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Jezzlele, Carlo De Toma e un progetto unico tra jazz classico&swing

12 Ott 2009 | Nessun Commento | 1.473 Visite
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JezzleleUn lavoro carico d’atmosfere d’altri tempi. E invece coinvolgono l’ascolto moderno. Musicisti speciali (Vince Abbracciante, fisarmonica e Davide Penta, contrabbasso) una guest – il chitarrista Guido Di Leone– e Carlo De Toma con il “suo” strumento, l’ukulele. Un progetto molto interessante, soprattutto originale: The Ukes’Place edito dalla Fo(u)r Jazz Records è una miscela esplosiva che unisce jazz classico& swing. Godibilissimo. Due generi musicali che Carlo De Toma predilige e con i quali “credo riesco ad esprimermi al meglio. Insomma la scelta è stata quasi automatica – ci spiega l’artista. “Eppoi questa musica, nonostante sia nata e si sia diffusa prima negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo nei primi decenni del secolo scorso, possiede ancora oggi una carica vitale inossidabile. Facilmente fruibile da parte di un pubblico contemporaneo abituato a suoni di plastica, preconfezionati”.

Nessun rifacimento nei brani proposti: com’è nata la costruzione dell’album?

In effetti è vero: tutti i brani sono stati rielaborati in maniera personale pur conservando, anzi mescolando, gli stilemi tipici del tempo e del genere. Questo ha portato a una gestazione di circa sei mesi solo per scegliere i brani da inserire nell’album. Ma il lavoro preliminare ha permesso dopo tempi rapidi nella fase di registrazione. Forse anche per questo è agile e scorre facilmente, quasi come se fosse un concerto registrato dal vivo.

Il tipo di pubblico che vi segue nei numerosi concerti?

Tranne uno zoccolo duro di appassionati che ci ascolta costantemente, spesso il pubblico è un pubblico occasionale che però viene sempre coinvolto dalla musica tanto da rimanerne affascinato.

Parliamo degli strumenti utilizzati nella composizione dei pezzi. Si coglie un’originale fusione timbrica. Come nasce l’accostamento dell’ukulele con la fisarmonica?

Ho cercato di fare un cd alla vecchia maniera, che avesse però qualcosa di originale da dire. Ecco l’accostamento insolito tra ukulele e fisarmonica: due strumenti di origine popolare ma distanti geograficamente e culturalmente. Ed è proprio questa comune, anche se diversa base popolare, a creare una particolare sonorità. Il contrabbasso e la chitarra hanno poi riportato il tutto nel solco della tradizione jazzistica.

Come definirebbe allora il suo genere, se tale va classificato in qualche modo.

Come già detto stilisticamente è swing con qualche incursione in altri generi precedenti: sempre limitrofi come la musica novelty americana, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, il jazz di New Orleans, la musica dei locali di Harlem.

Invece per la promozione del cd come vi state muovendo?

Ci sono numerosi progetti per cercare di spingere il cd, purtroppo bisogna sempre combattere contro l’indifferenza e il disinteresse verso ogni forma di espressione che non sia filtrata e diffusa dai canali televisivi. Pertanto bisogna inventarsi sempre qualcosa, salvo poi raccogliere il consenso di chi ha l’opportunità di ascoltare la nostra proposta.

In effetti i musicisti che hanno collaborato con lei sono di spessore e di grande esperienza nel campo musicale. Li vogliamo citare?

Vorrei fare una precisazione, senza retorica o finzioni: l’ukulele è uno strumento poco conosciuto da noi, pertanto ho trovato molta sufficienza da parte dei musicisti. Unica differenza, il contrabbassista Davide Penta – con cui avevo già lavorato – che ha accettato subito la mia proposta. Ed è stato lui, quando dovevamo allargare l’organico, a suggerirmi il nome del giovane fisarmonicista Vince Abbracciante. Si è subito interessato all’idea dell’album. Poi come ospite in alcuni brani ho voluto inserire la chitarra elettrica di Guido Di Leone mio amico di vecchia data, valido musicista ed ottimo didatta. E gli artisti devo dire con orgoglio, pur muovendosi in ambiti musicali più moderni, si sono dimostrati subito a loro agio durante tutto il lavoro.

Adesso che tipo di risposta vi aspettate?

Prima di ogni esibizione live ho sempre paura. L’ammetto. Temo che per un pubblico giovane la nostra musica possa risultare lontana e quindi distaccata. Invece mi rendo conto che partecipa ed è anche incuriosito dalle mie presentazioni sempre a metà strada tra lo spettacolo e quella che si potrebbe definire divulgazione scientifica musicale.

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