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L’approdo a Cannes della promessa del cinema colombiano, Santiago León

8 Mag 2013 | Un Commento | 3.138 Visite
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Santiago LeónIl regista Santiago León, nato 26 anni fa a Medellín, ha da poco ricevuto la notizia che il suo cortometraggio, La Calle Estéreo, è stato selezionato per il Festival di Cannes. Felice per l’avvenimento ma senza esaltazioni, già a lavoro per altri progetti, è concentrato su come vivere al meglio questa occasione, conscio che Cannes, oltre a essere una tappa importantissima per la sua carriera, sarà un momento cruciale per lanciarla e per instaurare contatti interessanti.
L’ atteggiamento da professionista, serio ma scevro da ogni presunzione, è il suo primo biglietto da visita come ho potuto constatare in occasione della presentazione in anteprima del suo cortometraggio riservata a un ristretto numero di giornalisti, critici e amici e seguita da un confronto col regista che accetta di raccontarsi e raccontare il suo lavoro, dagli gli studi universitari in comunicazione audiovisiva all’approdo a Barcellona, “la porta verso l’Europa, aperta a tutti gli stimoli del Mediterraneo”.
Nei giorni precedenti la proiezione, le sue produzioni disponibili in rete (tra cui Embarque, Par Ceros, Despertar, Control e Tactos), hanno anticipato la sensazione di una sorprendente sicurezza e disinvoltura, confermate poi dal cortometraggio: Santiago sembra avere le idee molto chiare in quanto a estetica e realizzazione, nonostante la giovane età, considerando anche che appena adesso si sta lasciando alle spalle le porte delle varie accademie cui si è scrupolosamente formato mentre, sperimentando, nutriva la sua vena di originalità.
Con lo sguardo sveglio e con lo stupore di chi, bramoso di conoscere e crescere, costella la propria ricerca personale di scoperte artistiche circondate dallo stupore da “prima volta” (già amante del Neorealismo, sta scoprendo, incantato, Pasolini), il giovane regista colombiano racconta come continua a innestare una formazione sempre in essere e molto eterogenea sui suoi progetti artistici personali, cui si dedica già da tempo.
Ne risulta una regia ironica e concettuale ma al tempo stesso diamantina dato che non si incarta mai su se stessa e che la avvicina molto alla tradizione dei videoclip; Santiago racconta, infatti, di averne già realizzato qualcuno e gli si illuminano gli occhi quando azzardo un confronto – giusto per capirci sulla traiettoria artistica – con Michel Gondry (apprezzatissimo regista di videoclip approdato poi al grande schermo).
Con questo cortometraggio, il primo che si affaccia su una platea internazionale, Santiago rivela da una parte una situazione particolare, quella di una difficile realtà sociale colombiana, dall’altra si aggancia alla tematica generale di un disagio che trova la sua espressione prediletta nel rap, il linguaggio del disagio cittadino moderno per antonomasia. Questo genere musicale nato nei ghetti americani e poi sdoganatosi come universale valvola di sfogo artistico per i giovani di qualsiasi contesto afflitto dalla violenza di strada, in Colombia si è affermato, come in Italia, tra gli anni ’80 e ’90 e ancora oggi continua a cantare e nutrire speranze di fuga dalla miseria verso approdi di tutt’altro colore. La storia è incentrata su due amici che si guadagnano da (soprav)vivere intonando rime sui bus, fin quando un giorno uno dei due non viene ammaliato dall’idea di arrotondare i miseri guadagni con lo spaccio di droga nel loro quartiere. Ma i due sono alla fine dei bonaccioni maldestri e si mettono immediatamente nei guai. Lontano dagli esiti di estrema drammaticità alla Iñárritu, che pur riecheggia, il regista colombiano propone dunque uno sperato, ma immediatamente tradito anelito di emancipazione dalla criminalità attraverso la differenza dei due protagonisti principali, il giovane buono ma vacillante e l’altro, l’amico afroamericano (doppiamente discriminato, dunque) più restío al malaffare e che come in ogni tragedia dal fato beffardo si sacrifica, a suo modo, per salvare l’amico.

Santiago LeónIl cortometraggio, girato nel 2010, è stato realizzato con un budget davvero basso che non è riuscito però a fermare la determinazione di Santiago e di quanti hanno creduto al suo progetto e si sono concretamente (e gratuitamente) prestati per la sua realizzazione. Per filmare, si è utilizzata una Canon 5D con dei risultati molto interessanti, dato che la semplicità dei mezzi non solo non ha compromesso ma anzi valorizza il valore della resa registica, ancora più realistica ma non monocorde. Semmai, l’unico aspetto in cui il cortometraggio soffre lievemente è la mancanza della firma di uno sceneggiatore di professione.
Gli attori sono tutti non professionisti. Santiago parla quasi commosso della bravura e dolcezza della signora Myriam Gil Mosquera, nel film la nonna di uno dei due protagonisti, che ha aderito entusiasta al cortometraggio con un’interpretazione di tutto rispetto; i due amici sono due rappers locali che lavorano tenacemente per portare avanti i loro progetti musicali: Mr Alian, ovvero Adrian Londoño, e Cristian Palomeque in arte Nigazic che naturalmente hanno curato le musiche, salvo geniali intromissioni volute da Santiago che, per esempio, ha inserito Mozart per conferire un altro respiro alle scene più serie (l’effetto di straniamento è riuscitissimo).
L’istanza di realismo è perseguita anche attraverso l’adozione del linguaggio proprio del contesto in cui si svolge la scena, chiamato “Parlache”, uno spagnolo con suggestioni locali. I dettagli non insomma stati omessi nel perseguire una maturità estetica già pronta, come si diceva in apertura.

La produzione del film non è stata appoggiata in patria perché non in linea con l’immagine di Medellín e della Colombia in generale che si vuole proporre ufficialmente. In Italia siamo abituati a questo tipo di contestazioni, vedasi il caso Saviano – Garrone, per citarne uno. Ad oggi, si vuole far passare la Colombia come lo stato più innovatore dell’America Latina. Santiago ci tiene a sottolineare che non devono però essere ignorati problemi multidimensionali: la speculazione edilizia volta a sottrarre terreno alla foresta per determinate coltivazioni o per nuove costruzioni ha spinto gran parte della popolazione residente in queste zone limitrofe di Medellin a muoversi verso la città, rendendo più critiche le differenze tra zone “in” e zone invase da questa sorta di sfollati che non possono contare su nessun tipo di assistenza e che per tanto finiscono facilmente nella rete della criminalità. Problemi sociali, ambientali e politici che il regista non vuole censurare e che vuole raccontare come parte integrante – e non esclusiva – della Colombia. Inoltre, non solo il film è stato dunque ispirato secondo una incontestabile libertà intellettuale, ma non si può non riconoscere che, aldilà dei problemi emergenti, racconta prima di tutto un’amicizia sincera. Probabilmente, a ogni latitudine, prevale il senso di repulsa verso il male che emerge da un contesto perché questo mette in luce una vicinanza con le cause di questi scenari critici, se non una responsabilità più o meno diretta.

Auguriamo a questa promessa il successo che si merita, tanto per l’impegno delle sue proposte e per la responsabilità con cui tratta il suo mestiere, quanto per l’abilità con cui coinvolge lo spettatore. Speriamo di poter tornare a scrivere subito di lui, potendoci vantare di essere stati comunque i primi ad averlo fatto, convinti, in anteprima, dalla sua bravura.

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