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Intervista a Marco Ferrini, presidente del Centro Studi Bhaktivedanda

15 Giu 2011 | Nessun Commento | 3.899 Visite
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Marco Ferrini
Marco Ferrini
è il fondatore e presidente del Centro Studi Bhaktivedanta, Accademia delle scienze tradizionali dell’india, di passaggio da Torino per un seminario su “Tradimento, rancore, perdono”. Ai suoi incontri partecipano moltissime persone e da alcuni è considerato una vera e propria guida spirituale, incuriosito il nostro collaboratore da Torino è andato a conoscerlo e gli ha posto alcune domande, rubando tempo alla platea che lo attendeva in sala.

“Tradimento, rancore, perdono”. Come nasce la scelta di questi temi?

Perché l’essere umano ha un comune denominatore che è quello di perseguire degli ideali, di essere spesso ostacolato dai tradimenti altrui o dai propri. Egli dovrebbe raccogliere le sue migliori energie per volgerle allo scopo che è dare un senso alla vita, invece quando incontra ostacoli prova rancore, rabbia collera ed esprime la peggiore versione di se stesso, fino a che non riesce a schiarire la mente, calmare le acque, come si dice nei Veda, le ac que della mente attraverso il perdono non solo di quello degli altri ma anche di se stesso, e quindi è pronto per ripartire e riorientarsi per quel fine, deve rimettersi in equilibrio. Io sono un ricercatore spirituale ed ho dedicato gran parte della mia vita ala ricerca della matrice divina non solo di me stesso ma di tutti, ed ho trovato queste titaniche difficoltà in ogni essere vivente evoluto o involuto, negli ambienti delle università come nelle carceri. E’ un comune denominatore degli esseri umani passare attraverso il tradimento, il rancore ed il perdono, questo mi ha portato a modificare alcune cosiddette saggezze convenzionali, che comunque hanno la dignità di far parte della tradizione, per questo sottolineo che errare umano, perseverare è diabolico, ma correggersi è divino. E il perdono è fondamentale per correggersi. Noi non possiamo correggere nessuno, possiamo solo perdonare e questo perdono ha la straordinaria forza di dare l’opportunità ad altri di correggersi.

Secondo lei noi desideriamo essere perdonati o siamo ormai indifferenti?

Certo, le persone sensibili desiderano essere perdonati, solo gli anaffettivi, coloro che soffrono di questo disturbo della personalità, nel loro pauroso egoismo sono indifferenti, sono interessati solo a se stessi.

Se volgiamo questa domanda sulla società, sulla politica su chi ci guida, noi perdoniamo chi ha incarichi di responsabilità collettiva?

Farei una distinzione tra perdono e giustizia, molte persone anche in possesso di una cultura notevole spesso fraintendono. Il perdono non incide sul corso della giustizia, mitiga la giustizia ma non la cancella, la giustizia non ha come scopo principale la condanna, l’applicazione della pena e di infliggere sofferenza al reo; ma dovrebbe avere uno scopo alto di rieducazione per arrivare alla redenzione, perdonare è importante anche per un magistrato, l’importante che non ci sia rancore con l’essere da una parte o dall’altra, diceva un noto storico francese del ‘700 non c’è peggior dittatura di quello della magistratura, quindi è importante che i magistrati offrano questo altissimo mestiere alla nazione nello spirito di servizio.
Il perdono è un bene fondamentale e prezioso, raro, che richiede la dedizione di una vita intera, una vita di virtù non solo di conoscenza, intendo dire che occorre non solo la virtù astratta, teorica, che serve per fini pratici, ma la pratica della virtù, e non si pratica la virtù senza saper praticare il perdono. A seguir virtute e conoscenza come istruiva Dante.

Il concetto di perdono secondo lei è più legato al cattolicesimo o al cristianesimo?

Io non vorrei mancare di rispetto a nessuno, ma dobbiamo cercare di varcare i limiti costituiti spesso dai nomi che attribuiamo; quindi non basta darsi un nome per attribuirsi delle virtù. Come si chiedeva già Platone nei dialoghi, se la virtù possa essere insegnata o meno, direi piuttosto che se si pratica la virtù, la si insegna. Il perdono quindi non è una questione di induismo, islam, cristianesimo, o altre confessioni religiose, è invece legata a colui che la esercita davvero a prescindere dal nome, dal tempo, dal luogo e dalla cornice storica.

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