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Isa Danieli conquista il Teatro Orfeo di Taranto con “L’Abissina. Paesaggio con figure”. In scena il mondo contadino

18 Gen 2012 | Nessun Commento | 2.326 Visite
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L’Abissina. Paesaggio con figureUno scalpiccio fuori scena e buio sul palco. Imponenti scenografie mobili che riproducono uno spazio rurale, benché trasposto in interni. Sulla scena, la luce arriva improvvisa a investire una figura femminile che, con poche battute d’apertura, annulla la percezione della finzione. Diventa un gigante la minuta Isa Danieli, con una presenza scenica autorevole ma lieve, e cattura i primi scrosci di applausi: tutti per lei, attrice di matrice Eduardiana mai sazia di calcare le tavole di legno del palconscenico. La prima de “L’Abissina. Paesaggio con figure”, testo e regia di Ugo Chiti per la compagnia Arca Azzurra, ha portato ieri a Taranto l’odore dei pioppi e della terra umida della campagna toscana, la sensazione vivida della vita di fatica e sudore dell’umanità percossa dei cascinali, del contado schiavo di inizio novecento. Attorno ad una vicenda semplice, e non inedita, di povertà e ricatto, di lotta quotidiana per la sopravvivenza, per un tetto sulla testa e un piatto di minestra, si confrontano attori di indubbio talento e credibilità, orchestrati dalla maestria espressiva della Danieli. La trama riporta presto alla memoria le novelle verghiane, “La Roba” prima di tutte, e il parallelo fra la figura del ricco proprietario terriero Lucesio e Mazzarò è immediato: la morte, che non guarda a panni e beni, aleggia sul capezzale di un uomo brutale più delle bestie dei suoi possedimenti, violento nel cuore e nelle mani, astuto e disonesto nell’accrescere il proprio patrimonio che tiene saldamente stretto in pugno.

Un mostro Lucesio, che genera mostri: nonostante una virilità ingorda e la brama di eredi maschi a sua immagine, il vecchio padrone per una sorta di maleficio contadino è capace di procreare solo creature deformi che non sopravvivono alla nascita. Una sola di esse è la superstite della sua genìa: Giacinta (interpretata da Barbara Enrichi, attrice feticcio di Leonardo Pieraccioni), disgraziata ragazza gobba nata dall’unione fra Lucesio e Nunzia-Isa, da quarant’anni al fianco del ricco latifondista. E’ lui a darle quel soprannome carico di disprezzo – l’Abissina – legato al bruno della sua faccia sporca da “sudiciumino raccattato in strada”, terremotata napoletana “che non sapeva mettere due parole insieme”, “una disperata che non aveva niente da perdere”. Dopo una vita di patimenti e umiliazioni accanto ad un uomo comunque amato, Nunzia (e come lei le altre “figure” del paesaggio scenico, schiacciate dall’avidità morale di Lucesio) cerca con l’astuzia di strappare “la roba” dalle mani dell’oppressore, una piccola porzione di risarcimento per un’esistenza a capo chino accanto ad un padrone a cui “la gente ritta in piedi fa ombra”, la giustizia attraverso un riconoscimento di paternità che resta negato fino alla fine. La crudeltà della miseria che sottrae dignità e libertà, la prigionia del povero incatenato per condanna di nascita, l’avidità che corrode l’anima dai bordi fino al cuore, sono i temi cardine de “L’Abissina”.

L’Abissina. Paesaggio con figureMa il testo di Chiti, valorizzato dall’interpretazione penetrante degli attori, a differenza del modello verghiano abbandona il distacco dell’osservatore per enucleare e accogliere il punto di vista dell’oppresso che cerca una sola mercede: il rispetto. Una paga morale, meritata con la fatica, che non si compra e non si vende e, pertanto, è negata all’usurpatore più allo schiavo. La choisa finale di una pieces che pare un quadro corale di Pellizza da Volpedo, la verità di un affresco storico antico ma non superato, è affidata alla protagonista, l’Abissina, che alle creature deformi generate da Lucesio si paragona poiché, in fondo, “il vero difetto è nascere disgraziati, puverielli”.

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