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         Direttore responsabile: Michele Traversa
L’antropologia del medioevo arabo

6 Mag 2008 | Nessun Commento | 2.844 Visite
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Masalik

Dopo i risultati delle ultime elezioni, più di qualcuno si è sorpreso di non conoscere a fondo il suo paese, chiedendosi da quando l’Italia fosse divenuta così polarizzata e, in effetti, chi fossero gli elettori di questa maggioranza. La questione di fondo è sembrata essere, conosciamo l’altro?
Gli episodi di intolleranza degli ultimi giorni, la violenza, le liti tra vicini che sfociano in drammi, il riproporsi costante del probelma inerente il nostro rapporto con gli immigrati; sembrano all’unisono riproporre la questione, conosciamo l’altro?
Ma a dare una risposta obiettiva sull’altro si è davvero in pochi, e molti meno sono quelli che rapportano l’altro a sé stessi in maniera oggettiva. Il vero problema è che pochi si sono persino posti la domanda, ed in una società, quella occidentale, che ha visto nascere nel suo seno l’antropologia (scienza che si occupa dello studio dell’altro rapportato al sé) ciò è addirittura imbarazzante.

Mille anni prima che l’altro fosse un problema scientifico (l’antropologia è nata verso la fine del XIX secolo), un altra civiltà si pose la questione in una maniera molto simile alla scienza moderna. Si tratta della civiltà musulmana (tra VIII e il XIV secolo) quella che oggi rappresenta il nostro “altro” per eccellenza.
Quando tra i nostri avi, ovvero la società cristiana alto-medievale, l’altro era spiegato attraverso un immaginario distorto e intriso di condizionamente religiosi, identificandolo volta per volta nel mostro, nelle scimmie antropomorfe (così erano rappresentati i saraceni) o nello stesso diavolo, la civiltà musulmana fu capace di produrre opere il cui contenuto ricorda i contenuti apparsi solo molti secoli dopo in Occidente, nelle discipline come la geografia, la storia e l’etnologia.
In queste opere l’altro veniva studiato attraverso una descrizione rigorosa basata sulla “testimonianza diretta e visiva” (‘iyan). Famosa e alquanto straordinaria per i temi è infatti l’opera “Relazione sulla Cina e sull’India” (851) di autore sconosciuto, che descriveva luoghi, usanze e persino istituzioni socio-politiche, di alcune popolazioni al di fuori dell’Islam. In queste, benché apparisse la tendenza a mettere in risalto le abitudini dei popoli musulmani rispetto a quelle barbare degli altri, di operava un primo dettagliato tentativo di affrontare la questione senza affidarsi ai preconcetti che vedessero lo straniero come un non-uomo. Ma l’azione più straordinaria condotta dagli studiosi musulmani fu quella rivota al suo interno, ovvero alla diversità che contraddisitngueva i numerosi popoli appartenenti all’impero islamico. Difatti, dalla morte di Maometto (632) fino al X secolo, l’impero islamico era stato protagonista di un’espansione senza precendenti, che aveva interessato regioni che andavano dall’Atlante Marocchino e dalla Spagna fino ai confini dell’India, dalla penisola arabica e dall’Africa subsahariana alla Sicilia e all’Italia meridionale, diffondendo una cultura fondata sui valori universali dell’Islam. Non essendoci dunque tra le regioni differenze religiose macroscopiche, i geografi dei “masalik” (opere che descrivevano itinerari e stati- masalik wal mamalik-) poterono osservare ciascuna provincia dell’impero (tra loro molto diverse e costituite da popoli molto differenti) nelle loro articolazioni con l’insieme che le inglobava; compiendo una vera e propria opera di antropologia moderna. Nei masalik, fu ridefinito il concetto di ‘iqlim (clima), parola derivat dal greco Klima che in ellenico significava inclinazione, pendio e, per estensione, clima e regione. Per i geografi arabi della seconda metà del X secolo, ‘iqlim assunse il significato di entità positivamente identificabile per i limiti naturali, la configurazione fisica, le tradizioni e la storia. << E’ un progresso decisivo rispetto ai precedenti metodi, poichè per la prima volta appare il concetto – assai moderno – di paese definito interamente in termini di geografia umana o di geopolitica. >> (“Antropologia. Una introduzuione.” – Mondher Kilani, edizioni Dedalo 1998). In questo senso, oltre a fondare le carte geografiche su base più scientifica, i masalik inaguararono un progetto di ricerca ambizioso e totalmente nuovo: <<uno studio dell’uomo perfettamente consapevole di sé e del proprio progetto>> (A. Miquel, 1967) e ciò mentre l’uomo europeo si credeva ancora fatto ad immagine e somiglianza di Dio e come tale credeva che l’universo girasse tutto intorno a lui.
In altri termini i geografi fecero della geografia una scienza totale dei paesi dell’Islam, spiegando i caratteri originali di ogni provincia giunsero ad elaborare un metodo molto vicino a quello che Malinowski (famoso antropologo della scuola britannica) svilupperà  soltanto ne XX secolo, metodo basato sulla ricerca sul campo diretta e senza intermediari. Ma la concezione più rivoluzionaria che elaborarono fu quella che <<l’uomo non esiste se non in relazione con il mondo, che egli è in relazione con il tutto>> (Miquel).
Altrettanto rivoluzionaria, per l’epoca, fu l’opera dello storico Ibn Haldun (1332-1406) che giunse, tra le altre cose, alla elaborazione del “principio di causalità” degli eventi, ovvero che ogni evento storico si verifica non per volere di Dio o per opera di un destino qualsiasi, ma per la confluenza di specifiche cause dovute a condizioni sociali, politiche, economiche e climatiche. Principio che verrà ripreso dagli storici soltanto nel secolo scorso.

io e l’altro

Certo sorgerà ora spontaneo l’interrogativo su come, nonostante tali premesse, non si riscontri tanta brillantezza nella società islamica odierna. Ammesso che ciò sia vero (visto il nostro grado di conoscenza dell’altro), ciò è dovuto principalmente al fatto che, attorno al XV secolo, prevalse definitivamente l’ombra oscura dell’ortodossia religiosa, la quale impose un solo modo di essere, un solo modo di vedere e descrivere le cose, cioè legato alla volontà di Dio e di chi ne é rappresentante in terra. E adesso dobbiamo chiederci se ciò possa avvenire anche oggi nella nostra fiorente cultura di paese civilizzato.
Se la possibilità che un’ortodossia religiosa stenda la sua ombra su di noi appare poco realizzabile (anche se il nostro papa con la sua battaglia ai relativismi cerca di imporre l’assoluta verità del dogma cattolico), non è affatto lontana l’ipotesi di un modo di vedere, percepire e pensare che tenti d’imporsi sulle espressioni spontanee della società umana. Ci riferiamo naturalmente a quello prodotto da questa presunta società del globale, il famoso “pensiero unico“, il quale chiude di fatto i nostri occhi di fronte all’osservazione obiettiva dell’altro, sia delle sue mancanze che delle sue valenze.
In conclusione vi rivolgo ancora la domanda: conosciamo l’altro?

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