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Jululu di Michele Cinque. Il film sul caporalato e i nuovi schiavi girato in Puglia

3 Nov 2017 | Nessun Commento | 724 Visite
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Jululu-2017I cassoni da riempire di pomodori sotto il sole per pochi euro, le campagne della Puglia deserte all’imbrunire, le luci del ghetto dove andare a riposare: un agglomerato di baracche lontane da tutto e dagli occhi degli italiani, dove vivere e coltivare con pazienza i propri sogni, in una piccola Africa in terra straniera. E’ il documentario Jululu di Michele Cinque, il corto che ha vinto alla Mostra di Venezia il premio per la miglior regia del progetto Migrarti del ministero per i Beni e le attività culturali, e passato in questi giorni alla Festa del cinema di Roma. Jululu, prodotto dalla «giovane realtà creativa» Lazy Film – come si autodefinisce sul sito wearelazy.it – si presenta come un viaggio musicale nelle vaste piane coltivate a pomodoro nella provincia di Foggia. Campi attraversati da Badara Seck, musicista griot senegalese, alla ricerca di Jululu, l’anima collettiva africana. «Molte vite si sono perdute – dice Badara – sono finite in mare. Proteggi la nostra terra d’accoglienza. Jululu ti stiamo cercando, vieni a salvarci. Grazie di essere con noi». Ma con lui, e la sua aura da sciamano, c’è anche il camerunese Yvan Sagnet, giunto in Italia per studiare ingegneria ma che, dopo un’esperienza come bracciante che doveva durare giusto il tempo di raccogliere un po’ di soldi, diventa protagonista delle rivolte dei braccianti in Italia e di una battaglia che conduce al primo processo per schiavitù in Italia. E’ sua la voce narrante del film e sua la critica sociale che dal ghetto si estende all’intero sistema economico che determina, appunto, le condizioni di una nuova schiavitù. “L’assenza dello Stato produce un’altra legge: il ghetto è necessario al sistema economico» , dice nel film. Parole che suonerebbero un po’ ideologiche, se non nascessero dalla sua esperienza diretta della sfruttamento, in quel lavoro che doveva essere solo stagionale e invece gli ha lasciato un segno indelebile. Una ferita dell’orgoglio, della dignità e del suo senso morale, oltre che della intelligenza e della sua volontà di cercare in Italia cultura e relazioni. Yvan, nato nel 1985 e arrivato in Italia nel 2009 per proseguire gli studi al Politecnico di Torino (la laurea è del 2013), diventa così il leader del primo sciopero dei braccianti stranieri in Italia, nell’estate del 2011 nelle campagne di Nardò, in provincia di Lecce. Si è trattato del primo sciopero auto-organizzato di lavoratori stranieri – erano in 400 – contro un sistema di sfruttamento basato sul ‘caporalatò, per il rispetto del contratto provinciale (previsto per legge) e per essere assunti direttamente dalle aziende. Per questi episodi di riduzione in schiavitù sono finiti davanti alla Corte d’assise di Lecce, 16 persone, tra imprenditori e caporali. E grazie anche a quello sciopero – sostenuto dalle associazioni e dai sindacati Flai e Cgil – è stato introdotto nell’ordinamento italiano il reato penale di caporalato (intermediazione illecita di manodopera). Da quell’esperienza Yvan ha scritto Ama il tuo sogno. Vita e rivolta nella terra dell’oro rossò (Fandango Libri). E quello davanti ai giudici togati e popolari di Lecce è stato il primo processo, chiamato Sabr, per caporalato. Ai 16 imputati, arrestati nel 2012 nell’ambito dell’operazione dei carabinieri del Ros denominata Sabr, si contestavano anche la riduzione in schiavitù e la tratta, nonostante il diverso avviso del Tribunale del Riesame. Alla fine del processo, il 13 luglio 2017, 12 imputati sono stati condannati a pene da tre a 11 anni di reclusione in quanto ritenuti responsabili di associazione a delinquere e riduzione in schiavitù di migranti impegnati nella raccolta di angurie.

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