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Al teatro Elfo Puccini di Milano “I fratelli Karamazov” in scena fino a domenica

20 Apr 2012 | Nessun Commento | 1.349 Visite
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KARAMAZOV

Non ci sono discussioni: la Sala Shakespeare del Teatro Elfo Puccini di Milano è bellissima, così come tutta la struttura. Ogni volta entrare in questo spazio, illuminato a giorno, per attendere l’inizio dello spettacolo dona sempre qualcosa di nuovo. Ma in quest’occasione la sorpresa maggiore è stata vedere che gli attori, comodamente seduti su panche di legno, attendevano pazienti il nostro ingresso.

Un tappeto occupava quasi tutto lo spazio scenico, dipinto con colori pastello, e richiamava le tracce di un giardino abbandonato, delimitato da grosse corde; una decina di cavi pendenti dall’alto, sul fondo, alle cui estremità altrettante croci fungevano da appendiabiti per i costumi di scena a vista; un pianoforte seminascosto in un angolo, e poi loro, gli attori, seduti in attesa, e soprattutto, accomodato in prima fila, lui, Cesar Brie, il regista, il maestro. Lo spirito dell’artista argentino è presto dichiarato quando si alza, con il pubblico ormai pronto in sala, ed invita quelli delle file dietro ad occupare i posti liberi più avanti a vantaggio di una migliore visione e, poco dopo, a “controllare, spegnere, distruggere i cellulari” per immergerci nella giusta atmosfera per gustare la parola di Fedor Dostoevskij. L’invito implicito quindi ad un teatro che sia comunione, un teatro che trasmetta vita perché realmente vissuta, che possa vivere ancora di ritualità. Ma la forma espressiva scelta da Brie non ha niente di dogmatico, niente di sacrale né tanto meno di serioso anzi, l’autore sceglie la via della leggerezza, dell’espressività corporea, della vitalità giovanile per raccontare una storia lunga e complessa come quella de “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij.

Il compito è arduo perché l’ultimo romanzo del grande autore russo, considerato il vertice della sua produzione letteraria, è opera profonda, colta, di forti contenuti che, attraverso le disavventure della famiglia Karamazov, mette in luce il dramma spirituale che scaturisce dal conflitto morale tra fede, dubbio, ragione e libero arbitrio. Ciò nonostante l’adattamento dello stesso Cesar Brie soddisfa l’esigenza narrativa, raccontando in maniera esaustiva la storia dei Karamazov, anche alla vecchina dell’ultima fila che forse la ignora. La messa in scena, a sua volta, fornisce un gran bel quadro espressionista e vitale forte di molte idee ed invenzioni registiche sviluppate utilizzando diverse forme espressive.

Gli attori in scena narrano, interpretano, suonano, cantano e lavorano con i pupazzi/marionette di legno in un continuo naturale alternarsi.

Cesar Brie dichiara la genesi laboratoriale dello spettacolo la cui gestazione di sei mesi ha fatto nascere attraverso l’improvvisazione,e da essa, le scene che poi ha corretto, limato e selezionato, per il palco; un’operazione che ha senz’altro dato vita e verità al prodotto finale. Sono un valore aggiunto l’impegno, la grinta, l’attenzione reciproca e l’affiatamento di questi bravi e giovani attori che tengono bene la scena,  guidati con mano felice e leggera dal maestro che è qui loro compagno; al contempo però nel complesso ci sembra non restituita completamente la profondità psicologica dei personaggi dell’autore russo.

Quando la luce si spegne sui tre pupazzi di legno seduti su una panca, simbolo di un’infanzia dolorosa, inerme e vittima delle brutture del mondo, gli applausi partono scroscianti e spontanei e lo spettatore lascia il teatro arricchito da un mondo di immagini e di sentimenti.

Cesar Brie sorride contento, con i suoi profondi occhi di ghiaccio, e tiene per mano tutti i suoi emozionati compagni di scena : Mia Fabbri (che ha curato anche costumi e assistenza alla regia), Daniele Cavone Felicioni, Gabriele Ciavarra, Clelia Cicero, Manuela De Meo, Giacomo Ferraù, Vincenzo Occhionero, Pietro Traldi, Adalgisa Vavassori.

Sala Shakespeare | 10 – 22 aprile 2012
mar-sab: 20:30 / dom: 16:00

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