa, di essere giudicato secondo la sua opera e non secondo il pregiudizio”. Proprio per questa necessità, racconta ancora il regista, “abbiamo deciso di fare lo spettacolo in ogni condizione, anche con due poliziotti sulla scena”. Un dovere sentito da Castellucci come cittadino prima ancora che come artista, perché “difendere la libertà di espressione non è retorico, non è scontato. I limiti di un’artista sono quelli che la propria morale gli detta, non quelli imposti”.

E se in Francia la questione è stata occasione per sentire il sostegno dello Stato a difesa di questo diritto, lo stesso non è avvenuto in Italia, dove pochi sparuti critici si sono pronunciati sulla vicenda mentre le istituzioni tacevano e i giornali hanno cavalcavano la notizia in maniera scandalistica.

L’incontro si chiude con un’importante e semplice lezione del regista che, davanti alla domanda del pubblico sull’esistenza di un “metodo Castellucci”, risponde: “Cerco di non appoggiarmi su ciò che conosco, di essere in ascolto, di vedere in maniera profonda”.

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